ARTICOLO n. 48 / 2026

QUANTO COSTA LA LIBERTÀ DELLE DONNE?

miti del femminile

Chi ha tentato la strada accademica lo sa bene: la via del dottorato è lastricata di concorsi a cui ci si iscrive senza certezze, di bandi in cui ci si misura con decine di candidati altrettanto qualificati, di mesi in cui il lavoro è tanto e il compenso inesistente. Lavinia rappresenta perfettamente questa condizione: vive a Pistoia ma ogni giorno prende il treno per Pisa, dove lavora alla sua tesi di dottorato su La rappresentazione delle partigiane nei romanzi sulla Resistenza scritti da uomini, e sta cercando di ottenere una borsa per poter continuare a scrivere senza affogare nei debiti. La sua vita è fatta di rinunce che spesso maschera da scelte: un’esistenza frugale, dove i pranzi si preparano a casa, i vestiti si fanno durare il più possibile e i desideri si offuscano dietro un’incrollabile etica.

Lavinia ha costruito la propria identità attorno a un’etica incrollabile: è antispecista, eco-trans-femminista radicale, convinta che la liberazione passi anche per il rifiuto di modelli estetici e sessuali imposti dal male gaze. I suoi peli – esibiti, glitterati, trasformati in manifesto politico – sono una dichiarazione di guerra alle regole della rispettabilità femminile. È abituata a discutere di teoria femminista, a rivendicare un corpo non addomesticato, a coltivare legami e progetti dentro collettivi in cui la coerenza con i propri ideali è una valuta più preziosa del denaro. Poi arriva Daniel85 che per i peli ha una vera adorazione e le propone di comprarglieli, uno a uno, per una cifra equa. Per “questioni di sicurezza” le suggerisce di usare OnlyFans come piattaforma di intermediazione. All’inizio Lavinia lo considera con il sarcasmo con cui tratta molti uomini online; poi, il peso dei debiti, l’ansia per il futuro e il bisogno di tirare il fiato iniziano a incrinare le certezze. Inizia così Storia dei miei peli, il secondo romanzo di Lavinia Mannelli che, a un primo sguardo, potrebbe sembrare parlare di sesso – per la presenza di un feticista, di una piattaforma come OnlyFans e di un kink per i peli – ma che in realtà parla di tutt’altro: della pressione silenziosa e costante che la precarietà esercita sui corpi e sulle scelte, in particolare delle donne. Della capacità che ha di far vacillare anche le convinzioni più radicate, trasformando in opzione praticabile ciò che fino a ieri sembrava inaccettabile.

È proprio da qui – dal paradosso di una donna che ha fatto della resistenza allo sguardo maschile la propria cifra politica, e che si trova a doverlo negoziare per sopravvivere – che prosegue la nostra riflessione attorno ai miti che hanno contribuito a sedimentare una certa idea di femminilità: in questo caso, l’illusione che la libertà femminile sia un fatto individuale, quando in realtà poggia su condizioni simboliche e materiali che la rendono vulnerabile.

La precarietà che schiaccia Lavinia non è un episodio isolato: è la cifra economica e culturale in cui si muovono intere generazioni. Lo conferma il Deloitte Global 2025 Gen Z and Millennial Survey, condotto su oltre ventimila giovani in quarantaquattro paesi: quasi la metà di loro non si sente finanziariamente sicura, e per molti vivere di stipendio in stipendio è l’unico modo di farcela. La dignità adulta si riduce così a un equilibrio precario tra bollette da pagare, affitto, ansie da imprevisto e sogni da rimandare. A fronte di questa condizione, il senso di libertà e progettualità resta sospeso, come se si crescesse “da adulti senza i mezzi per esserlo davvero”. Questa sensazione di impotenza contrasta con l’idea di vita adulta che ci è sempre stata raccontata: indipendenza, stabilità, capacità di pianificare. Un limbo che rischia di cronicizzarsi, in cui ciò che viene eroso non è solo la sicurezza materiale, ma anche la capacità di proiettarsi nel futuro.

In questo vuoto di tutele e prospettive, la libertà di scelta diventa fragile. Si lavora più per sopravvivere che per costruire, si rinviano progetti famigliari, ci si adatta a occupazioni che non si vorrebbero, si accettano compromessi che fino a poco tempo prima sembravano inimmaginabili. È in questo spazio di vulnerabilità che scelte come quella di Lavinia – mettere in standby la propria etica per assecondare qualche desiderio – smettono di apparire come eccezioni e iniziano a sembrare parte di una normalità distorta.

Eppure, la precarietà raccontata da Mannelli ha anche un’anima di genere – una dimensione storicamente strutturata e ancora poco visibile – che Linda Scott mette in luce in Economia a doppia X. Le disuguaglianze, scrive, non sono il frutto di scelte individuali, ma l’esito di un sistema che rende, per le donne, l’accesso al credito, alla proprietà e al capitale una corsa a ostacoli. 

