Didier Eribon

ARTICOLO n. 5 / 2026

CONTRO IL VERDETTO

una conversazione di lucia antista

In ogni suo libro, Didier Eribon interroga il modo in cui la società si iscrive nelle vite individuali. 

Nel suo nuovo saggio, La società come verdetto (L’orma editore, 2025), prosegue questo lavoro di scavo, affrontando la questione delle traiettorie sociali e del modo in cui i giudizi collettivi si imprimono nei corpi.  

Lucia Antista: Sostiene che la società assegna ruoli e pronuncia “verdetti” che si imprimono nei corpi. Quando ha avvertito per la prima volta questo verdetto nella sua vita? E quando ha capito di poterlo rovesciare?
Didier Eribon: Nella mia vita, ho avvertito a più riprese la forza e la violenza dei verdetti sociali. Per primo il verdetto di classe. Mio padre era operaio e mia madre donna delle pulizie e vivevamo in quartieri poveri. Alle superiori, mi sono ritrovato a contatto con ragazzi provenienti da famiglie più borghesi e vedevo bene tutto ciò che mi differenziava da loro. Il mio modo di parlare, il mio accento, il mio vocabolario… ho dovuto correggere tutto questo e, letteralmente, reimparare a parlare. Tante cose mi separavano da loro: nelle loro famiglie si leggevano libri, si andava a teatro, al cinema… Ho dovuto poco a poco darmi tutta questa cultura, e questo desiderio di cultura, che non avevo. Imparare a somigliare a loro: cioè obbedire alle leggi sociali. Altrimenti, si viene eliminati dal sistema scolastico. Sottomettersi significava salvarsi.

E poi c’è stato il verdetto sessuale, se così posso dire: scoprire a 15 anni di essere gay, significa scoprire allo stesso tempo di essere sottoposti all’onnipresenza dell’insulto, dell’ostracismo, del rifiuto, del rischio dell’aggressione fisica. Si viene invasi da un sentimento di paura e di sgomento, e si deve dissimulare ciò che si è. Ci si domanda: sarà così la mia vita? E mi sono spesso posto la domanda: ma perché? Perché il fatto di essere gay, lesbica, ebreo, nero… destina un certo numero di persone a essere degli eterni “stigmatizzati”, per riprendere il termine di Erving Goffman, nel suo grande libro Stigma. Non c’è risposta a questa domanda. Ma è una delle caratteristiche fondamentali dell’ordine sociale e della storia delle nostre società. L’unica risposta, allora, è affermare e rivendicare – individualmente e collettivamente – ciò che si è. In questo caso, rifiutare di sottomettersi significava salvarsi! 

L.A. In un’epoca in cui il corpo è costantemente esposto – attraverso i social network, la sorveglianza, le biopolitiche – come resistere a questa colonizzazione del sé?
D.E. Non contesto che le nostre vite siano oggi non soltanto esposte ma anche plasmate e persino formattate dai social e dalla sorveglianza generalizzata. Gli algoritmi regnano e orientano le nostre scelte quotidiane. Internet e i social, pur potendo essere usati in modi discutibili, restano strumenti che possiamo volgere a nostro favore: offrono nuove possibilità di informazione, di conoscenze scientifiche e culturali, di dibattiti politici, di attività associative e, naturalmente, di incontri affettivi o sessuali. Ci danno accesso ad archivi, bibliografie, testi antichi disponibili online, così come a film e spettacoli teatrali registrati. Esistono in tutte queste tecnologie possibilità di costruire contro-discorsi, contro-modelli, contro-culture, contro-pratiche… Si possono trovare nei sistemi dell’assoggettamento strumenti di resistenza e di emancipazione.

L.A. Lei ha parlato di un'”etica” o di una “politica della generosità”. Guardando al dibattito pubblico e accademico di oggi, dove il confronto di idee sembra spesso sostituire la ricerca comune, in quali condizioni una pratica generosa del pensiero resta possibile?
D.E. Ciò che chiamo “politica della generosità” è la volontà sempre rinnovata di scrivere con l’idea che dei lettori potranno utilizzare ciò che scrivete per servirsene nella propria vita. Il secondo sesso o La terza età di Simone de Beauvoir sono libri autenticamente generosi, nel senso che ho appena definito. Come San Genet commediante e martire di Jean-Paul Sartre. O de La distinzione, di Pierre Bourdieu. 

