Ella Marciello

ARTICOLO n. 8 / 2026

INVENTARE UN LINGUAGGIO

Ho l’abitudine – alcuni direbbero il vizio, io dico semplicemente che in questo sono una persona fondamentalmente prevedibile – di guardare ogni anno, verso dicembre, le classifiche delle parole più cercate su Google. Lo faccio con la passione irrigidita con cui certi fanno l’albero di Natale, forse perché mi piace l’idea che si possa misurare l’ansia collettiva attraverso le query di ricerca, forse perché mi rilassa scoprire che anche gli altri non sanno cosa stanno cercando, dove stanno andando, se poi stanno andando da qualche parte effettivamente.

Quest’anno, in cima alla lista italiana, campeggia parafilia. Gli italiani hanno cercato più di ogni altra cosa “cosa significa parafilia”, che – per chi non lo sapesse, ed evidentemente eravamo in molti – indica interesse sessuale intenso e persistente verso oggetti, attività o situazioni atipiche. 

Ora, prima di fare considerazioni sofisticate sulla psiche nazionale, va detto che questa improvvisa passione collettiva per la terminologia psichiatrica non nasce da un risveglio di interesse per la sessualità deviante (ma “deviante” sarà poi la parola giusta?) in quanto tale, ma dal caso Garlasco, dalla perizia su Stasi, da quel bisogno quasi compulsivo che abbiamo di capire il mostro. Di studiarlo. Di analizzarlo. Di infilare in un motore di ricerca le parole tecniche che lo descrivono. Non per capirlo davvero – non credo nessuno di noi volesse realmente entrare nella testa di Stasi (sarebbe già catalogabile come empatia e di questo sono piuttosto certa pochissimi siano capaci di) – ma per rassicurarsi. Per tracciare una linea netta tra noi e lui. Per poter dire: ecco, è clinicamente (parola per altro interessante, qui) diverso da me, io sono normale, io sono dalla parte giusta della normalità, io non sarei mai capace di fare quella cosa.

E così, cerchiamo ossessivamente di capire il linguaggio della devianza non per compassione o interesse scientifico, ma per costruire un recinto linguistico che ci tenga al sicuro. Se riesco a nominare con precisione cosa hai tu che io non ho – una parafilia, un disagio, l’estrinsecazione di una certa forma di violenza appunto – allora posso dormire tranquillo sapendo che sono diverso, che sono a posto, che quella violenza lì non mi appartiene e non mi apparterrà mai. Il linguaggio tecnico funziona come una forma di esorcismo: nominare il male per allontanarlo da sé.
Signore Gesù Cristo, Verbo di Dio Padre e Signore dell’universo, tu hai dato agli Apostoli
il potere di scacciare i demoni nel tuo nome e di vincere ogni assalto del nemico.
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Oxford Dictionary, intanto, con quel tempismo impeccabile che hanno gli inglesi per nominare le nostre nevrosi collettive proprio mentre le stiamo vivendo, ha scelto rage bait come parola del 2025: «Contenuti online deliberatamente progettati per suscitare rabbia o indignazione», il cui uso, ci informano con la consueta freddezza accademica, è triplicato nell’ultimo anno, il che non sorprende nessuno che abbia un account social e un minimo di onestà intellettuale.

Tutti sappiamo di che cosa parliamo. Noi, novelli cani di Pavlov, scrolliamo, vediamo qualcosa, sappiamo – spesso con certezza matematica – che è stato scritto, postato, confezionato apposta per farci incazzare, e ci caschiamo lo stesso perché la rabbia è più veloce del pensiero, perché l’indignazione parte prima che il cervello possa intervenire e dire aspetta, respira, questo è un tranello – e poi restiamo lì, come in certi letti la mattina dopo, con il cuore spompato e quella vaga sensazione di essere stati manipolati, usati, ridotti a numero, a carburante per desideri altrui, il che è sempre stato deprimente e sociologicamente affascinante insieme.

Ma il punto, e qui la cosa diventa interessante, o forse solo più avvilente a seconda del livello di ottimismo residuo di ciascuno, è che il rage bait non è rimasto confinato nei social come tecnica per produrre engagement, ma il suo meccanismo profondo – dire cose deliberatamente provocatorie sapendo che scateneranno reazioni, occupare tutto lo spazio del dibattito cavalcando l’indignazione altrui, trasformare la rabbia collettiva in carburante per la propria visibilità – è migrato dalla piattaforma ai consessi, di qualunque natura, diventando linguaggio politico vero e proprio, modo di governare, strategia non solo legittima ma premiata dal consenso, come se avessimo collettivamente deciso che l’importante non è più quello che si dice ma quanto rumore riesci a fare dicendolo.

L’Italia quest’anno ci ha regalato la scena memorabile della Premier che salta gridando “chi non salta, comunista è”, proprio così, come se fossimo allo stadio e non alla guida di un paese del G7, e io ho visto quel video – credo di averlo visto almeno cinque volte, forse sei, per capire se fosse generato con Sora – e ho pensato, con una certa ammirazione per la spudoratezza: ecco, abbiamo ufficialmente smesso di fingere che ci sia un limite sotto il quale non si può scendere, abbiamo scavato così tanto da uscire dall’altra parte, in questo giardino dell’Eden rovesciato dove linguaggio politico e quello da tifo organizzato sono la stessa cosa e va tutto benissimo così.

Meloni, per inciso, parla moltissimo di “rispetto”, è una delle sue parole preferite insieme a “forte”, “fiera”, “schietta”, “leale”, tutto un vocabolario della credibilità istituzionale che suona benissimo nei discorsi ufficiali e nelle conferenze stampa, solo che il rispetto nel 2025 – e questo è il punto che mi interessa – è diventato esattamente come la sostenibilità per le aziende o l’inclusione per le risorse umane: una parola che dici mentre fai il contrario, uno scudo retorico che usi per difenderti dalle critiche mentre attacchi con la stessa identica violenza che denunci negli altri, e non è nemmeno ipocrisia in senso classico, è qualcosa di più sofisticato e contemporaneo, è aver capito che nel regime del rage bait la coerenza è un optional perché l’importante è occupare tutto lo spazio della conversazione, dominare il ciclo delle notizie, far sì che tutti parlino di te anche e soprattutto per dire quanto sei insopportabile.

Gli esperti di Oxford, con quella precisione che hanno i linguisti quando descrivono i nostri comportamenti collettivi, hanno fatto notare che rage bait (2025) e brain rot (2024, «deterioramento mentale dovuto al consumo eccessivo di contenuti stupidi online») formano un ciclo perfetto, quasi poetico nella sua completezza naturale: l’indignazione innesca engagement, gli algoritmi la amplificano perché funziona, l’esposizione costante ci lascia esausti, e dal bordo di questo esaurimento non riesci più a discernere, analizzare, opporti con lucidità, sei solo vuoto, proprio come un sacchetto del pane senza il pane dentro, inutile e accartocciato, con la rabbia come unica risposta disponibile.

Gaza è stata un caso di studio perfetto, quasi didattico di come il linguaggio possa essere usato strategicamente per non vedere quello che stai guardando. Per mesi, anni, il dibattito pubblico italiano è stato tutto un “Ma è tecnicamente un genocidio?”, “Quali sono i criteri giuridici esatti?”, “Bisogna verificare le definizioni della Convenzione del 1948”, “Definisci bambino”, spostando la questione da politica a tassonomica, come se il punto fosse in quale categoria archiviare quello che scorreva sui nostri schermi tra una storia Instagram e l’altra, e gli italiani infatti hanno cercato su Google «Perché Israele ha attaccato Gaza», una domanda che già nella formulazione presuppone che ci sia una risposta pulita, certa e innegabile, una spiegazione lineare che una volta letta ti permetta di capire e andare avanti con la tua vita, quando invece – e qui sta la disperazione – alcune cose non hanno spiegazioni che le rendano accettabili, alcune cose sono semplicemente quello che sono nella loro tragedia deflagrata, e cercare i perché è solo un modo elegante per evitare di dire ad alta voce: stiamo guardando un genocidio e stiamo cercando definizioni sul dizionario.

Il linguaggio diplomatico e giornalistico, in tutto questo, si è rivelato un capolavoro assoluto di eufemismi: “corridoi umanitari”, “linee rosse”, “cessate il fuoco fragili”, “soluzioni negoziate”, tutte parole che sono nebbia e galleggiano sopra i corpi. Parole che nascondono, che parlano di morte senza dire morte, di pulizia etnica senza nominarla, di sterminio usando venti perifrasi diverse ma mai quella parola lì.

È una scelta trasformare l’insopportabile in questione procedurale, in qualcosa su cui si può discutere mantenendo un tono pacato e professionale, e funziona, funziona perfettamente perché mentre discutiamo di semantica, mentre verifichiamo definizioni, possiamo continuare a guardare senza sentirci moralmente costretti a fare qualcosa, perché se non lo chiamiamo con il suo nome, se manteniamo tutto in quella zona grigia confortevole del dobbiamo verificare allora non siamo complici, siamo solo persone ragionevoli che stanno cercando di capire e districarsi in una situazione complessa.

E qui torniamo alla parafilia, in un certo senso: la stessa ossessione per il linguaggio tecnico che ci permette di mettere distanza. Cerchiamo “parafilia” per sentirci diversi da Stasi, cerchiamo “criteri giuridici del genocidio” per sentirci salvi, diversi. In entrambi i casi, il linguaggio tecnico funziona da schermo: finché possiamo nominare con precisione clinica l’orrore possiamo illuderci di non esserne toccati, di restare dalla parte pulita della barricata.

