Bruno Maida

ARTICOLO n. 35 / 2026

LE RAGIONI DEL 25 APRILE

Non so quante volte mi è stato chiesto da uno studente o da una persona che ha assistito a una mia conferenza cosa avrebbe potuto leggere per approfondire la conoscenza della storia e del contenuto della nostra Costituzione. Ho sempre risposto che, ancor prima di leggere, avrebbe potuto ascoltare su YouTube le parole appassionate di Piero Calamandrei quando, il 26 gennaio 1955, tenne un discorso divenuto celebre nel Salone degli Affreschi della Società Umanitaria a Milano. Era stato invitato da un gruppo di studenti universitari e delle scuole medie superiori che avevano organizzato un ciclo di sette conferenze sulla Costituzione italiana. Oltre a Calamandrei, a cui era affidata la lezione introduttiva, parteciparono uomini e donne di grande spessore culturale, politico e giuridico come Domenico Riccardo Peretti Griva, Paolo Barile, Umberto Segre, Giuliana Gadola, Riccardo Bauer

Il discorso di Calamandrei andava subito al cuore della questione. Prendendo spunto dall’art. 34 e dal diritto allo studio, si domandava cosa sarebbe accaduto a un giovane privo di quei mezzi che gli avrebbero dovuto consentire di raggiungere, come recita la Costituzione, “i gradi più alti degli studi”. Per questa ragione, sottolineava Calamandrei, era stato scritto l’articolo 3. Un articolo che giudicava il più importante e impegnativo della Costituzione e il cui secondo comma recita che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». 

Rimuovere gli ostacoli significava che la Costituzione fosse realizzata davvero, trasformata in realtà. E questo doveva valere per la democrazia nel suo complesso, ossia che si traducesse in una costruzione viva e non solo giuridica. Quel processo, avvertiva Calamandrei, necessitava però di grande fatica e impegno quotidiani. Perché le libertà politiche e giuridiche, anche quando erano state ormai conquistate, rischiavano di essere rese inutili dalle disuguaglianze economiche e dall’impossibilità per molti cittadini di essere persone, di avere una “fiamma spirituale” così da contribuire, con le giuste condizioni economiche e sociali, al progresso della società.

Sulla base di questo ragionamento, Calamandrei sosteneva dunque che la Costituzione doveva essere considerata una polemica sia verso il passato (quello in cui si era combattuto per superare la monarchia e il fascismo) sia verso il presente (che non si manifestava ancora come piena realizzazione dei valori e dei principi fondamentali). Solo considerandola una polemica era possibile guardare al futuro, per realizzare completamente la Costituzione, rendendola viva e vitale.

Ecco, se è vero che siamo riusciti solo parzialmente a realizzare ciò che Calamandrei e i costituenti immaginavano come futuro incarnato della Costituzione, forse un’analoga riflessione può essere fatta per il 25 aprile come luogo simbolico in cui misurare come le ragioni e i principi dell’antifascismo e della Resistenza si siano affermati o meno nella democrazia repubblicana; un filtro attraverso cui osservare le forme e le pratiche della memoria e del suo rapporto con le urgenze del presente. Dunque può essere utile pensare anche al 25 aprile come a una polemica.

Polemica verso il passato significa riflettere sempre su cosa sono stati i fascismi tra le due guerre. Quali sono state le norme e le pratiche attraverso le quali è stata costruita una radicale negazione delle libertà. In che modo le guerre coloniali di aggressione abbiano caratterizzato il regime fascista. Cosa sono state le stragi naziste e fasciste contro la popolazione civile e quale ruolo abbiano avuto nel modello di occupazione, di pratica e ideologia della violenza, di sfruttamento. Cosa sono state le deportazioni politiche e razziali. Contro questi fenomeni hanno lottato uomini e donne. Hanno lottato sulle montagne. Hanno lottato nelle città. Hanno lottato nei campi di concentramento, di internamento e di sterminio. Hanno lottato i civili a fianco della resistenza armata. E tutti lo hanno fatto perché avevano una convinzione – l’avevano, va detto, solo raramente in forma consapevole – e tuttavia sentita in profondità. Una convinzione che affondava il suo significato in ciò che aveva scritto Cesare Beccaria nel Dei delitti e delle pene, un’opera alla quale Calamandrei lavorava nei mesi della guerra di Liberazione per scriverne la prefazione: “Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che, in alcuni eventi, l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa”. Quasi un’epigrafe, un monito e una condanna alla storia dei fascismi tra le due guerre.

