ARTICOLO n. 95 / 2025
IL VIAGGIO DEGLI ESILIATI UCRAINI
Intervista di Marco De Vidi
Risuona potente la voce di Sofia Anisimova, nel salotto in penombra di Palazzo Vendramin Grimani, mentre recita emozionata un testo che riecheggia gli anni dolorosi vissuti dalla sua Ucraina, la guerra crudele, la speranza che la sofferenza finalmente finisca: «Credo da stellina a stellina, il sangue umano non è acqua. Credo da gemito a gemito, la mano del nemico è vinta. Credo da dolore a dolore, la nostra anima porta il nome di Dio».
Il concerto recitato della giovane mezzo soprano dell’Opera National di Parigi, intitolato Invitation au voyage, è l’evento di chiusura della rassegna letteraria organizzata dalla Fondazione dell’Albero d’Oro nella sua sede veneziana, dedicata proprio al viaggio, con l’idea di esplorare il rapporto a volte difficile con i confini. Tra gli autori invitati ci sono il reporter viaggiatore Olivier Weber, l’autrice radiofonica di France Culture Caroline Broué, la scrittrice franco-algerina Beatrice Commengé, il romanziere Sylvain Proudhomme, ma anche gli autori italiani Paolo Pecere, Niccolò Zancan, Giustina Selvelli.
La creazione musicale di Anisimova è nata per raccontare l’esperienza di un viaggio avventuroso e difficile, quello ha portato la cantante lontano da Kharkiv, dove in quel momento studiava e lavorava, fino a Parigi, in un esilio forzato.
«Ho cominciato a studiare musica a 15 anni», racconta Sofia Anisimova. «E a 18 anni ho sostenuto l’esame per entrare al conservatorio di Kharkiv. Lì c’è un’ottima scuola di musica, e anche un’ottima scuola di recitazione. Ero una studentessa molto felice, ero all’ultimo anno di studi, giusto prima che anche qui giungesse la guerra».
Kharkiv è il secondo centro dell’Ucraina, sono molte le università in città e qui vive una grande comunità di studenti e di giovani artisti. «Io ero a capo del consiglio studentesco nella mia università», racconta Anisimova, «e inoltre collaboravo attivamente con il consiglio municipale della città e con il sindaco, organizzando eventi culturali, concerti, progetti in supporto di giovani artisti, poeti, pittori, musicisti». Vengono organizzate mostre d’arte per le vie del centro, oppure nei parchi cittadini. Oltre ai concerti di musica classica, ci sono anche gli appuntamenti dedicati alla musica tradizionale, con l’invito per esempio a strumentisti che suonano la bandura, uno strumento antico che somiglia a un liuto e risale al quindicesimo secolo.
Nel febbraio del 2022 i bombardamenti colpiscono duramente la città. Kharkiv è molto vicina alla linea del fronte, si trova a una trentina di chilometri dal confine con la Russia. La tranquilla vita cittadina muta completamente quando la guerra arriva anche qui. «I primi giorni sono stati davvero spaventosi e difficili», ricorda Sofia Anisimova, «non ce lo aspettavamo. Con il consiglio cittadino abbiamo cominciato a fare volontariato, per aiutare le famiglie, in particolare mamme con bambini piccoli, ad avere del cibo, perché in città era diventato pericoloso anche solo uscire di casa».
Agli studenti del conservatorio, invece, si presentano nuove opportunità, che li porteranno lontano dal loro paese natale. In molti ricevono lettere da altri conservatori di tutta Europa, con l’invito a proseguire i propri studi musicali in una nuova città. «Il nostro lavoro in quei giorni è stato quello di organizzare lo spostamento dei vari studenti da Kharkiv, il più velocemente possibile, per farli lasciare la città e portarli in un posto sicuro».
Le difficoltà dovute ai bombardamenti, alla paura che si diffonde in città, non ferma tuttavia le attività della scuola di musica. «Il conservatorio di Kharkiv non si è mai fermato, nemmeno per un giorno. È ancora aperto, e questa è una cosa molto bella», osserva Anisimova.
Con i primi bombardamenti viene colpito l’edificio che si trova a fianco del conservatorio, danneggiando anche la struttura della scuola. Alcune aule, in cui sono custoditi strumenti come pianoforti, si ritrovano senza finestre, mentre fuori è ancora molto freddo. «C’è un’ottima direttrice del conservatorio, Natalia Hovorukhina, che è rimasta tutto il tempo a Kharkiv e ha continuato a lavorare sempre. In molti studenti sono andati via, ma diversi sono rimasti. E mentre si cercano continuamente fondi per rimediare ai danni subiti dall’edificio e dagli strumenti, si continua a studiare e si tengono ancora esami».
