ARTICOLO n. 32 / 2026
VIVIAMO PER RACCONTARCI, NELL’IMPOSSIBILITÀ DI CONOSCERCI
Perché abbiamo bisogno che il maschio egemone impari a capirsi
Dottore,
sono qui perché da tempo mi sento inchiodato a un modo di stare con gli altri che mi sta rovinando la vita. Le persone che frequento mi dicono che io sia affetto da un disturbo di personalità in senso narcisistico, in una forma patologica che molti definiscono anche grave. Io non so quanto contino le etichette, ma so che riconosco il risultato: non riesco a costruire relazioni di valore con nessuno. E più vado avanti con l’età, più questa impossibilità relazionale si stringe, diventa forte, quasi definitiva.
Non è che io non ami. Con i miei famigliari, per esempio, io provo affetto vero. Li amo, eppure, mi sottraggo. Quando le situazioni emotive diventano complesse, quando le cose chiedono presenza, ascolto, responsabilità, io mi ritiro come se mi mancasse l’aria. È come se avessi un limite basso di tolleranza alla vicinanza reale: appena la relazione mi raggiunge, scatta qualcosa e io sparisco, o mi irrigidisco.
Con le donne il copione è ancora più chiaro, ripetitivo.
All‘inizio funziona sempre. Inizio a provare interesse per una donna e, nel giro di poco, lei diventa “quella giusta”. Una possibilità che cresce, che occupa spazio. La idealizzo. Mi espongo anche troppo, e in tempi relativamente brevi. Mostro i miei lati migliori, la mia parte brillante, la mia intensità. Ho un mondo interiore ricchissimo, una posizione sociale, sono ancora un uomo avvenente; mi considero una persona interessante e spesso loro lo confermano. Anche loro si appassionano. Si aprono. Credono. Cominciano a investire.
E poi arriva sempre il punto di svolta.
Proprio nel momento in cui loro sembrano più prese, più coinvolte, più fiduciose nel rapporto possibile, succede qualcosa che mi allontana. A volte è un dettaglio, a volte un gesto, a volte una richiesta implicita: la reciprocità. Il fatto che smettano di essere soltanto uno specchio e diventino soggetti desideranti, vivi, con bisogni, con attese, con un mondo proprio. È lì che in me si accende la paura.
Da quel momento in poi, la frequentazione diventa un lento e inesorabile sfiancamento: io mi sottraggo e loro mi rincorrono. E la cosa paradossale è che io lì, dentro quella dinamica, mi ritrovo più a mio agio. Mi sento di nuovo “in controllo”. Mi sento meno esposto. Come se la loro corsa mi garantisse che non mi abbandoneranno, e la mia fuga mi garantisse che non mi prenderanno davvero.
Con alcune succede presto, con altre più tardi. Dipende molto dalla loro autonomia, dalla loro soddisfazione nella vita, dalla loro capacità di reggere la propria solitudine. Ma il punto è sempre quello: più una donna è un soggetto, più mi è difficile entrare in connessione. Connessione vera, non fascinazione. La connessione con una soggettività diversa dalla mia mi terrorizza. È come se l’alterità mi minacciasse.
E quando arriva la svalutazione, dottore quando qualcosa in me si raffredda e comincio a vedere difetti, limiti, incompatibilità, mi accorgo che cambia anche lo sguardo: quella donna smette di essere una persona e diventa, sempre di più, una funzione. Mi sorprendo a ragionare in termini di utilità: a cosa potrebbe servirmi, cosa potrebbe darmi, che ruolo potrebbe avere per me, dal momento che non rappresenta più il mio ideale di donna? Come se, per restare vicino, dovessi prima trasformarla in qualcosa che posso gestire, incasellare, usare senza rischiare troppo. E la funzione primaria, a dirla con onestà, resta spesso l’affermazione e l’alimentazione del mio ego: una conferma continua che da solo non riesco a darmi, perché in fondo, sotto la superficie, ho una considerazione fragile di me stesso, a tratti persino scarsa, e ho bisogno di appoggiarmi allo sguardo dell’altra per sentirmi esistente e “a posto”.
Ci sono volte in cui questa paura arriva fino al corpo.
Con alcune non riesco proprio a fare sesso. Non riesco a valicare la soglia dell’intimità. Con altre ci riesco, ma poi succede una cosa che mi ha messo in crisi. Appena sento che qualcosa cresce, appena arriva quella tipica sensazione di perdita di controllo che preannuncia l’orgasmo, mi blocco, non riesco a lasciarmi andare. Vivo quella perdita di controllo non come piacere, non come abbandono, ma come rischio.
È come se una voce interna mi dicesse: “Stai in guardia. Se ti concedi, perdi potere. Se perdi potere, perdi sicurezza. Se perdi sicurezza, perdi amore. E se perdi amore, perdi te stesso”. È una catena assurda, ma è reale. E il terrore non è solo di non essere amato: è di non esistere più, se non controllo.