La polemica verso il presente è ancor più necessaria e urgente. Perché il nostro è un presente nel quale dobbiamo dirci che non siamo riusciti a frenare o a impedire l’ondata di autoritarismo e spesso di neofascismo esplicito che ha invaso l’Europa e l’Occidente. Un presente nel quale, di fronte alle debolezze, alle fragilità, alle paure, alla sofferenza delle parti più deboli della società, la risposta è rimilitarizzare la società stessa. Un presente che si fonda sull’idea distorta che il benessere e il profitto di una parte estremamente ridotta del mondo costituiscano una sorta di esito necessario della storia. Un presente nel quale il governo criminalizza il dissenso dei lavoratori, degli studenti, dei giovani, di ogni singola persona che pensa che il dissenso e il conflitto siano al contrario un motore necessario della storia e della democrazia. 

E ancora. La polemica verso il presente deve rivolgersi ai diritti e agli strumenti di giustizia internazionale quotidianamente schiaffeggiati, umiliati, negati in nome del diritto di sterminare popoli, di affamarli, di distruggerne la dignità. E non c’è dignità senza le scuole e gli ospedali, costantemente bombardati; non c’è futuro se i territori vengono desertificati. Infine, è un presente nel quale il rispetto che noi dobbiamo a coloro che hanno combattuto nella guerra di liberazione si onora opponendoci a ogni autoritarismo, discriminazione e razzismo, in nome della dignità dei più deboli, dei dimenticati, dei migranti, dei poveri, dei detenuti. È qui che si incarnano le ragioni costituzionali che danno fondamento alla pace come dialogo contro ogni guerra, contro ogni permanenza della guerra, contro ogni riarmo.

Però, affinché questa polemica contro il presente e il passato diventi alimento per il futuro, nella possibilità di rinnovare sempre il nostro patto di cittadini liberi e uguali, alcune cose vanno ricordate. La prima è che la Resistenza e l’antifascismo sono la sostanza della Costituzione. Quando il nostro Presidente del Senato dice che le parole “antifascismo” e “resistenza” non sono presenti nella Costituzione ha ragione, ma solo perché l’ha letta male o non la vuole capire. O più probabilmente perché non ha mai letto l’epigrafe di Calamandrei posta nel Palazzo comunale di Cuneo il 4 dicembre 1952, ottavo anniversario della morte di Duccio Galimberti. Le stesse parole con le quali concludeva peraltro il suo discorso all’Umanitaria.

La seconda cosa che dobbiamo ricordare è che il pericolo maggiore è costituito dalla costruzione di memorie indivise, da intendersi come memorie uniformi, memorie bloccate, memorie così preoccupate di rimuovere ciò che appare difforme da sacrificare anche il buon senso, che si ripetono continuamente, non sottese da una solida narrazione storica e rigorosa, e che quindi nelle loro diverse manifestazioni mostrano una sempre minore forza di essere vive e di essere in grado di contribuire a leggere il presente. A voler essere polemici – e forse qualche segno del presente ci costringe a esserlo – una memoria indivisa può essere intesa come una memoria in divisa cioè militarizzata, inquadrata, in orbace.

La terza cosa che vale la pena ricordare, ed è forse quella che dispiace di più, è che il 25 aprile non è la festa di tutti. È la festa di chi si riconosce nel perimetro valoriale in cui si inscrivono i valori di libertà, giustizia e uguaglianza. Non sono astrazioni ma pratiche democratiche, che si rinnovano quotidianamente: in una nave che salva i migranti nel mare; nell’opposizione a decreti che limitano le libertà dei cittadini o anziché combattere l’antisemitismo lo usano come clava contro il dissenso; nella ferma opposizione alla chiusura di un centro sociale e di qualunque spazio di dialogo politico e sociale; in una lotta testarda contro chi vuole la guerra, compie crimini contro l’umanità, investe nelle armi invece che nei progetti di pace. Perché la verità è che non si può stare da tutte le parti e il 25 aprile è ancora una volta un monito a decidere da che parte stare.