E poi c’è consenso, che è entrata prepotentemente nel dibattito pubblico quest’anno, con tutta questa mandria di maschi terrorizzati che fanno ironia e battute nervose e “oddio adesso le donne ci denunceranno se vogliono vendicarsi”, come se il consenso fosse un trabocchetto legale inventato dal femminismo per rovinare loro la vita invece che – e qui sta il punto che sembra sfuggire sistematicamente – semplicemente il riconoscimento avanguardistico che l’altra persona è un essere umano con volontà propria e non un oggetto inerte che subisce le tue decisioni. Quello che mi colpisce, ogni volta che sento queste conversazioni, è quanto sia evidente che per molti uomini il consenso non è solo un concetto nuovo e astratto ma un concetto attivamente minaccioso, perché implica che la donna abbia potere, che possa dire sì ma anche no, che possa cambiare idea, che non sia già implicitamente disponibile per il solo fatto di esistere sul pianeta o di aver dato un certo segnale interpretato unilateralmente come assenso. Il consenso rovescia completamente il presupposto patriarcale di fondo – che la donna sia territorio conquistabile e l’uomo abbia diritto al tentativo di conquista – e quando rovesci un presupposto su cui hai costruito tutta la tua comprensione delle relazioni, è ovvio che reagisci con panico e ridicolizzazione, perché ammettere che quel presupposto era sbagliato significherebbe ripensare tutto, e ripensare tutto è faticoso, è insopportabile, e soprattutto implica la comprensione che forse, probabilmente, hai fatto danni che non hai mai visto come reali.

Sempre probabilmente, però, il dato più interessante di questo 2025 linguisticamente devastato è l’assenza, è tutto quello che non possiamo dire perché non abbiamo le parole per dirlo. Una selva di esperienze concrete, quotidiane, che attraversiamo tutti ma che restano mute, intrappolate dentro di noi, perché manca il nome che le renderebbe condivisibili e quindi politiche.

Ci servirebbe una parola precisa per nominare quella stanchezza particolare che non è fisica, che non sconfiggi dormendo otto ore o attraverso una beauty routine, ma è quella profonda, strutturale, che ti si ficca nelle ossa quando capisci, improvvisamente o gradualmente poco importa, che il sistema non è rotto per caso, non è un incidente o un malfunzionamento temporaneo, ma opera esattamente come è stato progettato per operare, che non ha a che fare con la tua inadeguatezza o incapacità di stare al passo: è il sistema stesso a essere impossibile, e questa impossibilità è calcolata in fase di progettazione, ossia voluta, necessaria, funzionale al suo perpetuarsi.

Ci servirebbe una parola per nominare l’esperienza di sapere che stai partecipando a qualcosa di insostenibile ma non avere alternative reali. Non puoi usare complicità, perché la complicità implica una scelta. Non puoi usare impotenza, perché l’impotenza cancella pure ogni speranza e noi questo, oggi e poi, non possiamo permettercelo. È quella zona d’ombra in cui sai che quello che fai contribuisce a un sistema che non condividi. È l’ambiguità strutturale della vita contemporanea, quella che ti rende simultaneamente vittima e carnefice. Il linguaggio morale tradizionale non riesce a contenere questa complessità. Ti dice: o sei colpevole o sei innocente. Ma la vita vera è fatta di questa complicazione irrisolvibile.

Ci servirebbe una parola per quel lavoro invisibile, quel tenere insieme relazioni, anticipare bisogni prima ancora che l’altro li esprima, gestire emozioni altrui mentre le tue restano accuratamente non dette, quel carico mentale che pesa come un macigno ma non si vede, non si misura: non abbiamo una parola davvero precisa per questo – “carico mentale” è un’approssimazione recente, ancora traballante, che non tutti riconoscono come termine legittimo e parla della mente, quando anche il corpo è stremato – quindi resta nel registro dell’ovvio, del naturale, e quello che è ovvio, per definizione, non si riconoscere come peso perché se è così per tutti allora evidentemente è normale e il problema sei tu che non riesci a gestirlo con leggerezza, a passo di danza, mentre saltelli tra altre due parole – conciliazione e work-life balance.

O ancora, e questo mi interessa particolarmente: ci servirebbe una parola per quel momento preciso, quasi fisico nella sua intensità, in cui qualcosa si spezza dentro di te e dici basta, non come rinuncia o resa ma come rivendicazione, quando smetti di adattarti in continuazione alle strutture esistenti e inizi invece a pretendere che siano le strutture ad adattarsi a te, a riconoscere la tua esistenza e i tuoi bisogni come legittimi e non come pretese eccessive. Questo momento succede – mi è successo, ci è successo – ma non avendo un nome preciso che lo identifichi rimane isolato, privato, percepito come un episodio personale di coraggio o instabilità emotiva a seconda di come va a finire, e non come il segnale che qualcosa di sistemico ti ha fratturato negli anni, sotto la superficie.

Il femminismo ha capito questo meccanismo da tempo e come spesso succede ha fatto un lavoro artigianale paziente di invenzione linguistica per nominare violenze che esistevano da sempre ma orfane di nome: molestia, stalking, mansplaining, gaslighting, cat-calling, stupro coniugale. Tutta una serie di termini che quando sono entrati nel vocabolario comune hanno prodotto ogni volta una piccola rivoluzione, perché improvvisamente milioni di donne hanno capito che quella crepa specifica che pensavano fosse solo loro – la loro eccessiva sensibilità, la loro paranoia, la loro incapacità di prendere le cose con leggerezza, il loro dolore – era in realtà condivisa, era strutturale, e quindi poteva essere condivisa, contestata, rifiutata. Combattuta. Suturata.

Quando la parola manca si apre la possibilità della solitudine: ognuno la vive per sé e in senso assoluto. L’unicità isolata dell’esperienza, del sentire quella vertigine. 
Quando la parola manca, manca anche la voce, non dici, non puoi. Diventa sintomo personale invece che difetto collettivo e ti convinci che l’unica soluzione – giusta, razionale e sensata – sia quella di cambiare tu, di migliorare tu, di dormire meglio tu, di produrre di più, di diventare tu più resiliente (non ci mancavi, parola del 2020).

E se spostiamo lo sguardo dall’altro lato, le parole che abbiamo lasciato morire o che sono morte da sole, il quadro diventa ancora più rivelatore: sfruttamento, per esempio. Quando è stata l’ultima volta che l’abbiamo sentita in un contesto serio senza che suonasse vagamente ridicola, datata, ideologica? Adesso si dice flessibilità, si dice opportunità di crescita, si dice valorizzazione delle competenze, tutte formule che suonano moderne e positive, ma guardando concretamente i contratti a progetto, le partite IVA obbligate che fingono di essere libera professione quando sono dipendenza senza tutele, i working poor, gli stage infiniti, il lavoro spacciato per esperienza formativa, è difficile trovare un termine più preciso di sfruttamento per descrivere quello che sta succedendo, solo che usarlo ti fa sembrare cristallizzata in un passato remoto e quindi impari a non usarlo, a sostituirlo con termini più accettabili, e nel processo perdi la capacità di vedere la cosa per quello che è.

Abbiamo sostituito solidarietà con networking, fare sistema, creare sinergie, tutte espressioni che spostano ogni cosa sul piano della transazione, dello scambio tra pari che si aiutano perché conviene a entrambi, quando invece la solidarietà – quella vera, quella politica – non è uno scambio di favori calcolato, è stare dalla stessa parte anche quando non ti conviene, riconoscere che la tua libertà dipende dalla libertà dell’altro, e che i tuoi diritti sono sicuri solo se lo sono anche i suoi. L’abbiamo lasciata morire come fosse un sentimentalismo da bandiera rossa, un residuo ideologico da dimenticare in nome del realismo, e forse il problema è esattamente questo: abbiamo smesso di credere che certe cose fossero possibili – la solidarietà disinteressata, l’azione collettiva non mediata dal tornaconto personale – quindi abbiamo smesso di farne parola.

Ed è questo quello che succede quando smetti di nominare una possibilità: quella possibilità si ritira nell’impensabile, si fa inconcepibile, e poi alla fine sparisce davvero perché gli abbiamo sbattuto in faccia le porte dell’immaginazione.

Non ho una soluzione a tutto questo, lo dico chiaramente perché non mi piace fingere di avere risposte quando non le ho. So solo che continuerò a cercare le parole mancanti. A provarle sulla lingua anche quando suonano strane, premature. A rischiare il ridicolo ogni volta che provo a nominare qualcosa che non ha ancora un nome condiviso. Perché il silenzio mi pare sempre più pericoloso del ridicolo stesso.

Il mondo che possiamo costruire è esattamente grande quanto il vocabolario che riusciamo a inventare per descriverlo, e io voglio ancora credere che nominare le cose con precisione sia l’unico modo che abbiamo per ricordarci che potrebbero essere diverse da come sono. Teniamoci strette le parole che abbiamo avuto il coraggio di inventare quando non c’erano.

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ARTICOLO n. 105 / 2025

ATLANTE DEI MIEI ESAURIMENTI

Siamo in otto a tavola la sera di Capodanno e qualcuno ha appena fatto la domanda. “Allora, come andiamo?” Non importa chi l’ha fatta. È una di quelle domande che esistono nell’aria prima ancora di essere pronunciate, domande che non sono domande ma rituali, incantesimi per tenere lontano il silenzio che se arrivasse davvero rivelerebbe che non abbiamo niente da dirci, che siamo qui solo perché è Capodanno e a Capodanno si sta insieme anche se essere insieme significa solo essere soli nello stesso posto.