Con una donna, una delle ultime in senso temporale, questo meccanismo si è mostrato in modo quasi crudele. Lei viveva il rapporto come una gioiosa esplosione dell’incontro: affettiva, carnale, luminosa. Io ho opposto al suo slancio una battaglia di censura. Come se il suo godimento mi mettesse in pericolo. Come se la sua felicità fosse un affronto. Come se la sua libertà mi togliesse qualcosa. E così, invece di stare nel possibile, cercavo l’impossibile. Invece di ascoltare la sua apertura, accumulavo prove contro di noi. Pensavo molto di più a tutte le evenienze che facevano propendere per l’impossibilità della relazione che non alle sue mosse possibiliste, al suo desiderio di costruire.
Così mi irrigidisco. Comincio a sentire quelle persone come avverse: “pretendono”, “chiedono”, “vogliono cose da me”. E io, davanti alla richiesta, raffreddo tutto. Mi spengo. Divento distante, cinico, impermeabile, fino a non volerle più.
C’è poi un’altra zona delicata, che tendo a evitare e che, quando si affaccia, mi mette in difficoltà: l’invidia e la gelosia. Non tanto perché siano “proibite”, ma perché quando le sento anche solo avvicinarsi diventano immediatamente troppo, come se aprissero un dolore che non so reggere. E allora faccio la cosa più semplice: provo a prevenire, a controllare, a evitare le situazioni che potrebbero attivarle. E non succede solo nella sfera affettiva: a volte la stessa tensione mi sfiora anche nel lavoro, nelle dinamiche con alcune colleghe particolarmente determinate, quando mi sembra che abbiano la strada più spianata della mia, o che vengano in qualche modo favorite rispetto a me anche senza meriti così evidenti. Ma questo tentativo di evitare o neutralizzare queste emozioni è quasi impossibile, perché le donne adulte hanno vite affettive e lavorative complesse, spesso risolte, ricche di legami e di possibilità. E ogni possibilità che non controllo mi minaccia.
Così i rapporti si logorano prima ancora di diventare relazioni.
E io sono il primo a soffrirne. Il primo a non sopportare più questa assenza di calore. Questa impossibilità di condividere. Questa fatica a stare nell’intimità. Oggi, più che mai, mi accorgo che riesco ad avvicinarmi solo a chi resta estraneo: le persone che trovo sulle app di incontri o sui social network, ad esempio, corpi e presenze senza storia, senza richiesta, senza futuro.
E quindi ricomincio da capo con un’altra donna.
Ricomincio dalla possibilità di raccontarmi di nuovo. Perché è nel racconto di me che mi riconosco, che mi consolo. Mi ritrovo nel modo in cui mi presento, nell’immagine che riesco a offrire, nella visione di me che mi piace e in cui mi sento a mio agio. È lì che ogni volta, torno a esistere. Non mi riconosco davvero nell’essere conosciuto. Mi riconosco molto di più nell’atto di narrarmi, finché l’altra ancora non mi conosce. Perché poi, quando il rapporto si approfondisce davvero, quell’immagine si incrina, si perde. Allora posso di nuovo rassicurarmi non in ciò che sono per l’altra quando ormai mi conosce, ma nella narrazione che faccio di me quando ancora non sa chi sono, non sa come sono. Finché resto nel racconto, resto salvo.
Forse è anche per questo che sono qui, oggi. Per capire se esiste un modo di parlare di me che non serva a ricominciare da capo, ma ad accettare di conoscermi.
In ogni caso, la verità, dottore, è che io attiro persone bisognose. Persone pronte ad adorarmi. E io le sfinisco. Le metto alla prova, continuamente, nella loro disponibilità ad annullarsi. Come se volessi verificare fino a che punto possono restare anche quando io mi sottraggo, anche quando io ferisco, anche quando io divento freddo. Come se avessi bisogno di una garanzia assoluta contro l’abbandono.
Perché io sono terrorizzato dall’abbandono. Terrorizzato dalla perdita di controllo. Terrorizzato dal rifiuto.
E la cosa che mi confonde è che non lo faccio “apposta”. Non mi sveglio la mattina pensando: “Manipolerò qualcuno”. Io, dentro di me, sento che questo è stato un sistema di adattamento. Una furbizia inconscia, se vogliamo chiamarla così. Un modo per sopravvivere. Perché ho dovuto fare i conti fin dalla prima infanzia, e ancora di più crescendo, durante l’adolescenza, con una dimensione affettiva non propriamente favorevole, per non dire peggio. Ho imparato che affidarsi era pericoloso, che desiderare era rischioso, che l’amore comportava costi insostenibili. Ho imparato a dominare per non essere dominato. A controllare per non essere lasciato. A sottrarmi per non essere umiliato.
Ma ora sono stanco, dottore.
Sono venuto qui per provare a capire come si fa a prendere coraggio quando la paura è diventata abitudine e riflesso. Come si fa a concedersi senza vivere l’abbandono come una minaccia assoluta. Come si fa a stare nelle sensazioni, anche in quelle brutte, senza doverle cancellare o trasformarle in attacco.
Vorrei imparare a tollerare l’idea che posso perdere il controllo senza perdere me stesso. Vorrei riuscire a fidarmi. Ad affidarmi alle braccia di una persona senza credere che prima o poi vedrà qualcosa di irrimediabile in me e se ne andrà. Vorrei smettere di sottrarmi come risposta automatica, e cominciare a restare.
