ARTICOLO n. 54 / 2026
UNA TRANSILVANIA VAMPIRIZZATA
kontinental '25
In collaborazione con I Wonder Pictures pubblichiamo una lettura di Kontinental ’25 di Radu Jude, al cinema da giovedì 25 giugno.
Se un amico mi proponesse di partire per la Transilvania, penserei subito a vaste foreste selvagge, a luminosi cieli freddi, a castelli costruiti su picchi rocciosi e popolati da individui vampireschi. Tuttavia, dal 1897 – quando lo scrittore irlandese Bram Stoker si ispirò al principe di Valacchia per il suo Dracula – l’atmosfera gotica ha, in parte, ceduto il posto a uno sviluppo tecnologico e immobiliare sempre più vorace.
Sorta a est dei Monti Apuseni, Cluj-Napoca è oggi il principale centro urbano della regione ultras silvas. Forte di undici università, numerosi centri di ricerca, start-up e infrastrutture moderne, la città è stata spesso definita la “Silicon Valley dell’Est Europa”.
Non è quindi un’assurdità se, marciando con i suoi grossi scarponi in un parco urbano, frugando tra foglie rosse d’autunno e sporcizia varia, un uomo s’imbatta in ringhianti dinosauri animatronici e, più tardi, chinandosi per dissetarsi a una fontanella, venga molestato da un cane robot telecomandato. Sui movimenti concitati e disperati di quest’uomo – una persona senza fissa dimora – si apre la prima inquadratura di Kontinental ‘25, il nuovo film del regista rumeno Radu Jude. Premiato nel 2025 al Festival Internazionale del Cinema di Berlino con l’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura, il film arriva nelle sale italiane il 25 giugno.
Dalle ampie strade, dove chiese in stile gotico si mescolano a palazzi in costruzione, Leroy Merlin, cartelli di vendita e avvisi di proprietà privata, il signor Ion Glanetasu scende nel seminterrato di un edificio abbandonato che ha reso la propria casa. Sono i primi di ottobre, la temperatura notturna comincia a calare e, copertosi con un logoro piumone, l’uomo si addormenta. A svegliarlo sono i ripetuti colpi alla porta e le parole con cui Orsolya – ex docente universitaria di diritto romano e ora ufficiale giudiziaria –, più che imporre, lo supplica di aprire. «Sappiamo che è in casa!» urla la donna, circondata dalla gendarmeria. Il provvedimento del tribunale è chiaro: l’uomo deve essere immediatamente sfrattato, perché un’importante società immobiliare tedesca vuole radere al suolo l’edificio per costruirvi un albergo di lusso, il Kontinental hotel.
A Glanetasu vengono concessi venti minuti per sgomberare lo scantinato dalle sue cianfrusaglie. Mentre i gendarmi fumano una sigaretta e discutono con l’agente giudiziaria della soffocante speculazione edilizia – «Costruiscono come matti» osserva lei – l’uomo si toglie la vita. Le mani sporche rovistano tra la sporcizia e tirano fuori un lungo fil di ferro. Attorcigliato al termosifone, l’uomo se lo lega al collo, stringendolo con implacabile ferocia. Le vene si comprimono, il volto s’arrossa e i piedi scalciano disperatamente.
Nella città rumena il suicidio di Ion passerebbe sotto silenzio, o al massimo verrebbe appena accennato in smilzi trafiletti giornalistici – come accade anche in Italia dove non ha generato particolare reazione la rilevazione della Fio.PSD (la Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora) secondo cui, nel corso del 2025, sono morti 414 persone senza fissa dimora. Se non fosse che la società mediatica è crudele e, mentre la donna, annientata dal senso di colpa, intraprende un’intima via crucis, è anche costretta a confrontarsi con una violenta ondata di insulti social a sfondo nazionalista e sessista. Non è forse un’ufficiale ungherese colei che ha sgomberato e provocato la morte di un’ex atleta rumeno senza fissa dimora? Il web accusa polemico: gli ungheresi pretendono perfino di uccidere i locali?
