ARTICOLO n. 41 / 2026
UN DRAPPO DI SETA ROSSO
mother mary
In collaborazione con I Wonder Pictures pubblichiamo un contributo su Mother Mary di David Lowery, nei cinema dal 14 maggio
È accaduto spesso, al cinema, che un vestito sia stato il protagonista attorno cui far girare la storia. Mother Mary, scritto, diretto e montato da David Lowery, per quanto sia stato a più riprese definito “strano” dal suo autore, viene dopo Il filo nascosto (Phantom Thread) di Paul Thomas Anderson, In Fabric di Peter Strickland, Crudelia (Cruella) di Craig Gillespie, solo per citarne qualcuno dell’ultima decade (dove due su tre sono valsi ai costumi un Oscar, rispettivamente a Mark Bridges e Jenny Beavan).
Gli abiti sono in qualche modo protagonisti anche ne Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante (The Cook, the Thief, His Wife and Her Lover) di Peter Greenaway (platealmente citato in alcune sequenze dallo stesso Lowery) che si era avvalso della collaborazione di un couturier come Jean Paul Gaultier, proprio come Bina Daigeler, costumista di questo melodramma pop targato A24, si è affidata a Iris van Herpen. Pioniera della tech couture, in cui l’artigianato tradizionale si fonde con le tecnologie più avanzate, è non solo la stilista di riferimento di Björk ma anche di star della musica come Lady Gaga e Beyoncé.
Non stupisce, quindi, che l’icona pop interpretata da Anne Hathaway indossi per le sue esibizioni body e mantelli realizzati nella casa di moda olandese. Nel film, la vediamo impegnata a Los Angeles nella prova di un abito di scena creato per il suo ritorno ai concerti, mentre a Londra Sam Anselm (Michaela Coel) sta preparando la prima sfilata della sua carriera dopo gli inizi da costumista. Scopriremo via via che è a lei che si deve la creazione degli elementi visivi che hanno caratterizzato sino ad allora Mother Mary – prima tra tutte un’aureola che si era andata ingigantendo di anno in anno – ed è per questo che la cantante si rifugia nel laboratorio londinese (ambientato dalla scenografa Francesca Di Mottola nel fienile di un castello in Germania) dove Sam si è ritirata, come la celeberrima Miss Havisham di Dickens, dopo la loro rottura professionale e sentimentale.
È in questo claustrofobico contenitore che Lowery terrà gli spettatori per tutto il resto del film, in un’atmosfera gotica in cui le due protagoniste – che quasi sembrano comparire e scomparire di volta in volta, sullo sfondo delle pareti – si confrontano in un lungo duello verbale.
Attraverso flashback e svariate frasi enigmatiche, si svela come Mother Mary abbia attraversato diverse fasi della sua carriera (come Taylor Swift e Madonna prima di lei), incarnando rappresentazioni di sé che l’hanno portata lontano da Sam e da dove aveva iniziato, perdendo il controllo della propria narrazione. Non sapremo mai il nome reale della cantante e sarebbe bello pensare che il nome d’arte arrivi dalla Let It Be dei Beatles, malgrado Paul McCartney abbia da tempo spiegato che nella canzone si riferiva a sua madre, Mary Patricia Mohin.
È sempre Lowery, per bocca del suo personaggio, ad avvertire che il racconto si snocciolerà in una serie estenuante di metafore, non ultimo il titolo della nuova canzone appena composta dalla pop star, Spooky Action, che fa riferimento al principio di Einstein della spooky action at a distance, l’idea che particelle separate, anche quando distanti anni luce l’una dall’altra, possano influenzarsi a vicenda. Si assiste così a un climax nello scambio verbale delle due sempre meno credibile, malgrado l’indubbio valore istrionico delle due interpreti. Implacabile per carisma ed eloquenza Coel, già largamente apprezzata come scrittrice e attrice di un gioiello seriale come I May Destroy You; tutta fisica Hathaway, impeccabile – come ci si aspetta da una vera star hollywoodiana – nella performance delle sette tracce di Mother Mary Greatest Hits, composte da Jack Antonoff, Charli XCX, FKA Twigs (la colonna sonora si completa con alcuni brani originali di Daniel Hart).
Nel frattempo, si fa sempre più evidente la totale assenza del maschile, quasi a suggerire che solo in un dramma di solo donne si può arrivare a esprimere un concetto astruso come “transustanziazione di emozioni” e pronunciare domande come “vuoi essere una lama?” e risposte nonsense come “voglio avere la punta”.
David Lowery, d’altronde, ha in più interviste dichiarato di sentirsi un po’ arrugginito come sceneggiatore e preferire gli adattamenti alle storie originali. Certo è che perde del tutto la freschezza e l’autenticità del semplice lenzuolo bianco messo in scena nel 2017 in A Ghost Story – a rappresentare sì il fantasma dell’amato morto ma anche della traccia lasciata dal passato – facendo affidamento stavolta in un pretenzioso drappo di seta rosso, quel costoso tessuto che nel Rinascimento veniva usato per indicare Maria come Regina Coeli. È il Sacro Cuore di Maria, gli errori commessi, il peso del successo, la sofferenza che una volta estratta dal corpo di Mother Mary si trasforma, grazie alle mani di Sam, nel costume di scena dell’ultima esibizione, quella della rinascita. Si affastellano così simbologie ipertrofiche che si riscattano solo grazie alla sobria scenografia di Francesca Di Mottola, tutta giocata sul contrasto tra la magnificenza dei concerti e il contesto rurale del laboratorio di Sam, e ai costumi di Bina Daigeler, capaci di farsi set come quelli realizzati dall’artista giapponese Eiko Ishioka per Dracula di Bram Stoker (Bram Stoker’s Dracula), la pellicola di Francis Ford Coppola che Lowery non ha mancato di indicare come suo imprescindibile punto di riferimento; il tutto bagnato dalle luci pastose e sature di Andrew Droz Palermo, suo collaboratore storico, e Rina Yang (autrice della fotografia di diversi video musicali di Taylor Swift e Dua Lipa).
Mother Mary non mancherà di trovare estimatori ed estimatrici in chi saprà apprezzare un’opera complessa, pomposa, a tratti soffocante ma anche visivamente indimenticabile come un abito di alta moda.