ARTICOLO n. 3 / 2026
Di Sofia Torre
LE STORIE D’AMORE NON FUNZIONANO
Pubblichiamo un’anticipazione a L’amore no. Discorsi sul pessimismo post-amoroso di Sofia Torre pubblicato da Minimum Fax e da oggi disponibile nelle librerie. Ringraziamo l’autrice e l’editore.
Immagino che dovrei sentirmi almeno un po’ in colpa: per un certo lasso di tempo sono stata distaccata dalla realtà come un film o un sogno, senza avere molta cura di quello che non mi riguardava. Sono stata immersa nelle mie malinconie come una vecchia signora ostaggio dei suoi ricordi, una trentenne all’apice della sua freschezza e delle sue energie con i movimenti e la voce impastati di una tristezza appiccicosa che non appartiene a una persona a cui, diciamolo, non sta succedendo niente di grave: niente che giustifichi questa incapacità di ricominciare a organizzare le giornate secondo priorità e logistiche sensate.
Le storie d’amore che non funzionano non sono malattie incurabili o catastrofi naturali, ma l’effetto è quello di un licenziamento improvviso: ti senti nudo, impotente, sai di essere più vulnerabile di prima e non sai bene come gestire il tuo inaspettato tempo libero. Non è andata come volevo, ma che sarà mai?
Sull’educazione alla pazienza, all’incuranza e a un certo presa-benismo i Rolling Stones ci hanno fondato una carriera ‒ «You Can’t Always Get What You Want» ‒ ma, per quanto io sia d’accordo con Mick Jagger, questa volta è stato particolarmente difficile limitarsi a sperare che prima o poi otterrò anche io quello di cui ho bisogno.
La convinzione, poeticamente tramandata da libri di storia e manuali di comunicazione politica, per cui gli esseri umani si raccontano storie per sopravvivere trova una particolare declinazione se analizzata attraverso la lente di genere. Se alle parole maschili viene sempre riservato un certo grado di tolleranza e la cortesia di credere che due uomini tendano a scambiarsi informazioni che sono sempre, quando non necessarie, quantomeno utili, nell’immaginario collettivo, le donne sprecano la maggior parte del loro tempo in chiacchiere situate agli antipodi dell’utilità. Si confidano, strillano, spettegolano, non sono in grado di tenere la bocca chiusa – una convinzione che abbatte qualsivoglia distinzione tra cultura alta e cultura bassa e contempla tutto: dagli studi sulla relazione tra empowerment femminista e successo aziendale alle vignette dal dubbio umorismo che appaiono sulla Settimana Enigmistica. Se nell’immaginario comune gli uomini sono legati alla razionalità e all’intelligenza pratica, la donna è legata allo stereotipo dell’isteria, per cui quello che non può essere simbolizzato nel linguaggio si traduce in risposte corporee esagerate, che dettano un’incapacità di stare in mezzo agli altri in modo socialmente accettabile. Parafrasando Susan Sontag e il suo The Double Standard Of Agingsi può affermare che la saggezza popolare lascia pochi dubbi in merito alla presunta incapacità femminile di soffrire in silenzio, mentre un uomo che si lamenta non sarà mai e poi mai additato come isterico. Come sottolinea Sontag, poiché il compito degli uomini è essere sé stessi e agire, i criteri in base ai quali si giudica la loro apparenza sono molto meno stringenti di quelli riservati alle donne. Sontag si riferisce al doppio standard, alla patologia sociale dell’invecchiamento e del suo ruolo nell’immaginario, ai due pesi e due misure che caratterizzano la ricezione dell’età avanzata negli uomini e, in particolare, al fatto che agli uomini sia permesso sembrare più vecchi senza alcuna penalizzazione sessuale – ma un ragionamento analogo può essere applicato a qualsiasi manifestazione di vulnerabilità e di imperfezione, fisica e morale. Così come l’invecchiamento più che una contingenza biologica può essere definito un giudizio sociale, allo stesso modo il biasimo verso le lamentele e l’insoddisfazione detta uno standard, obbligando a mantenere apparenze quanto più possibili pacate, rassicuranti e appetibili.
La letteratura si mostra rivelatoria a proposito del doppio standard morale sulla bontà degli uomini e delle donne, che possono sgarrare e appartenere all’alveo dei personaggi negativi, ma solo a patto di ravvedersi in qualche modo o di accettare l’inevitabile punizione. È il caso di Anna Karenina, adultera e desiderosa di abbandonare il marito e i figli, che si autocondanna a una fine tragica. Il rapporto tra femminilità e caratteristiche negative dovrebbe più coerentemente essere etichettato come una relazione impossibile, per declinare in termini immediatamente comprensibili la tensione tra responsabilità e secondarietà. Le donne non sono mai sgradevoli e basta. Possono essere aggressive e nevrotiche, ma il centro del loro essere deve fondarsi sulla gentilezza e sull’altruismo. Possono essere forti, ma solo a patto di conservare tratti di fragilità che le rendano appetibili per gli uomini. Possono essere negative, apertamente sgradevoli, a tratti crudeli, ma solo se giustificate dall’eroismo, dal carisma, dalla magnificenza. Senza almeno una di queste caratteristiche, un’eroina non è accettabile, non funziona: chi mai potrebbe immedesimarsi in un personaggio fondato unicamente sulle pessime abitudini? (…)
La società – almeno quella occidentale ‒ pretende dalle donne una certa morigeratezza e responsabilità e la maggior parte delle persone, tanto gli uomini quanto le donne, tendono ad equiparare responsabilità e obbedienza a regole e norme prestabilite, anche in termini di ruoli di genere, che comprendono una certa infantilizzazione della parte femminile. All’umiliazione di essere trattate come bambine, prive di qualsiasi capacità di gestione del sé, di qualsiasi potere e di qualsiasi possibilità di desiderare, il femminismo ha risposto con una visione collettiva, spostando la lente e avvicinandosi alla narrazione femminile: la pratica dell’autocoscienza, spesso interpretata come una semplice condivisione, ha a che fare con la possibilità di sperimentare identificazione e riconoscimento tra pari. Importata dal contesto statunitense in cui era stata ideata, l’autocoscienza aveva concesso ai gruppi femministi italiani gli strumenti per elaborare una critica delle dinamiche del dominio patriarcale attraverso l’analisi delle esperienze private di oppressione delle donne che vi parteciparono. (…)
Questa concezione ha un potere rilassante, soprattutto perché mette qualcuno come me, da cui non si possono pretendere personalità e conoscenze analoghe a quelle delle nostre grandi predecessore femministe, nella posizione di rivendicare la propria unicità attraverso tratti poco gradevoli come il risentimento, l’ansia e un senso dell’umorismo poco apprezzato. Chi dice che l’atto di lamentarsi non possa essere considerato una forma di autocoscienza? Che decidere di spegnere tutto e dormire non possa essere considerata un’intima, personale, addirittura artistica, forma di autocoscienza?