ARTICOLO n. 96 / 2026

CARO PAOLO, SMETTI DI NUMERARE I FILE

Ho letto l’articolo in cui Paolo Giordano racconta come il caso di Thélyson Orélien, lo scrittore escluso dalla corsa al Goncourt perché sospettato, senza prove, di aver usato l’intelligenza artificiale, abbia cambiato il suo modo di lavorare. Ogni giorno, prima di cominciare, salva il romanzo con un numero nuovo per lasciare una traccia del processo; medita di tornare alla penna, così da poter esibire calligrafia e cancellature; ha spento le funzioni della posta «legate all’intelligenza artificiale» (c’erano anche prima, Paolo! E non ti leggono il romanzo!) e si è ovviamente ritrovato sommerso da più di ventimila messaggi, tra notifiche dei giornali e pubblicità.

Premessa: Giordano è liberissimo di non usare l’intelligenza artificiale, di diffidarne, di detestarla, di scrivere i suoi romanzi su una tavoletta di argilla, se lo fa stare meglio. Credo che nessuno, neanche il più infoiato tecnoentusiasta, gli abbia mai chiesto di fare diversamente. Il guaio è che lui chiede qualcosa a noi.

«L’accademia ha così dichiarato una guerra santa — che perderà, che perderemo — in difesa dell’intelligenza naturale». Chi usa un modello linguistico, scopro, starebbe dunque dalla parte sbagliata, contro l’intelligenza naturale, qualunque cosa sia. Noi invasori della Gerusalemme Celeste della Natura Immacolata siamo da ricacciare a suon di mazza ferrata, con un massacro (metaforico, s’intende) benedetto e malinconico, per mano di eroici cavalieri che combattono pur sapendo di perdere – che mi immagino intenti a farsi un selfie sul campo di battaglia, nella luce della golden hour. E qui mi domando: se la guerra è persa in partenza, a che cosa serve combatterla, se non a lasciare sul terreno qualche cadavere? Perché le vittime ci sono già, e non sono romanzieri affermati che salvano un file al giorno; sono esordienti (spesso neri o stranieri) accusati, per ironia, sulla base del punteggio di un’altra AI, studenti bocciati da un rilevatore, impiegati che nascondono di usare uno strumento perché sanno che verrebbero considerati pigri. Anche se poi il lavoro viene meglio.

E poi, che cos’è questa Terra Santa dell’Intelligenza Naturale, per una specie che ha sempre pensato con la tecnologia? Leggere libri è permesso? Eppure nel Fedro il re Thamus, nel mito raccontato da Socrate, avverte che la scrittura produrrà oblio nell’anima di chi la impara, perché fidandosi di segni esterni smetterà di esercitare la memoria. Nel 1545 Conrad Gessner si lamentava della confusa e dannosa abbondanza di libri che la stampa riversava sull’Europa e nel Settecento medici e pedagoghi mettevano in guardia dalla «mania della lettura», che avrebbe guastato i nervi e i costumi delle ragazze. La videoscrittura? Nel 1987 Wendell Berry spiegava perché non avrebbe mai comprato un computer e più d’uno temeva che la facilità di correggere avrebbe reso la prosa sciatta e prolissa. Ogni volta l’intelligenza naturale era destinata a estinguersi, ogni volta ha trovato un mezzo nuovo e ha continuato a fare quello che fa da sempre, cioè pensare con quel che ha sottomano. Il più delle volte male, ma questa è una naturalissima colpa nostra.

Stiamo davvero diventando tutti scemi, come per i temuti telefonini? Saranno anche più scemi i giovani che con i telefoni ci sono nati, ma le sciocchezze più grosse e le atrocità difese con più convinzione io le sento dai vecchi. La mia è aneddotica, lo so, e non fa statistica. Però proprio in questi giorni Stanford HAI ha presentato uno studio, accettato da Nature Human Behaviour, che ha analizzato circa duecentocinquantamila conversazioni anonime con Claude. Ne risulta che la maggior parte delle persone affida al modello compiti impegnativi, che in due casi su tre chiede alla macchina di spiegare e di insegnare qualcosa e che quando la collaborazione si inceppa quasi otto utenti su dieci provano a rimetterla in carreggiata, discutendo e correggendo. La figura dell’utente inebetito che consegna il cervello al chatbot regge male alla prova dei fatti. Le persone obiettano, si fanno spiegare, litigano, come si fa con un editor pignolo. Insomma, usano la loro intelligenza naturale.

