ARTICOLO n. 37 / 2026
PRIMO MAGGIO SENZA IPOCRISIA
In questi tempi, del Primo Maggio andrebbe scritto senza ipocrisie, tenendo conto di una verità taciuta o, peggio, rimossa.
Il 25 marzo 2026, infatti, l’Assemblea generale dell’ONU ha approvato, con 123 voti favorevoli, 3 contrari e 52 astensioni, la risoluzione che ha riconosciuto la tratta transatlantica dei popoli africani ridotti in schiavitù come il più grave crimine contro l’umanità che sia mai stato commesso. La rilevanza della risoluzione non sta tanto nella definizione di una gerarchia tra crimini efferati, quanto nel richiamo dell’attenzione globale sulle responsabilità storiche di quelle nazioni che oggi giustificano le proprie guerre contro altri popoli affermando di esportare democrazia, nonché nella necessità di riflettere sulle conseguenze di quel crimine nel presente, leggasi: odio razziale!
Non è un caso che nel 2007 la medesima Assemblea avesse proclamato il 25 marzo Giornata internazionale per la commemorazione delle vittime della schiavitù e della tratta transatlantica degli schiavi.
Tra il XV e il XIX secolo, invero, circa 12 milioni di persone furono deportate dall’Africa occidentale e centrale verso le piantagioni delle Americhe. Per questo il segretario generale Guterres ha affermato che non si trattò solo di lavoro forzato, ma di «un meccanismo di sfruttamento di massa e di deliberata disumanizzazione di uomini, donne e bambini» che, aggiungono gli storici, ha cancellato intere generazioni.
Nonostante ciò, Stati Uniti, Argentina e Israele si sono opposti a questa storica decisione votando contro, mentre gli Stati europei e l’Unione europea hanno preferito astenersi, non ammettendo il fondamento delle richieste di riparazione avanzate, tra gli altri, dal Ghana, tra i più colpiti da quello scempio.
Quando si festeggia il lavoro, dunque, occorre pensare che è esistito ed esiste tutt’ora non solo il lavoro salariato, contrattualizzato e garantito che ci fa affermare con orgoglio che siamo tra le nazioni più prospere e potenti al mondo, ma che continua anche quello rubato, imposto, non pagato, insicuro di cui ci dovremmo invece vergognare.
Per questo il Primo Maggio potrebbe, e forse dovrebbe, essere vissuto non solo come la festa di chi un contratto stabile e dignitoso ce l’ha, ma anche come l’occasione per reagire e agire in nome e per conto di coloro che hanno lavorato o continuano a lavorare in condizioni inumane.
Lo stesso concetto di festa stride con la condizione di chi non avrebbe nulla da celebrare non potendo contare su uno stipendio adeguato, su tutele previdenziali e assistenziali.
Il lavoro coattivo non appartiene al museo delle atrocità. La schiavitù moderna rappresenta l’esatto opposto del concetto di giustizia sociale e di sviluppo sostenibile fatto proprio dai 17 Sustainable Development Goals dell’Agenda 2030 ONU.
Secondo l’International Labour Organization, si stima, infatti, che nel 2021 circa 50 milioni di persone nel mondo si trovassero, in ogni singolo giorno, intrappolate in condizioni di schiavitù contemporanea, costrette cioè a lavorare contro la propria volontà.
Si tratta di un dato impressionante, che equivale a quasi una persona su 150 a livello globale. Queste situazioni, inoltre, non sono affatto temporanee, il lavoro forzato può protrarsi per anni e ciò che rende il quadro ancora più allarmante è che non si intravede alcun miglioramento, segno che lo sfruttamento estremo ha cambiato forma, ma non è stato abbandonato.
Trattare l’argomento della Festa dei Lavoratori omettendo questi riferimenti significherebbe accettare una definizione amputata del reale ovvero guardare un solo lato della medaglia.
L’astensione italiana all’ONU stona più di altre, perché la Repubblica si è proclamata ab origine «fondata sul lavoro», sulla «solidarietà economica, politica e sociale», sull’uguaglianza formale e sostanziale della propria cittadinanza. Dopo vent’anni di dittatura fascista e cinque di guerra fratricida, l’articolo 1, l’articolo 2 e l’articolo 3 della Costituzione del 1948 non hanno inteso rappresentare formule ornamentali, ma scelte tanto consapevoli quanto sofferte per animare quella che nell’intenzione delle madri e padri costituenti avrebbe dovuto svilupparsi come una duratura e pacifica convivenza basata sull’impegno, singolo e collettivo, per costruire una società più equa.
Si fatica dunque a comprendere come una Repubblica che ha voluto affondare le proprie radici proprio nel lavoro possa aver respinto le richieste riparatorie presentate dagli eredi di quegli schiavi che hanno contribuito a rendere prospero questo lato del mondo. Fare i conti con il passato, pagare i debiti con la storia, non indebolirebbe certo il patto costituzionale, ma lo rafforzerebbe, poiché esso si regge proprio sulla solidarietà e uguaglianza.