Io non sono qui per farmi assolvere. E non sono qui per farmi confermare che “sono fatto così”. Sono qui perché voglio avviare un percorso di consapevolezza. Voglio capire il meccanismo, riconoscerlo mentre accade, e provare a interromperlo.
Voglio tornare a riuscire ad amare, in futuro. Non come idea, non come conquista, non come prova di valore. Ma come esperienza possibile. Reale. Umana.
E se è vero che io ho imparato a difendermi così presto, allora voglio provare a imparare un’altra cosa: che la vicinanza non è una trappola, che l’intimità non è una guerra, che l’amore non deve essere potere.
E che io posso restare, anche quando ho paura.
È a questo punto che la scena smette di riguardare soltanto lui. Perché una voce così non ci interroga solo per quello che confessa, ma per il fatto stesso di potersi esporre in questi termini. Per la precisione con cui nomina i propri automatismi, per la familiarità con cui attraversa categorie cliniche ormai entrate nel linguaggio comune, e forse anche per qualcosa di più: per il desiderio, molto contemporaneo, di sentire finalmente il maschio parlare di sé senza trincerarsi del tutto nell’innocenza o nel dominio.
Quando finisce una scena così, viene naturale chiedersi che cosa sia successo. Se abbiamo letto un primo colloquio con un terapeuta, una trascrizione ricostruita, oppure un monologo immaginario. Ma l’ambiguità conta solo fino a un certo punto: serve a tenere aperta una domanda più ampia, che non riguarda la verosimiglianza del racconto quanto la sua possibilità.
Perché c’è una scena che oggi è molto comune: qualcuno entra in una stanza, virtuale o non, si siede e prova a parlare di sé con parole che, fino a poco tempo fa, sarebbero state impensabili.
Da un lato è indubbio che oggi abbiamo strumenti più raffinati per leggere i nostri comportamenti. Siamo più attrezzati per nominare i meccanismi, per riconoscere la ripetizione, per intuire che ciò che viviamo come destino spesso è abitudine, difesa, automatismo. Eppure proprio questa accelerazione del linguaggio, questa sovrabbondanza di parole, riapre un problema che non si lascia chiudere: il dire coincide davvero con il capire? E capire coincide davvero con il cambiare?
C’è un punto in cui il racconto di sé rischia di diventare una nuova liturgia: una confessione secolarizzata che promette salvezza, ma talvolta consegna soltanto una forma più elegante di prigionia. Perché il soggetto contemporaneo, mentre si analizza, può anche perfezionare la propria maschera. Può apprendere le parole “giuste” senza che nulla, davvero, ceda nel corpo. Può diventare competente nel descriversi e impotente nel trasformarsi. Può usare l’autoconsapevolezza come un dispositivo di controllo o di assuefazione. Assuefazione a sé stessi e alle “cose come sono”. Come, del resto, accade in altri ambiti che travalicano quelli personali: nell’informazione, per esempio, o nella fruizione delle immagini dei conflitti.
E allora la domanda decisiva, che riguarda la terapia ma anche la cultura, resta: una narrazione si cambia? Oppure la narrazione che ci governa, quella grammatica emotiva con cui abbiamo imparato a stare al mondo, resta in gran parte invariabile?
È qui che torna utile anche l’interrogativo sulla scena appena letta, senza bisogno di scioglierlo. Perché, se quel monologo fosse “vero”, direbbe qualcosa di radicale: che perfino dentro un assetto di personalità grave può affacciarsi una forma di riconoscimento, una fessura di consapevolezza. Se invece fosse “immaginario”, direbbe qualcosa di altrettanto radicale: che desideriamo così intensamente quella fessura da doverla, almeno per un momento, mettere in scena.
Sia che una narrazione tossica sia già evidente al soggetto, sia che quell’evidenza venga indotta, fabbricata attraverso il racconto, resta un punto: il solo tentativo di dirla, la sola manifestazione di un ribaltamento di prospettiva, è forse l’unica speranza che abbiamo, nella vita intima di una persona come in quella comunitaria. Non tanto per guarire in senso morale, quanto per immaginare e cominciare a praticare uno scardinamento della logica di prestazione, controllo, scambio, potere, che si riflette in tutte le aree del reale, relazioni comprese. E se il narcisismo patologico ne appare, talvolta, come uno specchio crudele, una metafora rivelatrice, quasi una sua forma condensata in cui quella grammatica si vede più nuda, più concentrata, è anche perché quella stessa logica capitalista affonda in un impianto patriarcale. Non l’anomalia di un singolo soltanto, ma la versione esasperata e rivelatrice di un ordine sociale più vasto che abbiamo imparato a considerare normale, un ordine in cui la logica patriarcale e capitalistica si organizza intorno al primato del controllo, alla disuguaglianza dei ruoli, alla rimozione della dipendenza, alla svalutazione di tutto ciò che espone e rende responsabili, e al sospetto verso tutto ciò che interrompe il mito dell’autonomia, della prestazione e del controllo.