La voglia di fare musica, e di condividerla quanto più possibile con gli abitanti di Kharkiv, non si è indebolita in questi quasi quattro anni di conflitto. «Infatti continuano a lavorare, producono spettacoli operistici, e si organizzano concerti per la popolazione nelle stazioni della metropolitana, dove ci sono i rifugi antiaereo», racconta Anisimova. «Prima dell’arrivo della guerra a Kharkiv c’erano più di 2 milioni di persone. Ora qui vive ancora un milione di abitanti, sono persone che amano la loro città e per loro è importante restare a viverci, vogliono restare nella loro casa».
«Anche io sono partita da Kharkiv. Ho lasciato il mio appartamento di corsa, in pigiama, ho preso una piccola valigia e sono fuggita da casa, perché sentivo delle esplosioni vicine». Sofia Anisimova è nata a Brovary, una cittadina vicina alla capitale Kiev e poi con la famiglia si è trasferita nella regione di Poltava, ed è qui che torna a vivere nei primi mesi. «Qui non eravamo così vicini alla linea del fronte, ma è comunque pericoloso».
La vita sospesa di quei giorni, lontana dalla vitalità di Kharkiv, incerta su quello che sarebbe potuto accadere, non aiuta a ritrovare la serenità per dedicarsi alla musica. «In quei primi mesi non stavo cantando per nulla. Studiavo canto da molti anni, era la cosa più importante della mia vita, ma mi spaventava anche solo emettere un suono che potesse sembrare rumoroso, come cantare. E poi il canto è energia, devi sentire qualcosa dentro di te. E io non sono riuscita a cantare per nulla a lungo, non riuscivo a emettere alcun suono. Mi sembrava davvero inutile essere una cantante d’opera in tempo di guerra».
Le cose cambiano dopo qualche mese, in estate. «Ho ricevuto una lettera dal conservatorio di Parigi», ricorda, «e mi sono detta che forse sarei dovuta andare, continuare il conservatorio in Francia, conoscere il Paese».
Attraversare i quasi 3mila chilometri dall’Ucraina fino a Parigi sarà un tragitto difficile e travagliato.
«Il giorno successivo ho preso un treno per Kiev, e da qui un biglietto per la Polonia, per Przemysl, la città più vicina al confine con l’Ucraina. È così che ho lasciato il mio paese, anche questa volta solo con una valigia», ricorda Sofia Anisimova.
«Sono arrivata a Przemysl alle 4 mattina, i volontari alla stazione ci hanno offerto tè e zuppa calda, è stato davvero commovente. Sono partita quindi per Berlino, anche lì sono arrivata di notte. Sono dovuta restare a dormire in un centro per rifugiati, abbiamo aspettato diverse ore per fare un test Covid, prima di potervi accedere. Quella notte ho dormito tre ore. E poi sono andata a prendere l’ultimo treno, quello per Parigi. Ci sono voluti tre giorni per arrivare in Francia».
Tutto è pronto per riprendere gli studi al conservatorio di Parigi. «Qui mi stavano aspettando», racconta Anisimova, «mi hanno anche trovato una famiglia che potesse ospitarmi per i primi mesi. Non conoscevo per nulla la lingua, ho iniziato a studiare il francese. Ma la cosa più importante è che ho potuto continuare a studiare canto».
In quei mesi, Sofia Anisimova viene a sapere che si tengono delle audizioni per il coro del teatro dell’opera di Parigi, e poi per un posto da cantante solista per l’Academie de l’Opera de Paris. «Ho fatto l’audizione, ero molto felice anche solo per aver avuto la possibilità di cantare su questo bellissimo palco all’Opera Bastille», racconta. «Poi ho ricevuto una telefonata, dove mi hanno detto che avevo passato l’audizione. Ho cominciato a piangere, ho telefonato a mia mamma in Ucraina, ero davvero felice. Ho incontrato così tante persone a Parigi che senza conoscermi mi hanno dato un grande supporto, ne sono davvero grata». Sofia Anisimova comincia così a lavorare all’Academie de l’Opera National di Parigi.