In Italia, il lavoro continua a portare con sé un costo umano che mette in discussione la sua stessa natura di diritto fondamentale. Secondo i dati ufficiali INAIL, nel 2025 si sono registrate quasi 600.000 denunce di infortunio e oltre 1.090 morti sul lavoro, tra incidenti avvenuti durante l’attività e nel tragitto casa-lavoro. Numeri che, purtroppo, trovano conferma anche nei primi mesi del 2026. Di fronte a questa realtà, diventa difficile tanto festeggiare il lavoro quanto pensarlo in termini di fondamento dello stato democratico.
Finché migliaia di uomini e donne continuano a perdere la vita mentre lavorano, l’occupazione in Italia resta una conquista incompleta, segnata da una contraddizione profonda tra principio costituzionale e condizioni reali.
Il lavoro, per giunta, si sta spostando sulle piattaforme telematiche, nei ranking, nelle app, nei sistemi che decidono turni, priorità, esclusioni. L’ISTAT ha contato nel 2022 circa 565.000 persone che hanno svolto almeno un’ora di lavoro tramite piattaforma, ma davanti a un potere che tende a presentarsi come neutrale perché scritto in codice, ahimè non basta né il cd. decreto trasparenza del 2022 (D.Lgs. n. 104/2022), che ha introdotto obblighi informativi sui sistemi decisionali o di monitoraggio automatizzati, né la direttiva europea sul platform work del 2024 (Direttiva 2024/2831), né l’AI Act, che ha considerato ad alto rischio gli usi dell’intelligenza artificiale nel reclutamento del personale, nella gestione del lavoro e nella valutazione delle prestazioni, vietando peraltro il riconoscimento delle emozioni nei luoghi di lavoro.
Quel codice, infatti, ha sempre un proprietario il cui scopo principale resta il profitto; occorre dunque sviluppare nuove consapevolezze, nuovi paradigmi, nuove risorse culturali, nuove norme condivise. La giurisprudenza aiuta, ma non può essere demandato al giudice colmare queste lacune.
Dando uno sguardo al passato, può essere utile rammentare Giorgio La Pira, che da sindaco di Firenze nei primi anni Cinquanta aveva intuito che il lavoro non fosse una mera variabile economica, ma il cardine della città che amministrava. La richiesta di La Pira era tanto semplice quanto rivoluzionaria, ovvero eliminare la disoccupazione e la sottoccupazione elevando i redditi per dare sicurezza sociale. Quando nel 1953 la Snia Viscosa annunciò la chiusura della Pignone, fabbrica che occupava quasi 3.000 persone, La Pira non si limitò alla compassione, ma agì da sindaco schierandosi apertamente con gli operai, trasformando così la vertenza in una questione pubblica. Fu capace di trattare in prima persona con la proprietà, immaginando una conversione delle attività produttive che portò le parti allo storico accordo del 9 gennaio 1954, aprendo la stagione del Nuovo Pignone.
In tempi recenti, invece, può essere emblematico il caso Foodinho-Glovo. Nel 2024 il Garante per la privacy infatti ha inflitto alla multinazionale delle consegne a domicilio una sanzione di 5 milioni per trattamenti illeciti su oltre 35.000 rider, contestandone la geolocalizzazione anche fuori orario, decisioni automatizzate opache e assenza di reali possibilità di contestazione. La posta in gioco non era solo salariale, ma consisteva nel rendere chiaro chi comandasse davvero in azienda, di quali dati questo soggetto disponeva, secondo quali criteri i dati venivano impiegati, quali erano i diritti di opposizione di chi guida bici e motorini senza che nemmeno gli venga fornito un casco. In contro tendenza la legge n. 76 del 2025 sulla partecipazione dei lavoratori può essere letta come un segnale utile per difendersi dagli algoritmi, poiché dovrebbe riportare nel governo dell’impresa una conoscenza condivisa. Non a caso c’è chi in proposito parla di democrazia economica.
Le politiche del lavoro, dunque, non consistono nel commentare il mercato, ma nel piegarlo all’interesse umano quando la comunità è minacciata.
E allora scrivere oggi del Primo Maggio significa smettere di parlare del lavoro come se fosse una categoria omogenea, innocente, pacificata. Il lavoro è salario e sfruttamento, emancipazione e comando, cittadinanza ed esclusione.
Se la Repubblica vuole davvero fondarsi sul lavoro, deve riconoscere il lavoro rubato, proteggere quello vivo che oggi si spezza tra precarietà e algoritmo nonché restituire potere a chi lavora in ordine a tempo, dati, sicurezza, salario e tutele. Il Primo Maggio non chiede nostalgia né celebrazioni ipocrite. Chiede verità storica, giustizia sociale e che le regole democratiche dell’economia trovino piena attuazione anche grazie a un’auspicata coesione dei corpi intermedi in attuazione dell’art. 39 della Costituzione.