La precarietà delle donne, tuttavia, non si gioca soltanto sul terreno economico. Come sottolinea ancora Scott, si annida anche in una rete di stereotipi e bias che, pur meno visibili di un contratto a termine o di un salario più basso, agiscono con la stessa forza nel limitare l’autonomia. È l’idea, per esempio, che la carriera femminile sia un progetto secondario rispetto alla vita famigliare, un investimento a tempo determinato destinato a essere accantonato davanti alla maternità (quante volte ci è stato chiesto se avessimo intenzione di avere figli, durante un colloquio di lavoro?). È la convinzione, ancora diffusa, che le donne siano più adatte a ricoprire incarichi nei settori di cura e di servizio – quelli femminilizzati, e, proprio per questo, meno retribuiti – e che altrove siano ospiti temporanee. È l’aspettativa che sappiano essere accomodanti, collaborative, disposte a fare un passo indietro per il bene comune – un bene che, curiosamente, coincide quasi sempre con quello maschile.

Questi pregiudizi influenzano le assunzioni, le promozioni, la distribuzione dei compiti. Fanno sì che una donna venga giudicata “meno affidabile” se chiede un congedo parentale, “meno ambiziosa” se non è disponibile a straordinari illimitati, “troppo aggressiva” se rivendica il proprio ruolo. Ed è proprio in questa cornice che la precarietà diventa un dispositivo di controllo: basta alimentare il dubbio che il tuo posto non sia davvero tuo, e sarai tu a ridurre le tue pretese, ad accettare un incarico minore, a rinunciare a un aumento, a dire sì quando vorresti dire no.

Bias e stereotipi non influenzano solo lo sguardo degli altri: lavorano anche dall’interno, agendo sul nostro stesso modo di pensare l’indipendenza economica. Ci abituano a considerarla un obiettivo accessorio, a ridimensionare le nostre ambizioni, a credere che una certa dose di dipendenza sia naturale o inevitabile. In Le signore non parlano di soldi, l’economista Azzurra Rinaldi racconta come, in Italia, il rapporto delle donne con il denaro sia ancora filtrato da un’eredità culturale che lo vuole come materia estranea, poco elegante, persino volgare. Parlare di soldi, pianificare investimenti, chiedere aumenti: sono gesti che in molte famiglie non si insegnano alle figlie, o che vengono associati a un atteggiamento aggressivo e sconveniente. Il risultato è che, anche quando si lavora e si guadagna, manca spesso la sicurezza di saper amministrare le proprie risorse, leggere un contratto, pretendere condizioni migliori. Senza questi strumenti, la precarietà si fa doppia: non solo subita, ma interiorizzata. E diventa più facile accettare un impiego sottopagato, restare in un contesto lavorativo svantaggiato, rinunciare a un’opportunità per paura di non farcela da sole.

Se Lavinia Mannelli usa la propria storia per raccontare la precareità nel contesto accademico, in Puttana femministaGeorgina Orellano fa altrettanto, raccontando quella che si radica ai margini economici e sociali, dove il problema non è un bando perso o una borsa che non arriva, ma la povertà stessa. Cresciuta nella periferia di Buenos Aires, figlia di una donna che ha sempre trovato occupazioni fragili, spesso nei contesti di cura, Georgina entra presto nel mondo del lavoro. Prima come babysitter, poi, quasi per caso, seguendo le orme della donna che l’aveva assunta e che di mestiere faceva la sex worker. Non è una scelta romantica, alla Pretty Woman, o ribelle, ma una decisione presa davanti a una verità semplice e brutale: «Il problema è la povertà. La mancanza di possibilità, la disuguaglianza, e anche il nascere donna o in un corpo femminile. Il problema è questa società machista, in cui essere donna e povera ti condanna a lavori femminilizzati, malpagati, lavori di cura e precari». 

Nella vita di Georgina, come in quella di Lavinia, la questione non è tanto “quanto vuoi farlo”, ma “quanto puoi permetterti di non farlo”. Quelli che abitano sono spazi diversi – Italia e Argentina non potrebbero essere più lontane per geografia, storia e contesti – ma entrambi segnati dalla stessa logica: quando le basi economiche sono fragili, la libertà non è mai assoluta, è sempre negoziata. Si accetta un incarico, un cliente, una proposta che in altre circostanze si sarebbe scartata, perché dire no mette in gioco non tanto la possibilità di un’occasione perduta, ma la sopravvivenza stessa. Ecco allora che la precarietà si mostra come un dispositivo che regola ciò che possiamo permetterci di essere. Un meccanismo che non solo limita il presente, ma prefigura un futuro dove le scelte, anche le più intime, sono sempre condizionate. Il costo della libertà femminile non si misura soltanto in soldi o opportunità mancate: si misura in desideri sospesi, in rinunce interiorizzate, in compromessi che impariamo a raccontarci come decisioni personali. Forse, allora, la vera domanda non è “quanto costa” la libertà delle donne, ma “chi la paga”. E finché il conto continuerà a ricadere solo su di noi, resterà una libertà fragile, esposta, pronta a sgretolarsi al primo imprevisto.

ARTICOLO n. 47 / 2026