ARTICOLO n. 8 / 2026
INVENTARE UN LINGUAGGIO
Ho l’abitudine – alcuni direbbero il vizio, io dico semplicemente che in questo sono una persona fondamentalmente prevedibile – di guardare ogni anno, verso dicembre, le classifiche delle parole più cercate su Google. Lo faccio con la passione irrigidita con cui certi fanno l’albero di Natale, forse perché mi piace l’idea che si possa misurare l’ansia collettiva attraverso le query di ricerca, forse perché mi rilassa scoprire che anche gli altri non sanno cosa stanno cercando, dove stanno andando, se poi stanno andando da qualche parte effettivamente.
Quest’anno, in cima alla lista italiana, campeggia parafilia. Gli italiani hanno cercato più di ogni altra cosa “cosa significa parafilia”, che – per chi non lo sapesse, ed evidentemente eravamo in molti – indica interesse sessuale intenso e persistente verso oggetti, attività o situazioni atipiche.
Ora, prima di fare considerazioni sofisticate sulla psiche nazionale, va detto che questa improvvisa passione collettiva per la terminologia psichiatrica non nasce da un risveglio di interesse per la sessualità deviante (ma “deviante” sarà poi la parola giusta?) in quanto tale, ma dal caso Garlasco, dalla perizia su Stasi, da quel bisogno quasi compulsivo che abbiamo di capire il mostro. Di studiarlo. Di analizzarlo. Di infilare in un motore di ricerca le parole tecniche che lo descrivono. Non per capirlo davvero – non credo nessuno di noi volesse realmente entrare nella testa di Stasi (sarebbe già catalogabile come empatia e di questo sono piuttosto certa pochissimi siano capaci di) – ma per rassicurarsi. Per tracciare una linea netta tra noi e lui. Per poter dire: ecco, è clinicamente (parola per altro interessante, qui) diverso da me, io sono normale, io sono dalla parte giusta della normalità, io non sarei mai capace di fare quella cosa.
E così, cerchiamo ossessivamente di capire il linguaggio della devianza non per compassione o interesse scientifico, ma per costruire un recinto linguistico che ci tenga al sicuro. Se riesco a nominare con precisione cosa hai tu che io non ho – una parafilia, un disagio, l’estrinsecazione di una certa forma di violenza appunto – allora posso dormire tranquillo sapendo che sono diverso, che sono a posto, che quella violenza lì non mi appartiene e non mi apparterrà mai. Il linguaggio tecnico funziona come una forma di esorcismo: nominare il male per allontanarlo da sé.
Signore Gesù Cristo, Verbo di Dio Padre e Signore dell’universo, tu hai dato agli Apostoli
il potere di scacciare i demoni nel tuo nome e di vincere ogni assalto del nemico.
Click.
Oxford Dictionary, intanto, con quel tempismo impeccabile che hanno gli inglesi per nominare le nostre nevrosi collettive proprio mentre le stiamo vivendo, ha scelto rage bait come parola del 2025: «Contenuti online deliberatamente progettati per suscitare rabbia o indignazione», il cui uso, ci informano con la consueta freddezza accademica, è triplicato nell’ultimo anno, il che non sorprende nessuno che abbia un account social e un minimo di onestà intellettuale.
Tutti sappiamo di che cosa parliamo. Noi, novelli cani di Pavlov, scrolliamo, vediamo qualcosa, sappiamo – spesso con certezza matematica – che è stato scritto, postato, confezionato apposta per farci incazzare, e ci caschiamo lo stesso perché la rabbia è più veloce del pensiero, perché l’indignazione parte prima che il cervello possa intervenire e dire aspetta, respira, questo è un tranello – e poi restiamo lì, come in certi letti la mattina dopo, con il cuore spompato e quella vaga sensazione di essere stati manipolati, usati, ridotti a numero, a carburante per desideri altrui, il che è sempre stato deprimente e sociologicamente affascinante insieme.
Ma il punto, e qui la cosa diventa interessante, o forse solo più avvilente a seconda del livello di ottimismo residuo di ciascuno, è che il rage bait non è rimasto confinato nei social come tecnica per produrre engagement, ma il suo meccanismo profondo – dire cose deliberatamente provocatorie sapendo che scateneranno reazioni, occupare tutto lo spazio del dibattito cavalcando l’indignazione altrui, trasformare la rabbia collettiva in carburante per la propria visibilità – è migrato dalla piattaforma ai consessi, di qualunque natura, diventando linguaggio politico vero e proprio, modo di governare, strategia non solo legittima ma premiata dal consenso, come se avessimo collettivamente deciso che l’importante non è più quello che si dice ma quanto rumore riesci a fare dicendolo.
L’Italia quest’anno ci ha regalato la scena memorabile della Premier che salta gridando “chi non salta, comunista è”, proprio così, come se fossimo allo stadio e non alla guida di un paese del G7, e io ho visto quel video – credo di averlo visto almeno cinque volte, forse sei, per capire se fosse generato con Sora – e ho pensato, con una certa ammirazione per la spudoratezza: ecco, abbiamo ufficialmente smesso di fingere che ci sia un limite sotto il quale non si può scendere, abbiamo scavato così tanto da uscire dall’altra parte, in questo giardino dell’Eden rovesciato dove linguaggio politico e quello da tifo organizzato sono la stessa cosa e va tutto benissimo così.