ARTICOLO n. 5 / 2025

TRE INFANZIE

In occasione del Giorno della Memoria, ritorna in sala da domenica 26 gennaio a mercoledì 29 gennaio – distribuito da I Wonder Pictures – il film vincitore di due premi Oscar tra cui la statuetta come Miglior film internazionale, “La zona d’interesse” di Jonathan Glazer. Trova il cinema più vicino a te qui

Tra i tanti suoni, rumori, voci che si intrecciano e si sovrappongono ne La zona d’interesse, fino a essere non solo un indispensabile tappeto sonoro ma un tema fondamentale del film, vi sono i pianti dei bambini. È così fin dalla prima sequenza, quando la famiglia Höss è riunita per un bagno nel fiume Sola, e si sente il pianto di Annegret, l’ultima nata di Rudolf e Hedwig Hensel, il 20 settembre 1943. Le sue urla di neonata progressivamente si confondono con quelle dei bambini ebrei che arrivano ad Auschwitz, vengono fatti scendere dal treno e, salvo poche eccezioni, sono inviati subito alla camera a gas. Noi sappiamo che il pianto che viene dalla casa della famiglia Höss è sempre quello di Annegret, così come sappiamo che quello che sentiamo provenire dall’interno del campo appartiene, giorno dopo giorno, a bambini sempre diversi e sempre segnati dallo stesso destino.

Lo sappiamo ma siamo costretti a fermarci per pensarlo, perché siamo abituati a considerare, come è giusto, che tutta l’infanzia è innocente e uguale. Che i bambini e le bambine cresciuti sotto il nazismo siano anch’essi vittime mi sembra ovvio, eppure alcune distinzioni vanno fatte. Vittime sono anche gli altri quattro figli dei coniugi Höss: Klaus, che nasce nel 1930, Heidetraut nel 1932, Inge Brigitt, che tutti chiamano Brigitte l’anno dopo, e Hans-Jürgen che viene alla luce nel 1937. Ma la loro è un’infanzia protagonista e visibile, che ha un presente e un futuro, a differenza del milione e mezzo di loro coetanei ebrei, che rimangono invisibili, uccisi nei ghetti, nello “sterminio delle pallottole”, nei campi di sterminio e le cui voci diventano via via sempre più fioche fino a spegnersi percorrendo la strada per Auschwitz, da qualsiasi luogo provengano.

Da questo punto di vista, il muro che si erge tra la villa della famiglia Höss e il Lager non divide solo due spazi, due condizioni, due gerarchie ma anche due destini. Brigitte, nata il 18 agosto 1933, ha sempre abitato vicino a un campo di concentramento: dagli uno ai cinque anni a Dachau, dai cinque ai sette a Sachsenhausen, infine ad Auschwitz dai sette agli undici. È nata quindici giorni dopo Enrica Spizzichino, figlia di Pacifico ed Elena Di Cave, deportata ad Auschwitz con i genitori e i due fratelli – Franca nata nel 1936 e Mario nel 1942 – dopo essere stata arrestata nella retata del ghetto di Roma il 16 ottobre 1943. I tre bambini sono uccisi, insieme alla madre, all’arrivo nel Lager nazista, il 23 ottobre, quando Annegret Höss ha appena compiuto un anno. Hans-Jürgen ha invece sei mesi in più di Sergio De Simone che, arrestato a Trieste insieme alle cuginette Andra e Tatiana Bucci, arriva ad Auschwitz all’inizio di aprile 1944 e da lì sei mesi dopo verrà inviato con altri diciannove bambini a Neuengamme, dove saranno tutti sottoposti a terribili esperimenti medici e poi, alla fine della guerra, uccisi nello scantinato della scuola Bullenhuser Damn di Amburgo.

A differenza dell’invenzione de Il bambino con il pigiama a righe, quei bambini non si incontrarono mai né gli uni videro gli altri. Hans-Jürgen è l’unico che, ne La zona d’interesse, ha un momento di consapevolezza infantile della violenza che lo circonda quando, sentendo delle urla, si affaccia solo un attimo alla finestra e immediatamente si ritrae e tira le tende. Quando sente esclamare: «Annegalo nel fiume», allora Hans-Jürgen inventa un gioco nella sua mente e dice a un compagno immaginario: «Non devi farlo mai più».