Già nel 2024 consigliavo di usare i modelli linguistici per la ricerca e la saggistica, ma con molte cautele: sbagliavano parecchio, inventavano titoli e pagine, ogni riga andava ricontrollata. Il controllo umano resta indispensabile, su questo non ho cambiato idea, eppure nel frattempo i rapporti di forza si sono rovesciati al punto che oggi trovo quasi irresponsabile, per chi ne ha la possibilità, rinunciare a far ricontrollare il lavoro anche da un modello. Più di una volta un LLM mi ha segnalato un numero di pagina sbagliato in una citazione – e l’errore non era mio: stava nel libro da cui citavo, l’avevo ereditato in buona fede ed era sfuggito, a quanto pare, a redattori, correttori di bozze e recensori dotati di naturalissime intelligenze. Fino a ieri, a sentire alcuni crociati, erano solo allucinazioni. 

Giordano salva il romanzo con un numero nuovo ogni giorno per lasciare una traccia del processo «qualora si rivelasse necessaria» e si dice pronto a tornare alla scrittura a mano per esibire calligrafia e cancellature. Ora, caro Paolo, permettimi una domanda. Necessaria a chi? Agli amici crociati? Guarda che una serie di file numerati non dimostra assolutamente nulla, perché qualunque modello è in grado di produrre a posteriori una prima stesura goffa, una seconda un po’ meno goffa e una terza più levigata. Quanto alla posta, lo smistamento e i filtri antispam si basano su tecniche di apprendimento automatico da molto prima che qualcuno pronunciasse la parola ChatGPT.

Non è la prima volta. Matthew Kirschenbaum racconta in Track Changes che tra la fine degli anni Settanta e gli Ottanta alcuni scrittori ribattevano a macchina i testi scritti al computer prima di consegnarli, perché gli editori diffidavano dei manoscritti usciti da un word processor, come se l’autore avesse barato. Oggi nessuno si sogna di chiedere a Giordano se usa Word, in futuro nessuno si chiederà se userà l’intelligenza artificiale – risparmiandogli una bella fatica.

Il romanziere chiude l’articolo dicendo che non si può esistere in pace con il pensiero di un’entità che ti sorvegli in tutto, costantemente. Su questo sono d’accordo con lui, e aggiungo che l’uso dell’intelligenza artificiale per il controllo sociale è uno dei suoi pericoli politici più seri e sta prendendo piede anche in Italia mentre noi ci agitiamo per i romanzieri artificiali. Solo che l’entità che lo spinge a numerare i file, a progettare un ritorno alla calligrafia e a prepararsi un alibi per ogni pagina non è una macchina. È il clima di sospetto che la guerra santa alimenta, e a cui lui, con involontaria ironia, si sottomette per primo.

Provo allora a fare una proposta a Paolo e ai crociati: che ne dici se continui a scrivere come ti pare, smetti di numerare i file e tutti e tutte insieme conveniamo che ognuno scrive con quello che vuole? Puoi rifiutare queste macchine per ragioni etiche, estetiche, politiche. Fin qui tutto bene. Basta che chi non utilizza uno strumento non si arroghi l’autorità di stabilire come lavora chi lo usa.

Se davvero si pensa che sia tutto facile, che basti un prompt e la macchina faccia il resto, il modo per dimostrarlo è a portata di mano. Si sceglie il modello che si preferisce e ci si fa scrivere un romanzo capace di vincere il Prix du roman Fnac, o anche soltanto un articolo come questo, senza fornirgli il mio testo, i miei appunti e le mie idee. L’ho proposto più volte e la sfida non l’ha mai raccolta nessuno, il che a pensarci bene è già una risposta. Chi non ne ha voglia può lasciar perdere e fare come crede, senza però giudicare gli altri.

Esiste persino una terza via, che temo suoni come un’eresia: restare diffidenti, ma incuriosirsi e chiedere a chi usa questi strumenti come lavora, quali vantaggi ha trovato e quali limiti. In anni di polemiche, nessuno di quelli che sono in prima linea a spiegarmi come scrivo con AI mi ha mai domandato come lo faccio davvero.

ARTICOLO n. 95 / 2026