Quando arriva il mio turno dico “sono stanca-a“. Allungo appena l’ultima vocale. Non so perché.

Sara sorride. “Eh, siamo tutti stanchi-i.”

Siamo tutti stanchi come se fosse normale come se fosse il tempo come se fosse colpa del periodo quando in realtà siamo stanchi da anni da sempre da quando non riesco più a ricordare, siamo stanchi di una stanchezza che non ha inizio e non ha fine e che è diventata l’aria che respiriamo.

Mentre lo dice, Sara si sta già alzando per prendere altro vino anche se nessuno gliel’ha chiesto, anche se i bicchieri sono ancora pieni, anche se non c’è bisogno ma lei deve muoversi, deve fare qualcosa, deve riempire il tempo con gesti perché se si ferma anche solo un istante forse capisce qualcosa che è meglio non capire.

Stanca non è nemmeno la parola.

Sono esausta. Catatonica. Annichilita. Sono in pezzi, piccoli, e non so più da quando, non ricordo più com’è essere intera, essere una, essere qualcosa che non sia questa frantumazione permanente. E questa forse è l’unica cosa onesta che mi rimane, questa incapacità di tenere insieme, di far finta, di dire “bene tu?” quando dentro sono un paesaggio devastato, sono ciottoli e rovine, dove tira sempre vento. 

Marcel sta versando il vino e le sue mani tremano leggermente. Non l’avevo mai notato prima. O forse sì, forse l’ho sempre visto e ho fatto finta di non vederlo perché vedere significa dover riconoscere e riconoscere significa dover fare qualcosa e io non ho la forza di fare niente, non ho la forza nemmeno per me, figurarsi per gli altri.

Poco fa ha raccontato del bonus di fine anno, della promozione che forse arriva in primavera, e mentre lo raccontava aveva quella voce, sai, quella voce che hanno le persone quando stanno recitando una parte che ormai non gli appartiene più. “Non male, tutto sommato”.

Sommando. Tutto. Cos’è questo tutto, Marcel? Forse dentro questo tutto ci sta che sono sei mesi che non dormi. Che la mattina ti svegli e la prima cosa che pensi è devo farcela devo farcela devo farcela come un mantra, come una preghiera a un dio che non esiste. Che passi le domeniche a rispondere alle mail e tua moglie non ti parla più da mesi, non davvero, parlate di cose pratiche, di spesa e bollette, l’amore che è sprofondato nella logistica, scivolati nel tempo in cui non vi guardate più negli occhi perché dagli occhi forse capiresti, capiresti che siamo morti, che stiamo morendo, che continuiamo a fare finta di essere vivi ma siamo polvere.

“Bisogna correre se si vuol stare fermi, no?”

Lo dice quasi ghignando, la voce che si spezza leggermente, quel microscopico glitch che abbiamo fatto finta di non notare perché nessuno vuole ammettere che siamo tutti qui ad affogare educatamente.

Giuditta non mangia. Ha il piatto davanti da quaranta minuti: sposta il cibo, lo riorganizza, costruisce piccole montagne di formaggio ormai rappreso che poi distrugge, triste e gommoso come lei. Guardo le sue mani – quelle mani che conosco da anni, che ho visto fare mille cose – e torno dentro a una telefonata, era mezzanotte passata, il suo posso parlarti? rotto, in cui ho capito che mi stava chiamando dall’orlo di un precipizio. 

Il bacio. Il collega. La festa della scuola. “È stato l’unico momento in cui mi sono sentita viva negli ultimi anni”.

E ora è qui seduta accanto a Marcel che trema leggermente mentre versa il vino, nei loro posti assegnati da coppiachefunziona, loro sono l’esempio, loro sono quelli che ce l’hanno fatta, e a nessuno sembra importare che sono due sagome mobili per inerzia – quella storia del piano inclinato che però è una salita, è un pendio scosceso, è una montagna che non si può più scalare. Questo direbbero: abbiamo investito troppo abbiamo costruito troppo abbiamo mentito troppo a lungo per poterci permettere la verità adesso.

Sara sta servendo gli antipasti, accanto al telefono con lo schermo rivolto in giù. Lo controlla ogni trenta secondi, ogni venti, ogni dieci, come se aspettasse un arcangelo, come se da quello schermo potesse arrivare qualcosa a salvarla quando sappiamo tutti – lo sappiamo – che non arriverà niente, che non c’è niente da aspettare, che continuiamo a controllare solo perché è meglio che guardare in faccia quello che abbiamo davanti.

L’ultima volta che ci siamo viste – ottobre? novembre? non ricordo più – mi ha detto “sto pensando di cambiare lavoro di nuovo” con la faccia e le spalle di chi stava ammettendo di aver provato ad ammazzarsi. Ricordo di averle detto “ma cosa vuoi fare, davvero?” e lei mi ha guardato come se le avessi chiesto di spiegare l’esistenza di Dio.

Trentanove anni. Monolocale in affitto. Scrollare LinkedIn alle due di notte pensando che forse, forse, il prossimo lavoro sarà quello giusto quando il problema non è il lavoro, il problema è che non c’è un lavoro giusto, non c’è niente di giusto, tutto è sbagliato, tutto è rotto, tutto è impossibile e continuiamo a cambiare azienda, cambiare città, cambiare vita pensando che il problema sia esterno quando il problema è che il mondo è diventato un posto dove non si vive, si dura, e durare è solo un altro modo per dire che funzioni ancora abbastanza e non puoi smettere. 

Luciano sta raccontando di qualcosa che non afferro. Ha quella voce, quella voce allegra forzata che hanno le persone quando stanno per crollare. “Ma poi si risolve tutto, no? Si risolve sempre”.

Si risolve sempre.

Questa bugia che ci raccontiamo. La mia preferita, quella che finge di tenerci in piedi. Si risolve sempre quando in realtà non si risolve mai, si accumula solo, si stratifica, diventa una zolla tettonica di cose irrisolte che un giorno ci seppellirà ma fino a quel giorno continuiamo a dire si risolve sempre, andrà meglio, bisogna avere pazienza.

“Non posso lamentarmi però”.

Dovresti farlo, Luciano, anche se hai quarant’anni, lo studio avviato, l’appartamento in centro, e un sacco di soldi. Sulla carta hai tutto. Sulla carta sei un successo. Sulla carta dovresti essere felice. Ma la felicità non vive sulla carta e lo sai.

Mentre lo guardo – i suoi occhi di vetro – penso a quante persone conosco che guadagnano bene e si sentono vuote, che hanno fatto tutto giusto e si svegliano alle tre del mattino con quella domanda che è un abisso: è questo, tutto?

È questo tutto.

È questo tutto.

È questo tutto.

La domanda si ripete, si moltiplica, diventa l’unica domanda che resta quando hai tolto tutte le illusioni, quando hai smesso di credere alle bugie che ti raccontavi. Non sai rispondere. Non vuoi.

Davide sta portando via i piatti. È sparito in cucina. Non parla da mezz’ora, forse di più. Forse dall’inizio. È il più giovane di noi ed è già invisibile, già fuori dal gioco. Perché il gioco si gioca con i soldi e lui non ne ha, il gioco si gioca con la stabilità e lui non ne ha, il gioco si gioca con il futuro e lui non ne ha.

Condivide l’appartamento con un tizio e due tizie. Il tizio russa anche in bagno, dice. Lo dice con una risata che è un pianto, una risata che dice aiutatemi per favore qualcuno mi aiuti non ce la faccio più ma nessuno ascolta, siamo tutti troppo occupati ad annegare nei nostri inferni personali per tirare fuori qualcun altro.

I suoi genitori gli chiedono quando trova un lavoro vero. Come se servire ai tavoli fino all’una di notte non fosse un lavoro vero. Come se tornare a casa con l’odore del ristorante addosso e quella stanchezza che è osso, che è midollo, non fosse un lavoro vero.

Quello che vorrebbe rispondere è che non c’è, il lavoro vero. Che l’hanno venduto, che l’hanno abolito, che adesso ci sono solo lavori di merda e disoccupazione e lui ha scelto il lavoro di merda perché almeno mangia, almeno paga l’affitto, almeno esiste anche se esistere è questo oceano infinito di agonia.

“L’anno prossimo devo assolutamente organizzarmi meglio”.

Chiara. Sempre Chiara con l’organizzazione. Sempre Chiara che pensa che il problema sia l’organizzazione quando il problema è che non c’è organizzazione possibile per una vita impossibile, non c’è pianificazione che tenga quando tutto è al collasso, non c’è modo di gestire l’ingestibile.

“Quest’anno è stato un disastro”.

Lo dice ogni anno. Lo diciamo tutti ogni anno. Ogni anno è un disastro e ogni anno diciamo l’anno prossimo sarà diverso e ogni anno è uguale, sempre uguale, sempre questo lento sprofondare, questo niente travestito da vita normale.

“Dài, brindiamo”.

Alziamo i bicchieri. E io guardo questi volti – Marcel che trema, Sara che si muove, Giuditta che non mangia, Davide che è sparito, Elena che parla dei figli con quella disperazione paludata da gioia (i bambini crescono in fretta, dice, e io sento: il tempo passa e io resto qui, immobile), Luciano che sorride ed è una maschera di disperazione, Chiara che dice sì sì l’anno prossimo – e penso che tutto questo – il lavoro, la casa, la famiglia, i progetti, la speranza, il futuro – tutto questo è una bugia, una recita, un teatro dell’assurdo dove annaspiamo, dove fingiamo di avere speranza mentre ci disgreghiamo.

