ARTICOLO n. 100 / 2025

ALLE QUATTRO DEL MATTINO

Come fosse un calendario dell’avvento, una serie di contributi su cosa attendiamo, su cosa dobbiamo o speriamo di attendere. E anche su cosa significa attendere e l’attesa in sé. Da oggi fino al nuovo anno L’attesa accompagnerà i lettori di The Italian Review.

I work all day, and get half-drunk at night.
Waking at four to soundless dark, I stare.  

È un evento quotidiano, sebbene notturno. Una regola fissa o quasi. Chi ne è afflitto conosce la sua implacabile regolarità: se non alle quattro, alle quattro e mezzo, o persino prima, nel cuore della notte, con la sensazione di essersi appena addormentati – oppure, tutt’al contrario, l’illusione di aver riposato abbastanza ma schiudendo gli scuri scoprire che è ancora buio pesto. Ha un nome generico: “insonnia terminale”. Piombare nel sonno senza difficoltà ma non riuscire a continuarlo, a conservarlo – una sveglia brusca, precoce e inutile.

L’allerta ingenera pensieri particolari, irriproducibili in altri momenti della giornata, la cui specificità consiste appunto nel non servire ad altro che a impedire di riprendere sonno – a meno di far ricorso tardivo a qualche ipnotico, con il risultato di dormire in piedi e ciondolare fino a metà mattina. Lo sguardo dell’insonne si punta su una parete, o sul soffitto, o sulle tende i cui bordi prima o poi cominceranno a schiarire. Inutile girarsi e rigirarsi nel letto. Cambiamento illusorio. Il pensiero non si approfondisce, semmai si fissa. Gira e rigira sullo stesso punto come un vecchio disco rigato. Quello del poeta Philip Larkin s’incanta sulla morte, senza però addivenire a nulla, o meglio, portandolo a confrontarsi con il nulla desolante – la mente come sbiancata, slavata e vuota al di là dell’unica certezza, la fine inevitabile, di cui non vale la pena chiedersi il perché, semmai (ma si tratta di un esercizio altrettanto vano…) come, dove, quando avverrà.

The sure extinction that we travel to
And shall be lost in always. Not to be here,   
Not to be anywhere,
And soon; nothing more terrible, nothing more true.

Ah, potersi riaddormentare! Ancora un’oretta, almeno… per risvegliarsi che è già giorno fatto e l’angoscia alle spalle. E invece, quell’irresolutezza smaniosa, l’indecisione, avvolti dal “soundless dark” in cui fiammeggiano certezze sconfortanti. L’invocazione del sonno è puro autoinganno. E l’attesa del giorno che tra poco inizierà una fatica supplementare, problemi piccoli e grandi in vista, smanie, fastidi che vanno affrontati essendo persino più stanchi di quando si è andati a letto. Ma non si tratta del rimorso per tutto quello che (nella vita intera o semplicemente il giorno prima) non è andato per il verso giusto, e cioè gli atti mancati, le delusioni, le omissioni, le occasioni perdute – il bene non fatto, l’amore non dato, il tempo irrecuperabile – no, non è quello ad aver spezzato il sonno e a ostacolare la sua ripresa (nulla sarebbe più dolce…). Larkin si fa beffe ma al tempo stesso si trova a rimpiangere i vecchi trucchi che un tempo funzionavano da esorcismo contro quel pensiero: la religione, con le sue promesse ultraterrene, la filosofia, fin troppo saggia e insincera. La vita eterna e il nulla alla fine si equivalgono, elidendosi a vicenda. E nemmeno servirà a molto mostrarsi coraggiosi, poiché:     

… Courage is no good:
It means not scaring others. Being brave   
Lets no one off the grave.
Death is no different whined at than withstood.

