ARTICOLO n. 36 / 2026

CHE COS’È L’INFANZIA

Qualche giorno fa è morto uno scrittore molto bravo, Beppe Sebaste. Come accade spesso in questi casi, la sera stessa, sono andato a rileggermi alcuni passaggi dai suoi libri, quelli che nel tempo ho sottolineato. In particolare, mi sono soffermato su un brano tratto da Oggetti smarriti e altre apparizioni (Laterza), Sebaste scrive dell’infanzia e della nascita della sua precoce passione per Bob Dylan e poi chiude quel capitolo con un pezzo di bravura che commuove anche ad anni di distanza, in cui parte da ciò che scriveva Sant’Agostino rispetto alla memoria e che fa così: «[…] scriveva a proposito della memoria che, quando si evoca il passato, non ci ricordiamo le immagini, ma le parole, che a loro volta ci suggeriscono le immagini. Ancora oggi, quando piove in estate, e alla fine della pioggia l’odore si sparge nella luce del giorno, provo un’emozione dolcissima e intensa a camminare sui viali di foglie con le scarpe più grosse, quelle di fuori stagione; discrepanza che diventa così sinestesia, figura retorica sentimentale, la percezione insieme di un tempo abitato e un altro sognato». Sebaste, con Sant’Agostino, sostiene che al cospetto del passato ricordiamo le parole e che sono queste a suggerirci in seconda battuta le immagini. Lo scrittore di Parma mi riporta a una cosa cui credo: non solo ricordiamo le parole, ma la nostra memoria si riaccende sempre con le parole che altri ci hanno detto, specie se il passato che esaminiamo è quello della nostra infanzia.

Quasi tutto ciò che siamo in grado di riportare alla mente di quando eravamo bambini è un racconto che ci hanno fatto gli altri. Certi fatti ci sono stati detti così bene e così tante volte da un nonno, da una mamma, da una zia, fino a persuaderci che siano ricordi anche nostri. Oppure, nostro padre, mostrandoci una foto ci ha detto: Ecco, qua, hai fatto così e così, poi sei inciampato e ridevano tutti. Ce lo ha detto così tante volte che a quel punto non è più la foto, sono le parole, le sue, di Sebaste, di Sant’Agostino che diventano le nostre e noi riprendiamo ad agire prima di quella foto. Ricordiamo. 

Queste cose e altre mi hanno accompagnato durante la lettura di Il bambino a colori di Hervé Tullet (Il Saggiatore, 2026, traduzione di Rossella Savio), un bellissimo libro sull’infanzia, sulle sue origini, su cosa si fonda. Cosa è memoria e cosa non lo è, si domanda Tullet, cosa è ricordo e cosa è solo riportare da voci sopraggiunte all’orecchio. Quando (e come) si passa dall’essere un bambino trasparente – appena trasparente – a un bambino a colori, questo racconta Tullet, alla sua maniera. Leggiamo parole, ma vediamo schizzi, scarabocchi, entriamo in tutte le infanzie che nel tempo ha illustrato, immaginato e laggiù – tra una pennellata di blu, un pallone che rotola, due piedi che cercano il primo equilibrio sui pedali – ritroviamo la nostra.

Tra le pagine, l’autore va all’indietro alle origini della memoria, e noi scopriamo immagini, ma lui – mi pare del tutto evidente – ha pensato alle parole, a quelle del passato, le stesse di Sant’Agostino. Un bambino cresciuto nel silenzio, in una quiete assordante e profonda come l’abisso, tirato su nella solitudine. Non c’era altro modo, c’era solo quel tempo, e i giochi all’inizio erano interiori, erano le orecchie prestate all’ascolto di quello che dicevano o non dicevano gli adulti. Il bambino cresce negli anni della guerra d’Algeria, erano giorni complessi, sembravano giorni da persone compiute non da ragazzini. Il bambino però ha fantasia, ha cura, ha occhi da prestare al mondo e memoria da costruire. Tullet ci racconta come la sua vita non sia stata sempre a colori ma che forse proprio a quel tempo, nei pomeriggi di infanzia, siano nate nella sua testa, nel suo cuore, le macchie, le linee, i punti, il mondo degli scarabocchi, l’unica lente per capire e immaginare la vita. Il bambino che prende colore di Tullet ci salva, ci mostra come la creazione artistica, l’atto creativo, non appartengano a pochi eletti, ma siano sempre un percorso collettivo. Una luce che dal bambino va dagli adulti e mostra un modo di accedere al futuro, da qui la speranza, da qui la salvezza.

C’è la macchia, c’è la linea, c’è l’invenzione, c’è il colore e ci sono gli altri bambini, l’incontro con loro, il vero inizio della crescita, di ogni cosa. E in quel momento, tra quelle pagine Hervé Tullet, incontra la mia infanzia e me la spiega.

La mia infanzia è stata felice, mi pare di essere già nato a colori, così mi ricordo, così più probabilmente mi hanno raccontato. Sono stato il bambino a colori che molto fiero di sé ha imparato ad andare in bici in un vecchio cortile, me lo hanno detto. Sono stato il bambino che ha lottato duramente per rivendicare il possesso di un album completato di figurine Panini, ma anche quello ingenuo che se ne è fatto rubare un mazzetto appena fuori dall’edicola. A differenza di Tullet, ho saputo tardi delle cose dei miei nonni e della guerra, sono nato troppo avanti nel tempo. Tullet scrive il bambino mancato, il bambino che non sono stato. Io, invece, lo sono stato, ma come lui lo sono rimasto; perciò, lo sento vicino per ogni scarabocchio che vale come una poesia, la migliore.  Tullet che scrive di essere diventato il bambino che non era stato al cospetto dei suoi figli che gli hanno insegnato la felicità, a vedere il futuro che dicevamo qualche frase fa. Scrivendo di un luogo d’infanzia, in Normandia, l’autore afferma: odora di morte. E immagina che proprio lì sia stato assassinato suo nonno, dai collaborazionisti. In questo ricordo sfalsato ci incontriamo di nuovo. Sono tornato bambino, quando mio padre, pochi anni fa, mi ha raccontato che, durante i rastrellamenti a Giugliano (in provincia di Napoli), mio nonno e molti altri si salvarono nascondendosi nei comignoli. Mi piace molto questo frammento di storia familiare che sancì la salvezza di mio nonno, e di chissà quanti altri, e l’importanza dei comignoli. Due infanzie che si toccano in un tempo molto distante, e c’entra la guerra, un nonno assassinato e un nonno salvo, ma c’entrano due bambini che in epoche differenti, tra memorie, fantasie e racconti, si capiscono, pensando ai nonni. E io vedo, e ogni lettore può vedere – negli scarabocchi di Tullet – una macchia, una linea che unisce ogni bambino e lo colora, lo rappresenta. Leggendo Il bambino a colori ho visto con chiarezza il segreto di ogni infanzia che risiede nello scrigno della fantasia, nella memoria che si costruisce all’indietro, nel disegno che accomuna ogni nonno, gentile o meno, affettuoso o meno, morto o salvo che sia stato.

«Il mio primo ricordo è il rumore di un’esplosione», scrive Tullet. Il mio (al netto di quelli che mi hanno raccontato) riguarda me che pianto una penna nella fronte di un compagno di classe alle elementari, proprio per difendere quell’album di figurine. Non è stata anche quella un’esplosione? Anche molto forte, visto che non sono mai più stato violento, visto che poi ho continuato a usare la penna per difendermi, ma senza puntarla addosso a nessuno.

ARTICOLO n. 35 / 2026