Cosa succederebbe se uno di noi crollasse?

Se Sara lasciasse cadere gli antipasti e gridasse non ce la faccio più, non ce la faccio, ho cambiato tre lavori e il problema non era il lavoro, il problema è che non voglio lavorare, non voglio fare niente, voglio solo sparire, voglio solo smettere, voglio solo che finisca?

Se Giuditta dicesse ho baciato un altro perché Marcel è sparito, io sono sparita, ci siamo seppelliti a vicenda da anni ma continuiamo a condividere l’appartamento come estranei cortesi, e io non so più chi sono, non so più cosa voglio, so solo che non voglio questo ma non so cos’è questo che non voglio perché è tutto, è la mia intera vita?

Se Luciano dicesse guadagno bene e vorrei morire, ho quarant’anni e mi sento finito, ho costruito questa esistenza pezzo per pezzo e ora mi guardo intorno e penso cosa ho fatto, cosa ho fatto, cosa cazzo ho fatto?

Se Davide dicesse ho trentotto anni e sono già esaurito, finito, fuori, e la cosa più terribile non è che sia finita ma che forse non è mai iniziata, forse nel grande conto di dio non sono mai stato nemmeno una possibilità e sono arrabbiato, sono incazzato e questa rabbia mi divora le budella anche se non emetto un suono che sia uno?

Se Elena dicesse i bambini crescono e io invecchio, i bambini crescono e io mi muro dentro al mio stesso corpo, i bambini crescono e io mi chiedo chi sono, cosa sono, se sono ancora qualcosa oltre a una madre, se sono mai stata qualcosa, se diventerò mai qualcosa o se questo è tutto, se la mia vita è già finita a quarantadue anni?

Se io dicessi non sono stanca, sono disperata, sono al limite, sono sul bordo di una voragine e la voragine mi chiama e la cosa più terribile è che a volte voglio rispondere, a volte voglio lasciarmi andare, a volte penso che sarebbe più facile e forse sarebbe l’unica cosa vera, non mediata, a rimanermi?

Saremmo pesanti. Negativi. Quelli che rovinano l’atmosfera.

E quindi brindiamo. Sorridiamo. Diciamo “quest’anno sarà diverso” mentre sappiamo – lo sappiamo tutti, è l’unica cosa che sappiamo con certezza – che non sarà diverso, che sarà uguale, che statisticamente sarà forse peggio.

Marcel versa ancora e le sue mani tremano sempre di più.

Sara non ha mai smesso di muoversi.

Giuditta non mangia, il suo piatto è una radura.

Davide è in cucina e forse piange, forse respira, quei respiri lunghi che fai quando tenti di trovare la forza per tornare.

E io penso, mentre faccio quella faccia che si fa – penso che forse il problema è proprio questo. Che continuiamo. Che non crolliamo.

I miei esaurimenti, i nostri esaurimenti.

I panorami interiori di Marcel che trema, di Sara che si muove, di Giuditta che non mangia, di Davide che sparisce, di Elena che parla dei figli come se fossero l’unica cosa che la tiene ancorata a una vita che non vuole più vivere, di Luciano che sorride mentre muore, di Chiara che dice l’anno prossimo mentre sa che non c’è un anno prossimo, questo eterno presente che ci consuma.

I nostri esaurimenti sono pianure su cui corriamo senza arrivare mai. Sono deserti dove tutto è urgente e niente sa mettere radici, valli dove il lavoro si accumula invisibile fino a seppellirci. Sono cime, dove dobbiamo avere sempre tutto chiaro quando in realtà non capiamo più niente e sono frontiere, frontiere, luoghi in cui quando sei troppo stanca per continuare a mentire, lì, finalmente vedi.

Se ci sedessimo in mezzo a questi territori saccheggiati, se li guardassimo in faccia, se dicessimo sì, sono esausta sono disperata sono al limite, vedremmo le cose per quello che sono e cioè insostenibili.

La lucidità di capire che non è colpa nostra se non ce la facciamo a tenere il ritmo, a essere sempre produttive, a sorridere sempre, a sperare sempre. La lucidità di ammettere che abbiamo sbagliato tutto, o di riconoscere che il mondo è diventato inabitabile e noi continuiamo a cercare di abitarlo adattandoci, ottimizzandoci, consumandoci, quando forse l’unica cosa onesta da fare sarebbe dire: no.

Non ce la faccio.

Non ce la facciamo.

Non si può.

Non lo so.

Quello che so è che sono ancora qui, seduta a questo tavolo. Che ho il bicchiere in mano. Che tra poco qualcuno dirà che è mezzanotte e ci abbracceremo e ci augureremo buon anno, un’altra soglia da attraversare come se contasse davvero qualcosa.

Domani mi sveglierò e sarà gennaio, il solito gennaio che pretenderà slancio e io non avrò slancio, avrò solo questo: la mia stanchezza mappata, riconosciuta, nominata.

I miei esaurimenti, i nostri esaurimenti.

L’unica geografia che ci rimane. Provare a orientarsi da qui.

ARTICOLO n. 83 / 2025

DI MAGMA E DI SABBIA

Note su una fase pre-rivoluzionaria

Ho imparato a riconoscere il momento in cui una soglia viene superata. Non arriva con fanfare, annunci, frecce luminose a indicare la via. Assomiglia piuttosto a quando realizzi che una relazione è finita settimane – o mesi o addirittura anni – prima che si riesca a dirlo ad alta voce. Lo status quo era già insostenibile, solo che continuavamo a comportarci come se non lo fosse.

La manifestazione del 3 ottobre ha reso evidente qualcosa che già sapevamo. Milioni di persone stavano elaborando la stessa rabbia, spesso in silenzio, spesso da sole davanti a uno schermo, con la sensazione di essere le uniche a vedere, le uniche a non riuscire a voltare lo sguardo. Il digitale viene accusato di essere il luogo della performatività vuota, del gesto che non costa niente. Ma a un certo punto, quelle stesse persone che discutevano nei commenti, che si passavano analisi e testimonianze, sono scese in piazza. E quando lo hanno fatto, portavano con sé mesi di elaborazione collettiva, un linguaggio comune già costruito, connessioni già stabilite.

Gli schermi hanno reso impossibile ignorare. Hanno mostrato ciò che i media tradizionali preferivano non rendere visibile. E poi i corpi hanno occupato le strade, perché alla fine è lì che si misura la possibilità concreta di interrompere il normale funzionamento delle cose. È nei corpi che si esperisce la vulnerabilità condivisa, la potenza del numero.


Il tuo governo fornisce armi a chi compie una pulizia etnica, l’opposizione parlamentare tace o balbetta frasi di circostanza. Esiste una soglia oltre la quale ciò che è umano in noi esige di prendere posizione, dove restare dentro il gioco significa perdere qualcosa di essenziale. Il gioco è truccato, lo sappiamo, le regole scritte per garantire che nulla di sostanziale possa davvero cambiare.

Due milioni di persone hanno bloccato l’Italia per tre giorni. Le arterie del Paese – autostrade, stazioni, piazze centrali – si sono intasate di una presenza che rifiutava di scorrere via, inceppando il metabolismo della produzione e del consumo.

Per tre giorni, milioni di persone hanno trasformato il loro corpo in ostacolo, in frizione. Siamo diventati sabbia negli ingranaggi. Abbiamo scelto di muoverci dove il sistema aveva bisogno che stessimo fermi e di fermare ciò che doveva scorrere: il traffico, la produzione, il ritmo quotidiano dell’economia.

Le città moderne sono progettate per questo. Il capitale deve circolare, le merci devono muoversi, chi lavora deve raggiungere le aziende. Se milioni di corpi occupano gli spazi progettati per il transito rifiutando di transitare, tre giorni bastano perché l’illusione della normalità cominci a sfaldarsi. Diventa chiaro quanto l’ordine esistente dipenda dalla nostra cooperazione quotidiana. Quanto sia sottile il velo che separa il funzionamento dalla paralisi.

Le istituzioni, dalle loro poltrone, guardano tutto questo con disprezzo e paura insieme. Continuano a pensare che la politica vera si faccia altrove, nei palazzi, attraverso mediazioni che noi non possiamo controllare. Ma al contempo sentono qualcosa sfuggire, la loro capacità di contenere il dissenso dentro i canali previsti scivola un po’ più lontano. Fuori da quei palazzi sta emergendo qualcosa di diverso, una soggettività politica che si muove senza le strutture consolidate della militanza tradizionale, senza i leader riconosciuti che dovrebbero incarnarla. Chi studia e occupa istituti e università. Chi lavora e si organizza al di fuori dei sindacati ufficiali. Attivisti e attiviste che tessono reti transnazionali. Persone che hanno smesso di credere che il loro ruolo si esaurisca nel depositare una scheda ogni cinque anni, che hanno capito che la democrazia o è qualcosa di più o è solo il nome che diamo alla nostra passività organizzata.

La complicità con un genocidio ha funzionato da catalizzatore, rendendo impossibile continuare a separare ciò che accade lontano da noi da ciò che struttura la nostra vita quotidiana. La Palestina è diventata specchio. Un baratro molto più buio in cui riconoscere i meccanismi di oppressione che attraversano ogni livello della nostra esistenza, che ci riguardano direttamente anche quando preferiremmo pensare che va tutto bene, che è tutto ok, anche quando ci diciamo che non ci possiamo lamentare.