Forse Glazer vuole dirci che l’innocenza non può essere preservata del tutto, neanche da Höss, che pure trascina Heidetraut e Hans-Jürgen via dal fiume pieno della cenere dei crematori. La madre e le governanti li lavano a lungo, strofinano i loro corpi perché la loro purezza rimanga intatta e non sia in alcun modo contaminata. I genitori costruiscono un cupo giardino dei giochi, dove un’infanzia inconsapevole vive però serena e allegra, malgrado gli spari, malgrado le urla, malgrado il fumo, malgrado la puzza che solo la madre di Hedwig sembra sentire. È un continuo cortocircuito del mondo infantile: i giochi con i soldatini che Hans-Jürgen inventa ai piedi del fratello Klaus, vestito da giovane nazista; le favole che il padre racconta alla piccola Heidetraut, soprattutto Hänsel e Gretel(ma la strega è Höss o l’ebreo?); i rumori che sempre Hans-Jürgen, divertito, ripete dal suo letto nell’oscurità pur essendo suoni terribili; il gioco apparentemente normale ma in fondo sadico di Klaus che rinchiude il fratello più piccolo nella serra, ricordando un passaggio del film Il nastro bianco di Michael Haneke nel quale il regista racconta le origini del nazismo. È anche un altro gioco che non si vede nel film ma che risulta dalla testimonianza di Janina Szczurek una sarta polacca che lavora al servizio del comandante del campo. Ha raccontato che con i vestiti degli internati ne confezionava altri per la famiglia Höss, e ha ricordato come un giorno i bambini le chiesero di cucirvi sopra dei triangoli neri o gialli come quelli dei prigionieri.

Tra quella visibile della famiglia Höss e quella invisibile delle centinaia di migliaia di bambini ebrei uccisi nelle camere a gas di Auschwitz, vi è però una terza infanzia, incarnata da Aleksandra Kołodziejczyk, che nel 1943 ha sedici anni ma che da quando ne ha quattordici partecipa, con il nome di battaglia di “Olena”, alla Resistenza polacca. È nata a Brzeszcze, una città a meno di sei miglia dal sito del campo di Auschwitz II-Birkenau; suo padre nel 1940 è stato deportato a Dachau ma è tornato pesando solo 32 chili. Il racconto della ferocia nazista e della fame patita la convincono ad agire. La vediamo nel film lasciare mele per i prigionieri, attraverso immagini realizzate con una telecamera termica che restituisce una sorta di visibilità a metà, di aiuto sotterraneo e non dichiarato. Secondo il regista, lei rappresenta l’unica luce del racconto, incarna la forza del bene. Anche qui una diversa forma di cortocircuito non manca. Se l’adolescente Aleksandra rappresenta comunque la purezza e l’innocenza dell’infanzia, unica possibilità di salvezza per il mondo dopo la Shoah, nondimeno rischia di assumere sottotraccia il significato di un’assoluzione per i polacchi che, come noto, non intendono ancora oggi fare i conti con le loro responsabilità nello sterminio degli ebrei fino a trasformare in reato le opinioni critiche.

In una foto non datata ma scattata tra il 1940 e il 1943, si vedono Klaus, Brigitte e Heidetraut, felici e sorridenti, mentre insieme, uno dietro l’altro, scendono da uno scivolo. Sono in costume da bagno e sono nel grande spazio verde che circonda la loro villa al confine con il campo. La fotografia restituisce un mondo di spensieratezza infantile, di cui ognuno di noi conserva almeno un’immagine. Ne La zona di interesse, la madre di Hedwig parla di quel luogo come “il giardino del paradiso”, lei che veniva soprannominata “l’’angelo di Auschwitz”. Era sempre felice quando andava a farle visita lo zio Heine, cioè Heinrich Himmler, che Rudolf fotografava con i bambini sulle ginocchia. Anche per questo, più puntualmente, Rainer, il nipote di Höss, ha parlato di quel muro che divideva la casa del comandante dal Lager di Auschwitz come della “porta verso l’inferno”.

In collaborazione con I Wonder Pictures e I Wonderfull. Guarda il trailer del film qui.