Ciascuno di noi può attingere analisi per pensare il mondo ma anche per pensare se stesso, e quindi per cercare di cambiare il mondo – per quanto poco – e di trasformare se stesso.  Ho un debito nei loro confronti. Sono sempre lì, a casa mia, a portata di mano, sugli scaffali della mia biblioteca, ma anche, in maniera più o meno spettrale, sopra e dentro la mia testa. 

Sono fiero di perpetuare questa tradizione della generosità. Quando dei lettori mi dicono che Riflessioni sulla questione gay o Ritorno a Reims hanno cambiato la loro vita perché permettevo loro di liberarsi dal peso dei verdetti sociali che gravavano su di loro, dal malessere esistenziale che ne era la conseguenza, questo mi riempie di gioia. È il mio modo di restituire ciò che autori generosi mi hanno dato. È una trasmissione di eredità.

L.A. La società come verdetto mostra come le istituzioni possano essere strumenti di riproduzione delle disuguaglianze. Ma possono trasformarsi in agenti di liberazione, oppure l’emancipazione rimane innanzitutto un fatto individuale e relazionale?
D.E. Certo, le istituzioni restano sempre ambivalenti. Bourdieu ha mostrato che il sistema scolastico opera nella riproduzione delle classi sociali e delle loro differenze, e questo vale ancora oggi. Un bambino della classe operaia in provincia non avrà accesso agli stessi percorsi scolastici di un bambino della borghesia parigina: i genitori di quest’ultimo dispongono non solo del capitale economico che agli altri manca, ma trasmettono fin dalla nascita anche un capitale culturale assente negli ambienti operai, e che costituisce una delle condizioni d’accesso alle istituzioni scolastiche e universitarie più prestigiose, e quindi alle professioni più valorizzate e meglio retribuite. 

Nondimeno, se la scuola riproduce rigidamente la struttura sociale, offre anche a tutti, per alcuni anni, la possibilità di acquisire saperi, imparare lingue straniere e aprirsi a campi culturali come la storia e la letteratura, ed è un elemento di grande rilievo. L’idea di una “democratizzazione scolastica” è illusoria, perché le disuguaglianze restano, ma la “massificazione scolastica” accresce comunque il volume complessivo del capitale educativo di una società. Questo consente a un certo numero di individui di modificare, almeno in parte, la propria traiettoria sociale e di accedere a professioni che sarebbero state precluse ai loro genitori.

La stessa ambivalenza vale per il diritto: è un’istituzione conservatrice, incaricata di mantenere l’ordine stabilito, e tutte le tradizioni critiche lo hanno contestato radicalmente. Tuttavia, il diritto può anche svolgere una funzione protettiva — per minoranze, lavoratori, libertà — e le battaglie condotte sul terreno giuridico possono produrre avanzamenti sociali decisivi: diritto al divorzio, all’aborto, alla contraccezione, al matrimonio e all’adozione per le coppie dello stesso sesso. Le mobilitazioni per “il diritto a…” hanno provocato profondi cambiamenti progressisti. E, in molti Paesi, occorre oggi difendere questi diritti acquisiti dalle forze reazionarie che li mettono nuovamente in discussione.

L.A. Lei dialoga con Bourdieu e Ernaux nella costruzione di un'”autobiografia sociologica”. Che cosa significa, per lei, raccontare la propria vita non per confessarsi, ma per decostruire le categorie attraverso le quali la società la legge?
D.E. Ritorno a ReimsLa società come verdettoVita, vecchiaia e morte di una donna del popolo, per citare solo questi tre titoli, portano evidentemente il segno di un dialogo senza sosta rinnovato con l’opera di Bourdieu. Per definire il mio approccio, ho avanzato recentemente il concetto di “sociobiografia”. I personaggi dei miei libri sono personaggi sociali, sociologici. Cerco di reinscrivere storie individuali nel mondo sociale dove esse si dispiegano. Cerco di raggiungere la singolarità più singolare degli individui che descrivo, e di comprendere queste singolarità come incarnazioni sociologiche: ciò che Lukács chiamava “tipi sociali”. Vita, vecchiaia e morte… propone un ritratto di mia madre in quanto individuo particolare. Ma questa individualità è sociale da cima a fondo: è l’incarnazione di una “tipicità sociale”: una donna, bianca, della classe operaia, nel nord-est della Francia. È un libro su mia madre sulle donne di questa classe sociale. Questo vale anche per me: il racconto del percorso di un transfugo di classe – io – cerca di render conto della struttura di classe delle nostre società, e di come attraversare le classi sociali in un senso, poi nell’altro (il “ritorno”) permetta di vedere come funziona questa struttura.

