ARTICOLO n. 33 / 2026
Di Mark Cousins
RESURRECTION
traduzione di camilla pieretti
In collaborazione con I Wonder Pictures pubblichiamo un pezzo su Resurrection di Bi Gan, nei cinema dal 23 aprile
C’è chi dice che la quintessenza del cinema sia condividere pianti e risate nel buio, ma se invece si trattasse di un aspetto secondario?
Non c’è qualcosa di ancor più primordiale che definisce il nostro andare al cinema? Per esempio il senso di resa?
Guardare un film a casa vuol dire avere un telecomando con cui mettere in pausa o accelerare, su uno schermo che in genere è più piccolo di noi. Siamo noi ad avere il controllo e la pellicola a sottostare al nostro volere. Al cinema non si può mettere in pausa. Bisogna arrendersi alle tempistiche, al ritmo e agli spazi del film.
Mi sono appena arreso al ritmo e agli spazi di Resurrection di Bi Gan e la mia prima reazione è stata un sonoro «Ma che cazzo ho appena visto?».
Sarà la stessa reazione che hanno avuto nel 1895 di fronte al treno che entrava a La Ciotat? Nel 1929 davanti a buona parte di Un chien andalou? Nel 1966 con le scene psichedeliche delle Margheritine di Vera Chytilova? Con 2001: Odissea nello spazio nel 1968? O di fronte ai conigli di Inland Empire – L’impero della mente di David Lynch?
«Ma che cazzo ho appena visto» è un modo di dire «Non ho mai provato niente del genere prima» o «Ho guardato ma non ho capito» o «È un sistema con cui non ho mai avuto a che fare».
Parte del senso di spaesamento di Resurrection, per me, è legata al fatto che ho quasi mollato il film a metà. È un pastiche tra Orson Welles e Andrej Tarkovskij che però riesce solo in parte. Il linguaggio filmico mi è sembrato a tratti banale. In particolare, nelle sequenze noir/gangster c’era qualcosa che non andava, sembravano non cogliere appieno l’introspezione e l’angoscia del noir. E non sarebbe stato meglio fare maggior riferimento al cinema cinese?
Dopo circa un’ora, quindi, mi sono detto: «Capisco dove vuole andare a parare ma non sono convinto».
Eppure non ho lasciato la sala, perché mi sembrava che il film di Bi stesse cercando di asserire qualcosa di intrigante e irrisolto, qualcosa tipo: «La vita è intollerabile. Mantenete un basso profilo. Non azzardatevi a sognare o vivere appieno. Contenetevi. Non seguite ciecamente l’idea del cinema. Non innamoratevene, perché vi metterà il cuore a nudo».
Così sono rimasto seduto, per capire se questa realtà valga la pena di essere vissuta e quale possa essere il contributo del cinema nelle nostre vite. Bi stava forse dicendo: «Vivete appieno, morite giovani»?
È stata quell’ambivalenza a trattenermi. Poi è arrivata la storia finale del film e il mio corpo, la mia mente sono cambiati. In India, la parola “darśan” descrive la sensazione di scostare un velo per rivelare il divino. Per me, il lungo piano sequenza di Resurrection, brillante, trasformativo, coinvolgente e mozzafiato com’è, dice: «Le storie e gli omaggi precedenti avevano un limite, ma ora non è più così».
La lunga ripresa arriva dopo una sequela di trucchi cinematografici, specchi, ombre e costumi, ma si avvicina di più alla vita reale, l’alba di qualcosa di nuovo. Ha tutta la freschezza dell’Atalante di Jean Vigo e, a mio modo di vedere, riesce a condurre gli spettatori da un inferno di disperazione, postmodernismo e menzogne a una sorta di trasfigurazione (come nel quadro di Ludovico Carracci?).
Questo finale-non-finale mi dice: «Sì, ti farà male. Sì, ne uscirai scottato come un vampiro alla luce dell’alba. Ma è meglio sentirsi così che non provare niente». Una visione del mondo pasoliniana?
Credo di aver pianto. So che ho sentito il sangue scorrermi nelle vene.
Resurrection mi ha fatto pensare che non sono il cavaliere, ma il cavallo.
Ma che cazzo ho appena visto