La lontananza dal suo Paese natale è dolorosa, osservando a distanza una guerra che pare interminabile. «Per me è difficile», confessa. «Mi manca l’Ucraina ovviamente, mi manca la mia casa e non ho molte possibilità di tornarci spesso perché non c’è l’aereo, e il viaggio è lungo e pericoloso. Anche solo qualche giorno fa c’è stato un attacco dell’esercito, succede quasi ogni giorno. Ci sono problemi con l’elettricità in ogni città, e poi sta arrivando il freddo, dunque è difficile tornare. Di certo tutti gli ucraini hanno nostalgia delle loro case».
Non è l’unica, in questa situazione. Molti musicisti e cantanti che provengono dal conservatorio di Kharkiv hanno trovato posto nei conservatori e nelle orchestre di tutta Europa. «Con gli altri colleghi ci teniamo in contatto, ora abbiamo cantanti ucraini ovunque, in ogni teatro, e i miei colleghi e i miei amici di Kharkiv sono anche loro in città diverse, in Polonia, Germania. Anche se non vedo i miei amici più cari da tre anni, siamo lontani».
È così che nasce l’idea di dare forma a un concerto per ripercorrere il sofferto viaggio dall’Ucraina a Parigi, raccontando la dolorosa esperienza dell’esilio a causa della guerra, vissuta da Sofia Anisimova come da suoi molti connazionali. Insieme al pianista Iona Maiatsky, ha messo insieme brani dei diversi paesi attraversati, Ucraina, Polonia, Germania, Francia. Su queste musiche, la cantante racconta il suo percorso e il suo vissuto, con testi in ucraino, tedesco, francese.
Tra i brani c’è ad esempio Youkali, canzone piena di speranza e spirito utopico del compositore tedesco Kurt Weill, mentre la chiusura è affidata proprio alla melodia di L’invitation au voyage dell’autore francese Henri Duparc. «Questo progetto è vivo», racconta Anisimova, «continuiamo a trasformarlo, aggiungendo nuove musiche, modificandolo».
«La prima volta che abbiamo eseguito L’invitation au voyage è stato in un piccolo paesino vicino a Parigi, in una chiesa, un luogo dove c’è tra l’altro una grande comunità ucraina», ricorda. «Alle persone presenti è piaciuto molto, abbiamo sentito di aver risvegliato emozioni forti. Quando riesci a condividere tutta questa energia incredibile, quest’arte che viene dallo spazio, e quando si incontra con i cuori delle persone, è una sensazione incredibile ed è questa la ragione per cui facciamo tutto questo».
A unire i molti esuli ucraini è spesso la fiducia che la situazione, a un certo punto, migliorerà. «Ho speranza», confessa Anisimova, «è l’unica cosa che abbiamo: la speranza che la guerra finisca, che l’Ucraina finalmente abbia la pace che ci meritiamo, e che noi possiamo ricostruire il nostro Paese».
Anche la prospettiva sull’utilità e il valore della musica è cambiata, negli ultimi tempi. «L’arte ha un grandissimo potere», riflette Sofia Anisimova. «Io credo che ogni artista che si trova all’estero sia un rappresentante del nostro paese, con le nostre voci possiamo continuare a far parlare dell’Ucraina, a diffondere la storia del nostro Paese, la nostra musica. È la nostra missione, quella di diffondere la nostra cultura, i lavori dei nostri connazionali».
Viene da qui la scelta di mettere in apertura alcuni brani di Volodymyr Ptushkin, «un compositore ucraino che quasi nessuno sfortunatamente conosce all’estero. È morto nel 2022, è stato mio professore al conservatorio, e io ho il manoscritto di quattro composizioni scritte di suo pugno. Sono contenta che le persone possano ascoltare la sua musica».
Il legame con la terra natìa, per Sofia Anisimova, è indissolubile. Ed è fonte continua di ispirazione, per quanto esporsi sia faticoso. «Nel testo io racconto la mia storia», riflette, «ed è una vicenda molto personale. Di solito a teatro noi recitiamo dei ruoli, sono storie di altri e noi cerchiamo di trovare qualcosa che risuoni in noi del personaggio che recitiamo. Ma qui è mia storia privata, personale, ed è molto difficile aprirsi, essere costretti a questa intimità. Avrei preferito non avere nessuna ragione per scriverne. Ma alla fine, quando mi esibisco, sono grata di poter condividere la mia storia con altre persone. E che loro possano ascoltare la mia storia, che però è anche la storia di altri sei milioni di rifugiati ucraini».