L.A. La sua scrittura unisce teoria, memoria e sensibilità letteraria. Pensa che la letteratura – più della filosofia o della sociologia – abbia ancora la forza di rovesciare un “verdetto sociale”?
D.E. Non mi considero uno scrittore. Il mio campo è quello della sociologia e della filosofia, ma ho sempre cercato di trasformarne la forma di scrittura, creando uno stile più vicino alla letteratura, capace di far entrare emozioni, sentimenti e affetti nella stessa costruzione teorica e concettuale. La letteratura conta molto per me in maniera più generale, perché contiene spesso non soltanto descrizioni importanti del mondo sociale ma anche analisi teoriche molto sofisticate. In Una morale del minoritario, con il sottotitolo Variazioni su un tema di Jean Genet mi appoggio sulle analisi che si trovano in Genet del sentimento della vergogna come effetto di una struttura sociale di inferiorizzazione e del superamento di questo sentimento. Genet, come Proust, è un grande teorico: l’insieme delle riflessioni che proliferano nei suoi romanzi costituisce una magnifica teoria della soggettivazione minoritaria. Sartre l’aveva ben visto, d’altronde.

L.A. In che modo l’amicizia, da rifugio privato, può diventare una struttura politica capace di opporsi ai modelli familiari e istituzionali dominanti?
D.E. Intorno ai 19 anni ho letto con fervore le Memorie di Simone de Beauvoir. Mi rivedo nella mia piccola camera dell’appartamento dove abitavo con i miei genitori, in un complesso HLM (alloggi sociali) appena costruito alla periferia della città, divorare la sera, la notte, i volumi successivi, L’età forteLa forza delle coseA conti fatti. Fantasticavo su ciò che vi mette in scena nel corso delle pagine: dalla vita intellettuale al teatro. Con un’amica molto vicina, ci divertivamo a chiamarci “Jean-Paul” e “Simone”. Eravamo a Reims, cioè su un altro pianeta. Un gioco, ma anche un sogno, un’aspirazione, modelli, modi di vita. Sognavamo anche Parigi, i caffè, le cerchie di amici… Erano sogni inaccessibili per il bambino della classe operaia che ero ma hanno orientato le mie scelte e tutta la mia esistenza. E la mia vita di oggi, in un certo modo, somiglia a un sogno che era impossibile e che si è realizzato. Le conversazioni interminabili nei caffè con i miei amici, che sono filosofi, scrittori, artisti… la scrittura, il pensiero (e le discussioni che lo nutrono), l’impegno politico anche. Non si pensa mai da soli: si pensa e si scrive con una pluralità di persone la cui presenza nelle nostre vite e nei nostri spiriti è al cuore delle nostre personalità e delle nostre attività.  

L.A. Dalle famiglie che soffocano alle amicizie che liberano: il suo percorso sembra ruotare attorno all’idea che la libertà non consista nell’isolarsi, ma nello scegliere coloro che ci aiutano a diventare ciò che siamo. In un’epoca di identità frammentate, che cosa significa per lei oggi scegliere un legame?
D.E. Si possono scegliere legami diversi: politici, associativi, sindacali… o sportivi, artistici. Si possono d’altronde scegliere diversi legami alla volta, o successivamente. L’essenziale è sempre che queste identità collettive ci aiutino a definire e a costruire identità individuali ricche e non alienate. Bisogna tuttavia essere consapevoli che ci sono limiti alla possibilità della scelta, per esempio, per le categorie più vulnerabili: migranti, lavoratori precari, persone disabili… In Vita, vecchiaia… analizzo l’impossibilità per le persone anziane che hanno perso la loro autonomia fisica di mantenere legami amicali e di costituirsi in collettivo. E in questo caso, la famiglia riempie spesso questo ruolo sociale di solidarietà collettiva, dato e non scelto, ma essenziale. Altrimenti, l’isolamento è insuperabile. È per questo che credo sia cruciale difendere tutte le strutture della solidarietà collettiva che vengono smantellate sistematicamente dall’ordine capitalista e dall’agenda neoliberale. La solidarietà contro la concorrenza e il profitto.