ARTICOLO n. 93 / 2026
A PROPOSITO DI ANNE CARSON
Diversi anni fa, lavorando nella redazione di un giornale, mi capitò sottomano un testo. Credo fosse stato dimenticato lì da uno dei grafici. Riparavo spesso al piano di sopra, dove stavano ammassate copie di libri in esubero, vecchi numeri in giacenza e tutto ciò che dalle case editrici ci veniva elargito in dosi abbondanti – uscite, novità, ristampe, casi letterari. Regnava un disordine oscuro, dettato forse dalla luce che entrava a malapena dalle imposte abbassate. Erano stanze permanentemente vuote. Il lavoro veniva svolto al piano terra, intorno a un lungo tavolo rettangolare, e tutte le volte che provavo a sgattaiolare lassù, dove cioè non entrava nessuno e a nessuno sarebbe mai venuto in mente di stare, arrivava puntuale il caporedattore a ordinarmi di tornare giù. «Ma perché?», protestavo. «Se mi concentro meglio qui…». Il caporedattore non capiva, trovava insieme poco appropriato e degno di sospetto quel mio desiderio di fuga, di ritiro, e poiché era una persona perbene tentava di convincermi a sollecitare il mio spirito di gruppo, il lavoro di squadra, a ragionare in termini collettivi. Per questo, forse, intascai la copia del libro che un giorno trovai appoggiata in un angolo – scordata da qualcuno? Lasciata lì di proposito per motivazioni a me ignote? – e la infilai senza complimenti all’interno della mia borsa: si trattava di una piccola ripicca, di un tiro messo a segno, un dispetto evanescente che avrei tenuto serbato tra me e me.
Il libro in questione era Economia dell’imperduto di Anne Carson. Lo pubblicava Utopia, era tradotto da Patrizio Ceccagnoli. E non è un caso che a introdurmi all’opera di Carson sia stato proprio questo testo che mette in relazione Simonide di Ceo e Paul Celan, l’idea del linguaggio diventato valore di scambio con la traiettoria storica, politica, esistenziale dell’artista assurto a impiegato del proprio talento. Come se l’imperduto, lo scampolo, il residuo incalcolabile coincidesse o potesse direttamente consistere in un volume sottratto all’economia della giornata, in ciò che la scansione implacabile delle ore di lavoro a un certo punto espelle alla stregua di un difetto di manovra finendo poi per rivelarsi l’unico dettaglio prezioso, veramente sacro, isolabile dal resto. Quel che eccede e viene scartato, secondo Anne Carson, supera la prova del tempo ben più della materia grave, concreta, inaggirabile che invece «salta subito agli occhi», il malloppo quotidiano di gesti, parole di uso comune. La macro e la microstoria di ogni individuo, riassumibili per eventi, fotografie, episodi decisivi, sono più arbitrarie dei dettagli che esulano dall’ordine logico e dunque funzionale del tempo. Dovrebbero essere valutate a peso d’oro, invece non ne hanno nessuno e corrispondono, per così dire, a qualcosa di effimero, volatile, del tutto privo di consistenza.
Molto altro di Anne Carson mi è poi passato tra le mani, da Decreazione (Utopia, 2023) a Il genere del suono, uscito quest’anno per Crocetti con la postfazione di Carmen Gallo. Nel 2025 Utopia ha pubblicato La norma sbagliata dove sono di nuovo i frammenti, le singole parole a emergere, a sollevarsi quasi come un vapore, uno sbuffo di fumo – impercettibile e contemporaneamente inconfondibile – sopra l’ammasso altrimenti compatto, uniforme, omogeneo del discorso.
Ma sul concetto di imperduto continuai a ragionare, proprio in quanto mi pareva – mi pare – non possa essere che la traccia sottostante a ogni suo lavoro, un orientamento che guida l’opera e la illumina retrospettivamente. L’imperduto sembrerebbe infatti il solo elemento a perdurare al di là delle contingenze materiali. Le supera, raccogliendosi al di sopra di esse. Sottratto alla perdita come l’oro che rimane – raro – setacciando il greto di un fiume depurato dal terriccio in cui si confonde, l’imperduto si presenta come qualcosa di permanente, di stabile, il cui valore resiste anche se tutto passa. È il cuore delle cose e al contempo delle cose la loro polvere, un insieme di granelli che aleggia a testimoniarne il passaggio quando sono finite, concluse, appena dissolte, più veloci «di una mosca dalle lunghe ali», dice Simonide.
Transitorietà e permanenza, fugacità e durata: a queste coppie di opposti si associa di solito il linguaggio, la parola. Poiché Anne Carson è un’autrice che procede per frammenti, sovrapponendo poesia e prosa, autobiografia e saggismo una risposta del genere può suonare scontata. Se però del linguaggio si circoscrive la sua «norma sbagliata», la sua molteplicità di significati, il suo procedere disordinatamente e in modo avventuriero, per tentativi – si ricordi il magistero di Saffo che per primo segna il battesimo di Carson a letterata e grecista – la posta in gioco si alza: in assenza di norme, di regole, di codici il linguaggio perde il suo mandato comunicativo, il tentativo di efficientamento delle istanze tra gli individui e si trasforma in un dispositivo disorganizzato, scompaginato, le cui possibilità espressive sono più autorizzate a svolgersi in pienezza. Restituire alle parole la loro natura potenziale, impensabile – o impensata – significa concepire il testo alla stregua di una dimensione organica, vitale, al cui interno avviene effettivamente qualcosa e non ci si limita a unire preposizioni, ad andare dal principio alla fine. Ecco allora che la ripresa di forme classiche impervie – la sestina, per esempio – serve a Carson per battere metaforicamente il tacco su questioni di attualità (Remix della Povertà, a pagina 98 de La norma sbagliata). Estratti di prosa sono suddivisi in una serie di appendici sul farmaco, sulla vergogna in senso greco («Le persone sole si vergognano della propria solitudine. Gli adulti si vergognano di ciò che vedono i bambini. I ricchi si vergognano dei sacchetti di plastica. Pure i poveri. Non sono gli stessi sacchetti»). La si vede poi passare a riflettere sul concetto di accuratezza prendendo a pretesto una frase di Hölderlin («il mio cuore è nuotato nel tempo») e premettendole una serie di considerazioni in cui compaiono i termini registratore, videoregistratore, scale, conversazione. La dissertazione si conclude con la sentenza: «Mi sembra che tutto questo manchi di accuratezza» (pagina 145).
In questo punto estremo dove le parole non sono più quelle di sempre, ma non sono ancora diventate altro o tutt’altro, il solo freno, il solo argine alla spinta distruttiva, terminale, accelerata del presente è raccolta all’interno del linguaggio e delle sue insperate, potenti diramazioni. Benché nelle mani non restino forse che parole – poetiche – l’imperduto si oppone alla perdizione del nostro tempo.