Il genocidio a Gaza e lo sfruttamento del lavoro precario, l’occupazione militare e la violenza delle frontiere, l’apartheid e la segregazione urbana delle nostre città, il controllo sui corpi delle donne e la violenza di genere che permea l’organizzazione sociale: tutto questo condivide la stessa logica, quella che riduce gli esseri umani a mezzi da gestire, forza lavoro da sfruttare, numeri elettorali da conquistare, vite da amministrare come variabili di bilancio. Sono manifestazioni diverse di un unico magma di dominio che si espande, si infiltra, assume la forma del contenitore che lo accoglie, si adatta a ogni contesto senza mai perdere la sua natura.

Il femminismo ha insegnato da tempo che il personale è politico e che la violenza che si consuma nelle case e quella che si esercita fuori condividono la stessa grammatica del controllo. L’oppressione domestica e quella statale, il dominio sul corpo individuale e quello sul corpo sociale legati da un filo rosso: forme diverse attraverso cui il potere si perpetua, si naturalizza, diventa così radicato da apparire come l’unico ordine possibile, così familiare da sembrare inevitabile.

Quando un popolo cerca di sottrarsi al controllo, può essere represso. Eliminato nel silenzio che segue la violenza. La sua cancellazione viene coperta da una coltre di giustificazioni che si stratifica nel discorso pubblico. Discorsi sulla complessità della situazione. Sulla necessità di essere realisti. Su quanto sia ingenuo credere che le cose possano cambiare davvero. Sul diverso da noi. Alibi che si moltiplicano fino a rendere tollerabile ciò che dovrebbe tenerci svegli la notte. E questa desensibilizzazione funziona in ogni struttura di dominio perché opera in modo progressivo: trasforma l’orrore in statistica, lo rende normale attraverso la ripetizione, inevitabile attraverso la rassegnazione. È il linguaggio con cui il potere si assolve dalle proprie responsabilità, il meccanismo retorico attraverso cui la violenza si nasconde in piena vista, così radicata nel funzionamento quotidiano delle cose da non meritare più nemmeno un commento, un sussulto, una reazione.


Questa stratificazione di alibi, oggi, ha crepe nuove. Sente la pressione di corpi che rifiutano di essere riassorbiti, di voci che rifiutano di essere silenziate, di una rabbia che non accetta più di essere gestita attraverso i canali della politica istituzionale. Milioni di persone hanno capito che la storia si scrive nei conflitti reali, nelle strade dove i corpi si espongono e rivendicano uno spazio di esistenza a cui sono state costrette ad abdicare, nel proprio essere ingranaggi funzionanti.

Chi scende in piazza ritrova ciò che la vita atomizzata del tardo capitalismo ha sistematicamente distrutto: la possibilità di essere parte di qualcosa che eccede i confini del sé individuale. La scoperta che la solidarietà è una pratica concreta, un modo di stare al mondo. Che insieme si può avere più forza, più lucidità, più coraggio. La sociologia dei movimenti sociali lo ha dimostrato ripetutamente: le trasformazioni profonde nascono quando una minoranza sufficientemente determinata smette di accettare e comincia a immaginare – e soprattutto a praticare – alternative concrete. La differenza tra aspettare che il mondo cambi e prendere parte attiva al suo cambiamento, anche senza garanzie di successo, anche sapendo che il percorso sarà lungo, difficile, senza gioia istantanea. Eppure, quella gioia, abbiamo ricominciato a provarla.

Ma la domanda che ci poniamo ora è forse la più difficile: cosa ne facciamo, della rivoluzione?

Non nel senso romantico del termine, non l’immagine che ci hanno venduto – quella del momento insurrezionale, dell’assalto al palazzo, del prima e del dopo nettamente separati. Quella fantasia ci ha paralizzati per decenni, ci ha fatto credere che o si cambia tutto in un colpo solo o tanto vale non muoversi. La rivoluzione come evento spettacolare che risolve, che conclude, che inaugura l’era nuova. Una favola comoda per chi preferisce aspettare piuttosto che sporcarsi le mani con la complessità del presente.

Quello che stiamo imparando è diverso: la rivoluzione come processo, come proliferazione di fratture nel tessuto dell’esistente. Non sarà un progetto unico da realizzare ma una molteplicità di pratiche che erodono, sabotano, reinventano. Occupare spazi e sottrarli alla logica del profitto. Organizzare forme di mutualismo che rendano meno ricattabile chi lavora. Costruire reti di cura che non passino per le istituzioni. Bloccare, ancora e ancora, quando necessario.

Il rischio, d’altra parte, ci parla: senza una forma definita, questa energia può disperdersi, frantumarsi in mille rivoli che non comunicano tra loro, essere riassorbita dal sistema che ha già imparato a metabolizzare il dissenso. Ma il rischio opposto è ancora più letale: cristallizzare in strutture che riproducono le gerarchie che vogliamo abbattere, irrigidirsi in un’avanguardia che pretende di sapere meglio degli altri quale sia la strada giusta, tradire nella forma organizzativa proprio ciò che si vorrebbe affermare nei contenuti.

Teniamo aperta questa tensione. Costruiamo connessioni senza centralizzare il potere. Diamoci strumenti di coordinamento senza soffocare l’autonomia. Manteniamo la capacità di agire insieme senza pretendere l’unanimità su tutto. Forse è l’unica rivoluzione possibile in un’epoca che ha visto tutte le certezze del Novecento crollare una dopo l’altra – non per tornare alla rassegnazione, ma per inventare qualcosa che quelle certezze non potevano nemmeno immaginare.

Non so dove tutto questo porterà, e forse è proprio questa incertezza a rendere tutto più vero, più necessario. La storia non segue traiettorie prevedibili, non si lascia ridurre a profezie o a leggi che garantiscano il successo. Il potere ha ancora molte risorse per contenere, reprimere, cooptare quello che cerca di sfuggirgli. Eppure, qualcosa è cambiato in modo irreversibile. Più generazioni insieme hanno fatto esperienza diretta del fatto che un altro mondo non è solo desiderabile ma indispensabile, che le istituzioni attuali non hanno alcuna intenzione di costruirlo e anzi faranno di tutto per impedire che emerga. Questa consapevolezza libera e terrorizza insieme, toglie il peso della speranza mal riposta e permette di guardare le cose per quello che sono, senza il filtro delle illusioni che ci hanno tenuti fermi per così tanto tempo. Ma apre anche un orizzonte di incertezza radicale, dove bisogna inventare tutto da capo senza sapere se quello che si sta costruendo reggerà o crollerà sotto il peso delle proprie contraddizioni, senza alcuna promessa che lo sforzo non sarà vano.

Mentre scrivo, la Global Sumud Flottilla viene intercettata nel Mediterraneo e ottobre continua a espandersi, riverbera negli echi di settembre, prende la rincorsa, qui e altrove. Amsterdam, Parigi, Madrid e poi Dublino, Jakarta, Melbourne, Bruxelles, Lione, Rabat. 
La tregua – parola che ha in sé la pausa, non la fine – arriva fragile, sospesa. Ritorniamo all’oscena riappropriazione narrativa, con il Governo che si affretta a spiegare che gli equilibri politici non si lasciano scalfire dal popolo, che niente di tutto questo importa, in un disperato e maldestro tentativo di negazione che rivela più di quanto voglia (o possa) ammettere. 

Eppure, forse siamo già diversi. Ci siamo scoperti conoscenza incarnata, conoscenza impossibile da cancellare con un comunicato stampa o un discorso ben congeniato da un palco. La frizione non scompare perché qualcuno dichiara che la macchina ha ripreso a funzionare. 


Chi attraversa la soglia lo fa senza necessariamente guardare indietro e io voglio pensare a una nuova architettura del possibile, dove si immagina, si gioisce, e ci si fa vicini, dove lo status quo ha perso la sua apparenza di inevitabilità.

Fino a un certo punto, diceva qualcuno.
Quel punto è qui, è ora ed è ovunque.

ARTICOLO n. 49 / 2025

MAGRE COME LAME, LISCE COME PORCELLANE

Storia di come ci hanno convinto a cancellarci da sole

Giugno. Estate come orizzonte vicinissimo, e con lei l’immancabile conto in sospeso della “prova costume” – quel delizioso momento dell’anno in cui la stessa industria che ci ha nutrito per mesi di ricette gourmet e comfort food scopre improvvisamente, e con finta sorpresa, che i nostri corpi sono fondamentalmente inadeguati. Chi l’avrebbe mai detto.

La pubblicità – questa forma evoluta di bullismo con licenza commerciale – si trasforma in un’apoteosi di prodotti miracolosi che promettono di “sgonfiare”, “drenare”, “snellire”: tutti eufemismi eleganti per comunicare che il vostro corpo, nella sua presuntuosa configurazione naturale, rappresenta un errore da correggere con urgenza prima di osare comparire in pubblico. Perché evidentemente donne con peli, rughe, grasso o cellulite costituiscono una sorta di glitch evolutivo che disturba l’armonia universale.

Ma questo terrorismo estetico stagionale è solo la punta dell’iceberg di una patologia ben più radicata. La sacra trinità dell’accettabilità femminile – magre come lame, lisce come porcellane, eternamente bloccate in un range che va dai 17 ai 22 anni – non è una casualità del gusto. È un sistema di contenimento perfettamente ingegnerizzato, progettato per mantenere le donne in uno stato di perpetua inadeguatezza, perenne dipendenza dal mercato della correzione corporea e costante distrazione da questioni che potrebbero risultare davvero fastidiose per chi comanda. Perché mai perdere tempo a pensare al gender pay gap quando si può investire ogni energia mentale nel contare le calorie? Quale strategia di neutralizzazione potrebbe essere più elegante del convincere metà della popolazione che la sua missione principale dovrebbe essere l’eliminazione di quei tre centimetri di tessuto adiposo che osano manifestarsi intorno alla vita?