Sia che la si affronti fermamente, sia piagnucolando, la morte sempre quella è. A tener sveglio me, lo confesso, prima dell’alba, non sono mai immagini così perentorie, radicali. L’estinzione più di tanto non mi preoccupa: la mia o quella collettiva. Piuttosto, è la mediocrità degli affanni ad affollarsi con le sue innumerevoli figure alla soglia della mente, fino a intasarla, a ingolfarla. Penso cioè a troppe cose e a nessuna, di passaggio, senza raggiungere alcuna conclusione definitiva. Alla luce del giorno i mezzi buoni propositi svaniranno poiché mancavano di una solida base nella volontà, ma al tempo stesso la profondissima angoscia andrà poco alla volta assottigliandosi e si trasformerà nella consueta, pressoché innocua malinconia – qualcosa di sopportabile, insomma.

Oramai lo so che andrà così, e aspetto, paziento, cambio fianco e mi rotolo nel letto per pura routine, sbircio strizzando gli occhi le lancette fosforescenti dell’orologio in un conto alla rovescia che si fa ogni quarto d’ora meno drammatico. Leggo qualche pagina possibilmente noiosa finché le righe si confondono. Resisto, oppure cedo, alla tentazione di afferrare lo smartphone e ricorrere a qualche galleria di corpi nudi. La resurrezione ci potrei giurare che accadrà – se non in gloria, con la miscela di caffellatte e zucchero in fondo alla tazza – una rivelazione così e così, tiepida, né chiara né scura, sempre uguale e sempre nuova. La ben meritata colazione.

Slowly light strengthens, and the room takes shape.

Oramai l’alba è passata, manca poco alle sette: il gioco è fatto, l’attesa terminata, il mondo si sta risvegliando, appunto, risorge, i telefoni sono pronti a squillare, i motori ad accendersi, «all the uncaring/ Intricate rented world begins to rouse». Luce filtra dalle tende male accostate. Emerge un tipo ben diverso di chiarezza. Il lavoro che s’ha da fare anche oggi va fatto, comunque, il compito da svolgere, ogni giorno daccapo, quasi ora di alzarsi, era perfettamente inutile mettere la sveglia, nient’altro che questo, la continuità, il lavoro di vivere. 

Aubade
di Philip Larkin

I work all day, and get half-drunk at night.   
Waking at four to soundless dark, I stare.   
In time the curtain-edges will grow light.   
Till then I see what’s really always there:   
Unresting death, a whole day nearer now,   
Making all thought impossible but how   
And where and when I shall myself die.   
Arid interrogation: yet the dread
Of dying, and being dead,
Flashes afresh to hold and horrify.

The mind blanks at the glare. Not in remorse   
—The good not done, the love not given, time   
Torn off unused—nor wretchedly because   
An only life can take so long to climb
Clear of its wrong beginnings, and may never;   
But at the total emptiness for ever,
The sure extinction that we travel to
And shall be lost in always. Not to be here,   
Not to be anywhere,
And soon; nothing more terrible, nothing more true.

This is a special way of being afraid
No trick dispels. Religion used to try,
That vast moth-eaten musical brocade
Created to pretend we never die,
And specious stuff that says No rational being
Can fear a thing it will not feel, not seeing
That this is what we fear—no sight, no sound,   
No touch or taste or smell, nothing to think with,   
Nothing to love or link with,
The anaesthetic from which none come round.

And so it stays just on the edge of vision,   
A small unfocused blur, a standing chill   
That slows each impulse down to indecision.   
Most things may never happen: this one will,  
And realisation of it rages out
In furnace-fear when we are caught without   
People or drink. Courage is no good:
It means not scaring others. Being brave   
Lets no one off the grave.
Death is no different whined at than withstood.

Slowly light strengthens, and the room takes shape.   
It stands plain as a wardrobe, what we know,   
Have always known, know that we can’t escape,   
Yet can’t accept. One side will have to go.
Meanwhile telephones crouch, getting ready to ring   
In locked-up offices, and all the uncaring
Intricate rented world begins to rouse.

The sky is white as clay, with no sun.
Work has to be done.
Postmen like doctors go from house to house.

ARTICOLO n. 11 / 2026