ARTICOLO n. 99 / 2025
ESSERE MADRE SIGNIFICA ASPETTARE. E VICEVERSA
Come fosse un calendario dell’avvento, una serie di contributi su cosa attendiamo, su cosa dobbiamo o speriamo di attendere. E anche su cosa significa attendere e l’attesa in sé. Da oggi fino al nuovo anno L’attesaaccompagnerà i lettori di The Italian Review.
Aspettare significa infatti anche “essere in procinto di diventare madre”: nel linguaggio comune la gravida «aspetta un figlio». La mia signora è «in dolce attesa», si dice pure. Dolce. Sospetto che questa espressione ottocentesca (che sostituisce quella precedente, più intrigante e neutra, «in stato interessante») l’abbia concepita (!) una mente maschile, o di qualcuno che abbia contemplato la gravidanza da fuori, che non abbia misurato quell’attesa – e le sue conseguenze – con il corpo che ha.
Comunque, niente di terribile: qualche nausea, qualche scomodità nel dormire – ma il corpo sa quel che fa e deve, dispone di ogni risorsa per favorire l’evento, è preparato.
Il problema da focalizzare è piuttosto la definizione, evidentemente ingrata e approssimativa: più che aspettarlo (neanche il neonato venisse calato già confezionato nel suo corpo e lei dovesse solo impegnarsi a espungerlo), la gravida quel figlio lo sta letteralmente fabbricando. È un’apetta operosa.
La vera attesa, che si presume invece (e quanto a torto!) inoperosa, comincerà anni dopo. Possiamo suddividerla per fasce di età: le prime attese sono affinché finiscano (in fretta, per favore, prima ch’io salti addosso all’animatore!) le interminate feste di compleanno dei compagni delle elementari. Seguono le altrettanto interminabili attese (in macchina, sovente al freddo) fuori dalle case degli amichetti, o fidanzatini (la differenza è sempre più sfumata e il tipo di coinvolgimento si decifra, forse, solo dalla durata dell’attesa imposta al genitore in attesa nel suo astuccio di policarbonato).
Ma l’attesa più attiva (e cattiva) è quella che si attiva nell’adolescenza, e contraddice ogni assurda pretesa di riposo da parte delle madri.
Si tratta dell’attesa che il figlio ormai (effettivamente ma, soprattutto, autopercipitosi come) cresciuto rincasi, a orario – prima serale, poi via via più inoltrato nelle ore notturne, fino a sfiorarne i lucori d’alba – concordato. Nonché ripetutamente contrattato, ogni sera prima dell’imminente uscita e, più volte, negli anni, trattandosi di una negoziazione continua, la cui insanguinata documentazione va inserita nel voluminoso catalogo recante il titolo (naturalmente scritto con il dito intinto in un ambiguo fluido vermiglio) «conquista dell’indipendenza».
Sembra infatti che, nell’arbitraria (e immatura, va da sé) interpretazione del figlio, l’indipendenza passi attraverso il rosicchiamento delle ore di sonno del genitore e non già nell’emancipazione – per dirne una – economica dal medesimo genitore, il quale si aggira roteando occhi cerchiati, ancorché privi di rassegnazione, tuttora strenuamente antagonisti.
Eppure, le poesie dei poeti (la lettera finale include soli uomini, va scritto e pure sottolineato) otto-novecenteschi celebrano (proprie o altrui) madri dolcissime, pazienti e irrimediabilmente sorridenti.
Forse che nell’Ottocento le donne (le pie donne) usavano già in proprio privarsi del bene del sonno? O, viceversa, quei figli, già poeti in potenza, si dilettavano nel vergare ballate e ballatette, reclini sugli scrittoi delle stanzette proprie e non sortivano di casa?
Certo è che lasciar cadere parole come «gravida» o «incinta» sugl’illustrissimi tavolini da tè dei salotti borghesi doveva parere crudo, descrittivo e scientifico e, per ciò, inadatto. Troppo riferimento all’animale (ché gravidanza e allattamento hanno già il loro bel daffare nel rimarcare che una donna è un corpo). Meglio non essere tanto sfrontatamente chiari. Meglio, dunque, parlare di «periodi benedetti», sorrisi e «angeli del focolare», meglio riargomentare di «dolci attese» e rimuovere dalla scena lirica l’immagine disturbante di certe graziosissime signore in procinto d’esser madri ripiegate su vari tipi di contenitori, nel cavo dei quali rilasciare – il più discretamente possibile – pranzi o cene appena ingeriti, talvolta sfuggendo loro un accompagnamento di alquanto sorprendenti emissioni sonore.
L’essenza stessa della maternità è, pertanto, l’attesa.
Ma un’attesa condita dalla spezia piccante dell’ansia, anche per la più serena tra le serene. Lo dice pure la scanzonata Viola (una delle protagoniste di Dimmi che sei stata felice) che, insieme ai figli, nasce da noi qualcosa del quale, fino a quel momento, ignoravamo di disporre: l’ansia. Disponiamoci dunque serenamente all’ansia. E, notte dopo notte, respiriamo a fondo – e comunque – la bell’aria del mondo.