Sono trascorsi più di cent’anni dal crollo dell’impero austro-ungarico e dal Trattato di Trianon con cui la Transilvania fu «rubata» – come sottolineerà la madre di Orsolya – all’ex Regno d’Ungheria e ceduta alla Romania. Oggi nel Paese la minoranza magiara costituisce circa il 5% della popolazione, superando il 20% in Transilvania e oltre il 90% in alcune città. Nonostante il lavoro di integrazione portato avanti dall’UDMR (l’Unione Democratica dei Magiari della Romania), le tensioni restano, innestandosi all’interno di un mio ampio scenario europeo xenofobo e razzista. A partire soprattutto dall’ingresso nell’UE, la Romania non è più solo una nazione che esporta manodopera all’estero ma è essa stessa divenuta meta di lavoratrici e lavoratori migranti, provenienti soprattutto da Nepal, Sri Lanka e Bangladesh. Alla luce delle attuali proposte di remigrazione propagandate dalle destre, non stupisce più di tanto se, sulla borsa termica di Fred – l’ex studente di diritto di Orsolya, divenuto rider –, risalti, tutta sbrilluccicante, la scritta: “Sunt român”. È un avvertimento rivolto alla maggioranza degli autisti che, come spiega il rider, dimostrerebbero «più cuore» con un compatriota, arrivando invece a investire deliberatamente rider stranieri.
Davanti a quest’affermazione, che vorremmo scambiare per battuta, abbozziamo un sorriso di ironia amara. Sul nostro volto si delinea una smorfia simile ogni volta che vediamo Orsolya alle prese con il mimare il gesto suicidario del senza fissa dimora e ripetere che, sebbene sembri strano, è possibile – anzi sarebbe addirittura «facile» – impiccarsi al termosifone. E ancora quando, nel salotto della casa materna dove si distingue con evidenza la bandiera tricolore dell’Ungheria, ascoltiamo l’anziana signora celebrare senza pudore Orbán e screditare l’incremento del PIL rumeno.
Confermando la sua attenzione verso gli squilibri socioeconomici della Romania contemporanea – si veda a proposito il suo film precedente sulla sicurezza sul lavoro, Do Not Expect Too Much From The End of The World, uscito nel 2023 – Radu Jude ci mostra in modo diretto e satirico la realtà di uno Stato post-comunista ormai divorato da un capitalismo feroce e dall’ossessione immobiliare.
Come si legge in un’intervista al regista pubblicata su News.ro., l’idea del film nacque circa tredici anni fa, quando, venuto a sapere del suicidio di una persona senza fissa dimora, scrisse una sceneggiatura da proporre alla televisione. Il progetto si arenò a lungo finché, consapevole del divario sempre maggiore tra ricchi e poveri, Jude decise di ritornarvi. A spronarlo fu anche la lettura di un saggio di Andrei Gorzo su Europa ’51, il capolavoro di Roberto Rossellini che richiama nel film tramite un vecchio manifesto cinematografico affisso sulle pareti di un cocktail bar.
Se, sullo sfondo della Roma del secondo dopoguerra, Ingrid Bergman interpreta il ruolo della moglie di un ricco dirigente aziendale che, dopo il suicidio del figlio, abbraccia un cammino di redenzione compiendo opere di carità, Orsolya tenta una strada simile, dimostrando però fin da subito una minore determinazione. Inoltre, nel film rumeno, «il dilemma morale» si trasferisce da un terreno più puramente metafisico-religioso a uno socioeconomico.
Un’altra importante influenza, come Jude afferma nella stessa intervista, è stata Psychodi Hitchcock. Il celebre film gli ha offerto un modello narrativo per uno spostamento improvviso della prospettiva registica – dalla persona senza fissa dimora all’ufficiale giudiziaria – e per affrontare il tema di un crimine. Tuttavia, non si tratta più di un crimine commesso da un singolo individuo in modo evidente e penalmente perseguibile, ma da una collettività indifferente.
«Legalmente è tutto a posto» assicura e si rassicura più volte Orsoyla, perché non è stata sua la decisione dello sfratto, perché lei è una semplice esecutrice di ordini ricevuti dal tribunale. Ma quanto è autentica la nostra innocenza quando applichiamo leggi ingiuste calate dall’alto? Quanto è giusto, civile e moderno un Paese caratterizzato dall’aumento del Pil, ma che depenalizza e dimentica le fasce sociali più vulnerabili? E in che mostro si è trasformata oggi la sanità pubblica se, per ricevere buoni per l’assistenza ospedaliera, i passanti sono costretti a fare squat per strada?
Consapevole dell’urgente necessità di politiche di inclusione sociale a sostegno della sanità, dell’istruzione e di tutto il mondo della cultura, Jude ha concepito il film «come un progetto realizzabile con mezzi limitati». Kontinental ’25 è stato, infatti, girato con un iPhone non per una velleità estetica, ma al fine di evidenziare come il cinema a basso budget possa «essere una soluzione, forse temporanea, per una cinematografia in stallo».
Non solo in Romania, ma in tutto il mondo la realtà socioeconomica diventa sempre più assurda nella sua disuguaglianza. Il merito di registi come Jude sta nel raccontare il presente senza filtri e attraverso storie di sopravvivenza quotidiana.