E allora ogni anno, puntuale, parte la grande pantomima. Prodotti detox e abbigliamento contenitivo spuntano come funghi nei feed, a ogni scroll, su ogni muro. “Sgonfia!” “Drena!” “Brucia!” “Pialla!” – un manifesto futurista applicato alla carne femminile, dove la velocità non è più conquista dello spazio ma eliminazione del volume corporeo. Marinetti sognava macchine che sfrecciassero verso il futuro; l’industria della bellezza ha realizzato corpi che obliterano il qui ed ora. Il messaggio però, mascherato a malapena, resta ben più brutale: il tuo corpo è sbagliato. Punto.

Le pubblicità che esplodono simultaneamente hanno ancora volti e corpi femminili impossibili.
Ci fissano, loro, con sorrisi identici, complici del più perfetto dei crimini: aver trasformato l’autocritica in ossessione quotidiana. Cosce con cellulite che passeggiano tranquille? Inaccettabili. Un volto che mostra rughe che indicano esattamente la sua età – senza che questo sia un errore di sistema? Scandaloso.

D’altra parte, vietare alle donne di pensare suonava un po’ troppo radicale come faccenda: meglio convincerle che monitorare il proprio aspetto sia ciò che di più importante esista. E non dimentichiamo di rendere il processo attraente, legale, socialmente accettato. Anzi, facciamo di più: incoraggiamolo. Per il nostro bene, si intende. 
La formula è semplice quanto disturbante: devi essere sexy ma infantile, provocante ma innocente, sessualmente disponibile ma fisicamente pre-puberale. Chiamiamolo pure “istinto naturale”, questo desiderio estetico maschile che con straordinaria coincidenza si allinea perfettamente agli interessi del patriarcato. Corpi femminili accuratamente privati di ogni segno di autonomia biologica. Pelle liscia, assenza di peli, magrezza estrema: tutte caratteristiche che, guarda caso, mimano i corpi bambini. Nelle culture patriarcali il desiderio maschile si struttura regolarmente attorno a fantasie di dominio e possesso assoluto. La donna matura, con la sua inquietante autonomia incarnata, è troppo minacciosa. Meglio una versione addomesticata, un pupazzetto con le curve nei punti giusti ma priva di quella scomoda agentività che potrebbe mettere in discussione l’idea del dominio, anche fisico.

Ne è stranamente piena la cultura incel, del dogma che le donne, per esempio, debbano pesare meno degli uomini. Ed è proprio qui che si concentra tutta la problematicità di questa forma di desiderio: voler possedere un soggetto desiderante mentre si teme la sua capacità di desiderare autonomamente. Contraddizione che la nostra cultura risolve con eleganza proponendo un ideale estetico femminile che combina disponibilità sessuale e innocenza fisica, competenza emotiva e docilità corporea. 
Non è casuale che la pornografia mainstream sia un catalogo interminabile di corpi femminili adulti con caratteristiche fisicamente infantili – vulve completamente depilate, corpi privi di peli e spesso eccessivamente magri – che performano atti sessuali in posizioni di sottomissione. Un messaggio che diventa manuale di istruzioni e che viene consumato da un pubblico maschile fin dall’adolescenza: il corpo femminile desiderabile è un corpo che si sottomette, che non mostra segni di potere autonomo, che non dice “NO.” 
O se lo dice è solo perché intende “sì”.

Naomi Wolf l’aveva capito trent’anni fa: la questione non è la bellezza, la questione è il controllo. L’infantilizzazione estetica è un meccanismo sofisticato che mantiene le donne insicure e dipendenti in un’epoca in cui la subordinazione esplicita è diventata socialmente inaccettabile. Non è un caso che questi standard diventino sempre più rigidi proprio quando le donne guadagnano potere in altri ambiti. È la compensazione simbolica perfetta: puoi avere il tuo posto nel consiglio di amministrazione, a patto che ti preoccupi costantemente di apparire come una ventenne anche a cinquant’anni. Puoi essere una madre fantastica, purché non ti lasci andare. Puoi avere una relazione di vent’anni, ma guai a sembrare di vent’anni più vecchia di quando è iniziata. Puoi essere intelligente, colta, divertente, ma se hai la cellulite sei comunque un fallimento. Puoi anche salvare il mondo, basta che ti ricordi di farlo con la taglia 40.
Tra tutti questi comandamenti, però, ce n’è uno che li tiene magicamente insieme: devi occupare il minor spazio possibile. La magrezza femminile non è solo un diktat, è una metafora vivente della riduzione sociale a cui il corpo femminile è sottoposto. Eppure, fino a un secolo fa le rotondità femminili erano celebrate come segno di prosperità e bellezza. Che coincidenza che siano diventate inaccettabili proprio quando le donne hanno iniziato a reclamare spazio sociale. Forse i corpi magri non sono quell’universale biologico che ci hanno spacciato per innato. 

Forse, ci stanno raccontando storie che abbiamo paura di consapevolizzare fino in fondo.

La conquista del voto per le donne degli anni ’20 porta con sé le flapper dai corpi androgini. Il femminismo degli anni ’60 coincide con l’ascesa di Twiggy e la sua estetica dell’inedia volontaria. Per le donne che negli anni ’80 entrano massicciamente nel mondo professionale avere il 10% di grasso corporeo diventa un imperativo morale. E quando negli anni ’90 raggiungono posizioni di potere reale, ecco Kate Moss e l’heroin chic – il corpo emaciato come ideale supremo a cui aspirare. Susan Bordo lo spiega con una chiarezza dolorosa in Unbearable Weight: un corpo affamato è un corpo che non ha energia per ribellarsi. L’ossessione per la dieta è il perfetto dispositivo di controllo per un’epoca in cui non puoi più dire apertamente alle donne di stare al loro posto. Le calorie diventano il nuovo rosario, contate ossessivamente mentre si potrebbe contare, che so, quante ore di lavoro di cura non pagate si svolgono a confronto degli uomini. 
Il potere politico viene barattato con il controllo fisico. Prenditi questa piccola libertà, costa solo un imperituro giudizio sul tuo aspetto. 

Le donne credono di vincere mentre negoziano la propria scomparsa materiale.


Ma il lavoro per sottrazione nell’estetica della magrezza è solo l’inizio di un processo più ampio di cancellazione corporea. In questo repertorio di ossessioni, la depilazione occupa un posto d’onore: l’unica pratica di mutilazione estetica che gode dell’alibi igienico. Come se i peli, questi misteriosi elementi che l’evoluzione ha selezionato per millenni come utili al corpo umano, diventassero improvvisamente “sporchi” e “antiestetici” solo quando spuntano su un corpo femminile. Gli stessi peli che su un uomo sono indice di virilità, su una donna diventano problema sanitario. 
Eppure fino a ieri – storicamente parlando – le donne mostravano tranquillamente ascelle e gambe pelose. Poi l’industria cosmetica ha avuto la sua geniale intuizione: perché vendere prodotti di depilazione solo per il viso maschile quando si può convincere metà della popolazione di dover rimuovere peli da tutto il corpo, raddoppiando – di fatto – il mercato?

Il pelo femminile minaccia qualcosa di fondamentale: segnala inconfutabilmente la maturità sessuale. Non a caso la depilazione pubica totale è diventata standard proprio con l’esplosione della pornografia online. La correlazione è documentata: la rimozione dei peli pubici femminili è direttamente legata alla normalizzazione del porno mainstream, dove le donne devono apparire come bambole sessualizzate piuttosto che come adulte con corpi che mostrano segni di maturità e autonomia. Questo desiderio distorto non è innato ma metodicamente costruito attraverso una socializzazione che insegna ai ragazzi ad associare la mascolinità con il dominio e a temere la femminilità e la sua agentività come minaccia al controllo. L’ansia profonda che questo genera viene convertita in preferenza estetica: il corpo femminile desiderabile è quello che non fa paura, che evoca vulnerabilità invece che potere.

I peli sono indicatori: raccontano la netta divisione tra interno ed esterno. Meglio un corpo femminile leggibile, prevedibile, docile. Un corpo depilato è un corpo disciplinato, un corpo che ha accettato di dedicare ore della propria vita, non senza dolore, e centinaia di euro all’eliminazione di qualcosa che continuerà ostinatamente a ricrescere, in una perfetta metafora di arrendevolezza. 
E l’uso che le donne fanno del tempo è anch’esso indicatore: ore spese a depilarsi, ore investite in beauty routine, ore davanti allo specchio a scrutarne lo scorrere. Una perversa lotta meta-temporale dove il tempo viene consumato per cancellare le tracce del tempo stesso. Si spreca presente per negare il passato, in un circolo malsano che trasforma l’esistenza femminile in una guerra contro la propria storia corporea.

Laura Hurd Clarke lo documenta senza pietà nei suoi studi: l’invecchiamento maschile viene celebrato come accumulo di valore – esperienza, saggezza, autorità – mentre quello femminile viene patologizzato come decadimento e perdita di valore sociale. Gli uomini sono individui che invecchiano, le donne sono corpi che deteriorano. Questo implica che il valore sociale femminile rimane ancorato primariamente all’aspetto fisico giovanile, rendendo qualsiasi conquista professionale o intellettuale vulnerabile all’erosione del tempo. Sarà una pura coincidenza anche il fatto che l’ossessione per i trattamenti “anti-age” sia esplosa negli anni ’80 e ’90, proprio mentre le donne conquistavano posizioni di potere precedentemente riservate agli uomini. L’imperativo di mantenersi giovani funziona così da meccanismo compensatorio: puoi avere potere, a patto che non sembri avere l’età per esercitarlo legittimamente, in un ambiente che avalla e incoraggia la privazione – per le donne – proprio di ciò che tradizionalmente conferisce autorità, la maturità visibile.

