ARTICOLO n. 2 / 2026
L’ERA DELLA BROLIGARCHIA
Pubblichiamo un’anticipazione da Internet non è un posto per femmine di Silvia Semenzin (Einaudi) in libreria da oggi. Ringraziamo l’autrice e l’editore per la disponibilità.
Il 20 gennaio 2025, Donald J. Trump si insedia per il suo secondo mandato come presidente degli Stati Uniti. Alla cerimonia inaugurale del Campidoglio, una parata di uomini bianchi in giacca e cravatta accompagnati da mogli dall’aspetto levigato e disciplinato lo attende trepidante. Tra gli ospiti d’onore siedono anche i volti più noti della Silicon Valley: Jeff Bezos (Amazon), Sundar Pichai (Google), Mark Zuckerberg (Meta), Tim Cook (Apple) ed Elon Musk (Tesla, SpaceX e il vecchio Twitter, ora X). Ogni frase del discorso presidenziale, specie quelle più dense di odio verso qualche comunità marginalizzata, viene accolta da un crescendo di applausi entusiasti e fischi da stadio. Poco dopo farà il giro del mondo l’immagine di Musk, appena nominato Capo del Dipartimento per l’Efficienza Governativa, che durante il suo discorso alza il braccio in segno di saluto nazista per ben due volte (gesto che verrà poi frettolosamente bollato dai media come «errore comunicativo» nonostante le posizioni politiche dichiaratamente reazionarie di Musk). Comincia così, con un’alleanza visibile e simbolica tra potere maschile, corporazioni digitali e ideologie reazionarie, l’era della broligarchia.
Immediatamente dopo l’insediamento di Trump, Mark Zuckerberg annuncia la sospensione delle politiche di Diversity & Inclusion (DEI) nei servizi del gruppo Meta, accusandole di aver «castrato» l’azienda e soffocato la libertà d’espressione. «Serve più energia maschile sui social media, – dichiara in un’intervista, – penso che avere una cultura che celebri un po’ di più l’aggressività abbia dei meriti». La nuova linea editoriale di Meta, presentata come una difesa del pluralismo, si rivela rapidamente per quello che è: un’agenda politica perfettamente allineata a quella del suo competitor X. Così, definire l’omosessualità o la transessualità come malattia diventa un’opinione legittima da esprimere, mentre temi legati a genere, femminismo e sessualità subiscono una censura sempre più sistematica. Parole come maschilità tossica, gender o patriarcato spariscono dagli algoritmi di raccomandazione e vengono oscurate dalle ricerche su Instagram e Facebook, in conformità a una lista di termini proibiti rilasciata dalla nuova amministrazione Trump.
In questo modo la censura algoritmica, cioè l’insieme di regole invisibili che decide cosa viene mostrato e cosa no, non si limita a stabilire chi può parlare e chi deve restare ai margini, ma può anche orientare l’immaginario collettivo verso l’adesione alle politiche più reazionarie dell’alt right. L’alleanza è funzionale a entrambe le parti: i giganti tecnologici ottengono meno regole e più profitti, mentre i politici reazionari si assicurano strumenti di comunicazione potentissimi. Come ha mostrato Michel Foucault, il potere si esercita attraverso il sapere; quindi, non sorprende che chi progetta e controlla le tecnologie dell’informazione – in larga parte uomini – metta questa egemonia al servizio di un modello identitario funzionale alla conservazione dei propri privilegi.
La cosiddetta manocultura, termine coniato dal sociologo Lionel Delgado per definire un insieme di contenuti digitali di stampo mascolinista e misogino, prende forma come parte di un progetto politico che salda capitalismo digitale e reazione culturale, in cui rivendicazioni razziste, abiliste, antifemministe e omotransfobiche diventano i pilastri di un’identità maschile perfettamente compatibile con le logiche di piattaformizzazione e del mercato digitale. L’adesione a queste politiche non avviene necessariamente per migliorare le proprie condizioni materiali, ma sempre più sulla base di un’appartenenza identitaria fondata sul genere che costruisce un nemico comune in tutto ciò che è percepito come non maschile – femminile, queer, vulnerabile, woke – offrendo in cambio l’illusione di un’identità forte, impermeabile e vincente. È un nuovo tipo di suprematismo bianco e maschile che ottiene consenso attraverso rivendicazioni aggressive sui temi di genere e diritti sessuali e imponendo il ritorno a una presunta “normalità”, che altro non è che il tradizionale maschile universale. È anche per questo che ampi settori della classe operaia finiscono per sostenere partiti di estrema destra o per legittimare l’accumulazione di ricchezza da parte degli ultramilionari.
Questa polarizzazione politica oggi non si riflette solo nelle urne, ma anche nelle estetiche dominanti della manocultura. È il caso del sostegno, esplicito o implicito, da parte di figure come Elon Musk a pagine italiane come Welcome to Favelas, che si presentano come spazi maschili neutri e popolari, ma che in realtà normalizzano, contenuto dopo contenuto, gli immaginari dell’estrema destra. Messaggi come «il femminismo è andato troppo in là» o «se gli uomini si radicalizzano è colpa delle femministe estremiste» diventano sempre più accettabili per un pubblico maschile generalista e, talvolta, persino per quello progressista. Il risultato è una dilagante cultura del sospetto verso il femminismo, una svalutazione della cura e dell’emotività e una crescente legittimazione della violenza online.
In questo ecosistema, pur continuando a occupare una posizione privilegiata nella progettazione tecnologica, molti soggetti maschili rimangono intrappolati in una gabbia algoritmica che li spinge a performare una maschilità aggressiva, competitiva e rigidamente allineata ai codici tradizionali della virilità. Tuttavia, nella coreografia della manocultura non danzano solo gli uomini. Anche molte donne, spinte dal desiderio di visibilità – che si tratti di fama, denaro, relazioni o voce politica – finiscono per muoversi all’interno di un sistema che premia la conformità agli stereotipi di genere e punisce chi li mette in discussione. In questa architettura, adattarsi alle regole del gioco può garantire accesso e visibilità, mentre sottrarsi alla manocultura significa esporsi a una vulnerabilità strutturale.