La pervasività di questi standard estetici si basa su un sofisticato sistema di controllo in cui le donne sono simultaneamente sorvegliate e spinte all’auto-sorveglianza: interiorizzando lo sguardo valutativo esterno diventiamo implacabili giudici di noi stesse. 
Ma come è possibile che le vittime si trasformino in carnefici? Per capirlo, dobbiamo familiarizzare con il concetto di violenza simbolica, quel fenomeno per cui chi è oppresso interiorizza i valori di chi opprime, fino a diventare i più zelanti guardiani della propria gabbia.
Guarda le donne che si affamano, si giudicano a vicenda, si flagellano pubblicamente per come cade un vestito, come se avessero commesso un crimine contro l’umanità. Guardale mentre spendono il loro denaro per piallare la pancia, per stramazzare in palestra, per cancellare quella ruga di espressione. Il patriarcato non può che ringraziare: non c’è bisogno di controllare le donne quando sono così brave a controllarsi da sole.

Chi scrive, naturalmente, non è immune da niente di tutto questo. 
Puoi decostruire il sistema quanto vuoi, ma prova a passare davanti a una vetrina senza controllare istintivamente il tuo riflesso. La teoria è una cosa, il corpo condizionato da decenni è un’altra. Riconoscere la gabbia non significa esserne fuori.
Siamo cresciute imparando che esistere significa prima di tutto essere guardate, che camminare per strada è sempre una piccola performance, che entrare in una stanza comporta una frazione di secondo in cui veniamo scansionate e giudicate. Questo sguardo interiorizzato ci accompagna ovunque: condiziona come ci sediamo, come gesticoliamo, come scegliamo i vestiti al mattino. Influenza persino il nostro modo di occupare lo spazio – quanto rumore facciamo quando ridiamo, quanto posto prendiamo sui mezzi, se osiamo mangiare con appetito in pubblico.
Siamo archeologie viventi di condizionamento estetico. Strati su strati di comportamenti appresi che si sedimentano fino a sembrare istintivi. 
Il modo in cui succhiamo in dentro la pancia quando incontriamo una superficie riflettente. Come sistemiamo automaticamente i capelli prima di entrare in una riunione. La modalità migliore di truccarci per sembrare naturali. E lo sguardo, sempre indagatore, dentro lo specchio. A qualunque età.

In questo sistema di disciplinamento, i media tradizionali e i social media fungono non solo da vetrine di ideali irraggiungibili, ma da strumenti di normalizzazione che definiscono i parametri dell’accettabilità corporea.  Esiste ormai da anni un insidioso slittamento discorsivo: dalla rappresentazione oggettificante del corpo femminile si è passati alla promozione di una “soggettività imprenditoriale” che invita le donne a percepire il proprio corpo come un progetto perpetuo di auto-ottimizzazione. Questa retorica dell’empowerment maschera efficacemente relazioni di potere sotto il linguaggio della scelta individuale e dell’auto-miglioramento.

Questo sistema, però, pur se perfettamente oliato è attraversato da crepe sempre più profonde. Diverse modalità di resistenza individuale e collettiva hanno preso forma; movimenti body positive e fat acceptance hanno sfidato la stigmatizzazione dei corpi non conformi, mentre le comunità femministe hanno sviluppato pratiche di “bellezza sovversiva” che contestano deliberatamente le norme estetiche dominanti. Tuttavia, anche queste forme di resistenza rischiano di essere riassorbite dal sistema che intendono contestare. L’industria della bellezza ha dimostrato una straordinaria capacità di appropriarsi dei linguaggi della liberazione corporea, trasformando slogan come “ama il tuo corpo” in nuovi imperativi di consumo e auto-ottimizzazione. Provate a cercare “body positivity” su Instagram: troverete migliaia di influencer che vi spiegano come amarvi mentre vi vendono integratori, skincare routine e leggings.

La resistenza, quindi, non può limitarsi a riformulare l’estetica: deve smantellarne le fondamenta. 
Il primo passo verso una reale liberazione consiste nel riconoscere la natura politica di ciò che viene presentato come personale. Le “scelte estetiche” individuali avvengono all’interno di strutture sociali che premiano pesantemente la conformità e puniscono altrettanto severamente la devianza. Riconoscere che tali scelte sono fortemente condizionate non significa negare l’agency femminile, ma situarla all’interno di rapporti di potere che la influenzano profondamente. Serve un’alfabetizzazione critica che permetta di decodificare i messaggi impliciti, riconoscendo questi canoni come prodotti culturali arbitrari anziché verità universali.
E soprattutto serve riscoprire il corpo non come progetto da perfezionare, ma come soggetto vivente la cui dignità risiede precisamente nel suo essere imperfetto, mutevole, gloriosamente umano. 
Cosicché l’estate possa ritornare a essere solo una stagione, anziché un tribunale.

ARTICOLO n. 23 / 2025

“ADOLESCENCE”: ANATOMIA DEL RISENTIMENTO

Prima che la luce bluastra degli schermi rimodellasse i confini dell’adolescenza, esisteva già un abisso: quello dell’incomunicabilità tra generazioni. Adolescence parte da questa frattura primordiale per mostrarci come, nell’era digitale, tale abisso si sia trasformato in un baratro frattalico da cui risalire pare non essere un’opzione.

La serie di Thorne e Graham non racconta semplicemente una storia di radicalizzazione online; racconta il non detto, i silenzi che separano i figli dai genitori, gli studenti dagli insegnanti, i ragazzi dal sistema che dovrebbe proteggerli. Al centro di questo vuoto comunicativo si staglia la maschilità contemporanea, alla ricerca di una bussola tra modelli di riferimento in evoluzione e una difficoltà nell’articolare emozioni complesse.

Gli adulti di Adolescence parlano una lingua obsoleta, basata sulla presunzione di conoscere i propri figli, mentre i ragazzi abitano un universo parallelo fatto di codici, meme e teorie che trasformano l’incapacità emotiva in ideologia. In questo deserto comunicativo, le emozioni maschili – frustrazione, desiderio, insicurezza, rabbia – non trovano canali legittimi di espressione, ma vengono redirette verso l’unico spazio che sembra accoglierle: la “manosphere”, con le sue rassicuranti formule matematiche e le sue promesse di controllo in un mondo percepito come ostile.

Nel silenzio inquieto di una camera da letto, tra la carta da parati con gli astronauti e la Playstation, si consuma un moderno rituale iniziatico: l’introduzione alla manosphere. Adolescence cattura questo momento con la spietata continuità di un piano sequenza che non concede respiro. La narrazione, come l’obiettivo della telecamera, non distoglie mai lo sguardo da quello e dagli abissi collaterali che ne originano.

La storia di Jamie Miller, tredicenne al centro di un’indagine sulla morte della compagna Katie, si snoda come un nastro di Möbius nell’inferno domestico contemporaneo. Non sono tanto le circostanze del tragico evento a scuoterci, quanto la lucida quotidianità che lo avvolge: un ragazzo qualunque, una famiglia normale, e quell’80/20 che ossessivamente risuona nelle conversazioni online – il principio di Pareto, trasformato da legge economica a dogma relazionale nella liturgia della frustrazione online.

Quell’80% delle donne che, secondo il nuovo vangelo digitale, compete solo per il 20% degli uomini “alfa”, è più di una semplice distorsione statistica: è l’algoritmo del risentimento, la formula matematica del rancore. Jamie non l’ha inventata, l’ha semplicemente assorbita, goccia dopo goccia, scroll dopo scroll, fino a farne una lente attraverso cui decodificare l’universo femminile e le relazioni.

La seduzione di questa formula risiede nella sua apparente scientificità, nella sua capacità di trasformare l’indecifrabile complessità delle relazioni umane in un’equazione rassicurante. L’essere prevedibile fa stare al sicuro. Il principio di Pareto, nato per descrivere la distribuzione della ricchezza nell’Italia del XIX secolo, migra così dal territorio dell’economia a quello dell’identità, offrendo una narrazione seducente a chi cerca risposta all’antico enigma del rifiuto e dell’esclusione.

Ciò che la serie mappa con precisione clinica è il percorso di questa migrazione concettuale: come una teoria economica diventi antropologia, una statistica mutata in teologia. Nei forum che Jamie frequenta, l’80/20 non è oggetto di dibattito ma articolo di fede, non è mai ipotesi ma dogma. È la descrizione di una predestinazione.

La brillantezza della scrittura sta nel mostrare l’effetto cumulativo dell’esposizione a questo dogma. Jamie non è mai mostro, e non c’è volontà di dipingerlo così. È un convertito che manifesta la propria devozione. Le sue parole durante il colloquio con la psicologa non sono espressione di creatività malvagia, ma recitazione di un catechismo appreso, ripetuto, interiorizzato fino a diventare natura.

E come ogni algoritmo che si rispetti, anche quello del risentimento si autoalimenta. Ogni rifiuto, ogni sguardo distolto, ogni conversazione interrotta diventa non un’esperienza personale da elaborare, ma un dato che conferma la regola, un’ulteriore iterazione che rafforza il modello predittivo. L’80/20 diventa così una profezia che si autoavvera: chi lo interiorizza inizia a muoversi nel mondo con l’aspettativa del rifiuto, generando comportamenti che, paradossalmente, aumentano la probabilità di essere rifiutati.

La serie, nel suo implacabile piano sequenza, riflette l’inesorabilità di questa progressione: dalla curiosità all’ossessione, dall’ossessione alla rabbia, dalla rabbia al potenziale atto violento. Un movimento continuo, senza stacchi, senza pause, senza via d’uscita – e, in ultimo – senza redenzione.

Nel terzo episodio, l’incontro tra Jamie e la psicologa si trasforma in una devastante epifania: ciò che ascoltiamo non è la voce di un tredicenne, ma l’eco cacofonica di mille forum anonimi, l’incarnazione sanguigna di una comment section sotto a milioni di post sui social dai modi e toni che conosciamo fin troppo bene.

Ma è nel momento di vulnerabilità più acuta che il colloquio rivela una verità impossibile da ignorare. Quando Jamie, in un sussurro quasi inudibile, domanda alla psicologa: “Ma io ti piaccio?”, assistiamo alla perfetta cristallizzazione della paradossale dualità della manosphere: la coesistenza di impulsi distruttivi e un disperato bisogno di validazione. Questa domanda, apparentemente infantile, contiene l’intero dramma dell’adolescenza e della gioventù maschile: il desiderio di connessione autentica che, non trovando risposta, si trasforma in risentimento.

La risposta della psicologa, che rimane misurata e professionale per tutto il colloquio, viene percepita come un altro rifiuto, un’ulteriore conferma della teoria dell’80/20. L’incapacità di Jamie di distinguere tra una relazione terapeutica e una personale diventa specchio della confusione tra intimità e dominio che la manosphere promuove. In quel breve scambio, vediamo l’algoritmo del risentimento eseguire in tempo reale la sua implacabile routine: trasformare la vulnerabilità in aggressività, il bisogno in pretesa, il rifiuto in giustificazione.

Le sue parole – frammenti di teorie incel, brandelli di “pillole rosse”, l’ossessiva menzione della “debolezza” femminile – sono i reperti archeologici di un’identità costruita sui fondali oscuri del web, amplificata tra i pari. La psicologa non incontra il vero Jamie; incontra un collage vivente di Reddit, 4chan e forum incel, un palinsesto di rabbia collettiva.

Ciò che Adolescence cattura, con la precisione di un entomologo, è la metamorfosi di un linguaggio: come la grammatica dell’odio digitale si traduca in sintassi carnale, come l’astrazione matematica di un principio teorico diventi potenziale catalizzatore di violenza reale.

Jack Thorne, tessendo la sua narrazione, non ci offre la facile catarsi della comprensione. Non c’è un perché ultimo, nessuna eziologia consolatoria del male. C’è solo il processo, mappato con la fredda lucidità di chi sa che non basta denunciare l’algoritmo se non si comprende la vulnerabilità che lo alimenta.

Quando Jamie parla di Katie, riferendosi a lei come “debole” e ripetendo che “tutti la chiamavano sgualdrina”, non sta semplicemente riportando; sta applicando il lessico appreso, sta categorizzando secondo i parametri che ha imparato a memoria, l’esecuzione di un codice comportamentale scaricato dalla rete. La violenza verbale aleggia nell’aria con l’inquietante potenzialità di un teorema in attesa di dimostrazione.

La vera tragedia che si consuma sullo schermo non è tanto l’omicidio, quanto l’incomprensione abissale tra generazioni. I genitori di Jamie, come gli adulti che li circondano, contemplano con orrore l’alieno che hanno cresciuto, incapaci di decifrare il codice che ne ha riscritto l’identità, con un dolore che pretende di essere visto e si prende di diritto tutto il racconto dell’ultima puntata.

“Lo abbiamo creato noi”, si dispera la madre, ignara che la vera genesi è avvenuta altrove, in quell’utero digitale dove il 69% dei ragazzi britannici tra gli 11 e i 14 anni viene esposto a contenuti problematici che plasmano la loro visione del mondo.

L’impotenza degli adulti – genitori, insegnanti, persino la giustizia – diventa così il vero orrore della serie: non ci sono mostruosità o devianze, solo istituzioni obsolete di fronte a una mutazione antropologica che avviene in tempo reale, sotto i nostri occhi, oltre la nostra comprensione.

Le statistiche recitate con freddezza burocratica dall’Office for National Statistics – il raddoppio delle ragazze sotto i 16 anni uccise con coltelli in un solo anno – proiettano, alla luce di Adolescence, l’ombra inquietante di fenomeni che trascendono i casi isolati: un’onda silenziosa che si propaga dalle camerette agli spazi pubblici, dalle community virtuali alle relazioni reali.

Non è una coincidenza che la serie sia girata senza stacchi, in un flusso ininterrotto che mima l’inesorabilità dei processi, anche algoritmici. Questa scelta formale incarna la vera natura del pericolo: non c’è montaggio, non c’è postproduzione, non c’è la consolazione del taglio che separa la causa dall’effetto. C’è solo il continuum spietato di una trasformazione che, una volta avviata, procede inesorabile verso un orizzonte di possibilità sempre più oscure.

Ciò che Jamie assorbe online non rimane confinato allo schermo, ma infiltra la sua percezione del mondo, la sua interpretazione delle relazioni e dei suoi stessi sentimenti. La radicalizzazione digitale opera come un lento avvelenamento: impercettibile nelle sue fasi iniziali, devastante nei suoi effetti cumulativi. In questo amalgama sociale, le insicurezze adolescenziali si trasformano in rabbia codificata, l’inadeguatezza in risentimento strutturato, la vulnerabilità in ideologia difensiva. Un ciclo che si autoalimenta nell’economia della frustrazione, lasciando chi guarda a confrontarsi con l’inquietante domanda: fino a che punto può spingersi questa spirale quando nessuno interviene per spezzarla?

Adolescence non ci offre redenzione, né facili soluzioni. Ci lascia, invece, con una domanda che brucia come un marchio: cosa accade quando non ci occupiamo di qualcosa? Quando l’incomunicabilità di chi sei e cosa desideri diventa una cosmologia, un sistema di valori, una lente per interpretare e interagire con l’altro?

Gli spazi online non sono mere piattaforme virtuali; sono laboratori sociali dove si forgiano nuove concezioni dell’identità in un’epoca di atomizzazione e frammentazione comunitaria. In questo senso, le ideologie che vi proliferano non sono semplici distorsioni di realtà, ma risposte – per quanto disfunzionali – a vuoti istituzionali reali, a crisi di senso concrete e a bisogni emotivi insoddisfatti.

La storia di Jamie è lo specchio del tempo: non necessariamente la narrazione di un colpevole, ma il ritratto di un adolescente qualunque la cui identità viene plasmata nell’intersezione tra vulnerabilità individuale e fallimento collettivo.E l’ambiguità che la serie magistralmente mantiene ci costringe a chiederci: quanto delle nostre narrative sul “mostro” servano principalmente a distanziarci dal problema? Ma anche: e se l’incomunicabilità tra generazioni fosse essa stessa una forma di abbandono strutturale?

Adolescence non è semplicemente un’altra serie sulla violenza giovanile: è un bisturi che disseziona con precisione chirurgica un fenomeno sociale. E in un’epoca in cui questa dinamica si traduce in statistiche sempre più allarmanti – dal raddoppio degli omicidi di ragazze adolescenti all’ascesa di contenuti problematici online – indagarne le radici diventa qualcosa che ci riguarda, senza distinzioni.

La serie di Thorne e Graham rifiuta di patologizzare questo fenomeno, di relegarlo al territorio rassicurante dell’anomalia psichiatrica. Jamie non è un mostro emerso dal nulla, ma il prodotto di un’alchimia sociale ben precisa: l’incontro tra vulnerabilità e ideologia tossica, tra isolamento emotivo e comunità digitali che trasformano il disorientamento in dottrina. Una cartografia complessa le cui radici germogliano nel terreno dell’incapacità emotiva, in quel vuoto comunicativo che trasforma sentimenti legittimi – insicurezza, paura del rifiuto, desiderio di connessione – in risentimento codificato. I dogmi della manosphere diventano così una stampella concettuale, un modo per dare forma matematica a un dolore che non trova altre formule per esprimersi.

Ciò che distingue profondamente questa serie è che sono gli uomini stessi a guidare la conversazione. Thorne e Graham, insieme all’intero apparato creativo dietro Adolescence, assumono coraggiosamente la responsabilità di guardare negli abissi di questa dinamica sociale. Per troppo tempo, la responsabilità di affrontare la violenza e i suoi effetti è ricaduta sulle donne, un fardello paradossale che ha trasformato le survivor in educatrici forzate. Ecco perché abbiamo bisogno di più narrazioni come questa: la società offre agli adolescenti strumenti limitati per elaborare emozioni complesse e poi si stupisce quando questi cercano di lenire il dolore con ciò che viene loro offerto. Adolescence inverte questa logica, mostrandoci come la radicalizzazione non sia un mistero incomprensibile ma un processo tracciabile, un percorso fatto di micro-decisioni, di piccole abdicazioni, di semplificazioni seduttive.

Se continuiamo a trattare ogni episodio di violenza maschile come un evento isolato, come atti incomprensibili di persone altre da noi, finché continueremo a delegare l’educazione emotiva dei ragazzi agli algoritmi e ai forum anonimi, continueremo a perpetuare il mito dell’incomprensibilità, quando in realtà la violenza ha una genealogia che possiamo comprendere, tracciare e interrompere.