Meloni, per inciso, parla moltissimo di “rispetto”, è una delle sue parole preferite insieme a “forte”, “fiera”, “schietta”, “leale”, tutto un vocabolario della credibilità istituzionale che suona benissimo nei discorsi ufficiali e nelle conferenze stampa, solo che il rispetto nel 2025 – e questo è il punto che mi interessa – è diventato esattamente come la sostenibilità per le aziende o l’inclusione per le risorse umane: una parola che dici mentre fai il contrario, uno scudo retorico che usi per difenderti dalle critiche mentre attacchi con la stessa identica violenza che denunci negli altri, e non è nemmeno ipocrisia in senso classico, è qualcosa di più sofisticato e contemporaneo, è aver capito che nel regime del rage bait la coerenza è un optional perché l’importante è occupare tutto lo spazio della conversazione, dominare il ciclo delle notizie, far sì che tutti parlino di te anche e soprattutto per dire quanto sei insopportabile.
Gli esperti di Oxford, con quella precisione che hanno i linguisti quando descrivono i nostri comportamenti collettivi, hanno fatto notare che rage bait (2025) e brain rot (2024, «deterioramento mentale dovuto al consumo eccessivo di contenuti stupidi online») formano un ciclo perfetto, quasi poetico nella sua completezza naturale: l’indignazione innesca engagement, gli algoritmi la amplificano perché funziona, l’esposizione costante ci lascia esausti, e dal bordo di questo esaurimento non riesci più a discernere, analizzare, opporti con lucidità, sei solo vuoto, proprio come un sacchetto del pane senza il pane dentro, inutile e accartocciato, con la rabbia come unica risposta disponibile.
Gaza è stata un caso di studio perfetto, quasi didattico di come il linguaggio possa essere usato strategicamente per non vedere quello che stai guardando. Per mesi, anni, il dibattito pubblico italiano è stato tutto un “Ma è tecnicamente un genocidio?”, “Quali sono i criteri giuridici esatti?”, “Bisogna verificare le definizioni della Convenzione del 1948”, “Definisci bambino”, spostando la questione da politica a tassonomica, come se il punto fosse in quale categoria archiviare quello che scorreva sui nostri schermi tra una storia Instagram e l’altra, e gli italiani infatti hanno cercato su Google «Perché Israele ha attaccato Gaza», una domanda che già nella formulazione presuppone che ci sia una risposta pulita, certa e innegabile, una spiegazione lineare che una volta letta ti permetta di capire e andare avanti con la tua vita, quando invece – e qui sta la disperazione – alcune cose non hanno spiegazioni che le rendano accettabili, alcune cose sono semplicemente quello che sono nella loro tragedia deflagrata, e cercare i perché è solo un modo elegante per evitare di dire ad alta voce: stiamo guardando un genocidio e stiamo cercando definizioni sul dizionario.
Il linguaggio diplomatico e giornalistico, in tutto questo, si è rivelato un capolavoro assoluto di eufemismi: “corridoi umanitari”, “linee rosse”, “cessate il fuoco fragili”, “soluzioni negoziate”, tutte parole che sono nebbia e galleggiano sopra i corpi. Parole che nascondono, che parlano di morte senza dire morte, di pulizia etnica senza nominarla, di sterminio usando venti perifrasi diverse ma mai quella parola lì.
È una scelta trasformare l’insopportabile in questione procedurale, in qualcosa su cui si può discutere mantenendo un tono pacato e professionale, e funziona, funziona perfettamente perché mentre discutiamo di semantica, mentre verifichiamo definizioni, possiamo continuare a guardare senza sentirci moralmente costretti a fare qualcosa, perché se non lo chiamiamo con il suo nome, se manteniamo tutto in quella zona grigia confortevole del dobbiamo verificare allora non siamo complici, siamo solo persone ragionevoli che stanno cercando di capire e districarsi in una situazione complessa.
E qui torniamo alla parafilia, in un certo senso: la stessa ossessione per il linguaggio tecnico che ci permette di mettere distanza. Cerchiamo “parafilia” per sentirci diversi da Stasi, cerchiamo “criteri giuridici del genocidio” per sentirci salvi, diversi. In entrambi i casi, il linguaggio tecnico funziona da schermo: finché possiamo nominare con precisione clinica l’orrore possiamo illuderci di non esserne toccati, di restare dalla parte pulita della barricata.
E poi c’è consenso, che è entrata prepotentemente nel dibattito pubblico quest’anno, con tutta questa mandria di maschi terrorizzati che fanno ironia e battute nervose e “oddio adesso le donne ci denunceranno se vogliono vendicarsi”, come se il consenso fosse un trabocchetto legale inventato dal femminismo per rovinare loro la vita invece che – e qui sta il punto che sembra sfuggire sistematicamente – semplicemente il riconoscimento avanguardistico che l’altra persona è un essere umano con volontà propria e non un oggetto inerte che subisce le tue decisioni. Quello che mi colpisce, ogni volta che sento queste conversazioni, è quanto sia evidente che per molti uomini il consenso non è solo un concetto nuovo e astratto ma un concetto attivamente minaccioso, perché implica che la donna abbia potere, che possa dire sì ma anche no, che possa cambiare idea, che non sia già implicitamente disponibile per il solo fatto di esistere sul pianeta o di aver dato un certo segnale interpretato unilateralmente come assenso. Il consenso rovescia completamente il presupposto patriarcale di fondo – che la donna sia territorio conquistabile e l’uomo abbia diritto al tentativo di conquista – e quando rovesci un presupposto su cui hai costruito tutta la tua comprensione delle relazioni, è ovvio che reagisci con panico e ridicolizzazione, perché ammettere che quel presupposto era sbagliato significherebbe ripensare tutto, e ripensare tutto è faticoso, è insopportabile, e soprattutto implica la comprensione che forse, probabilmente, hai fatto danni che non hai mai visto come reali.
Sempre probabilmente, però, il dato più interessante di questo 2025 linguisticamente devastato è l’assenza, è tutto quello che non possiamo dire perché non abbiamo le parole per dirlo. Una selva di esperienze concrete, quotidiane, che attraversiamo tutti ma che restano mute, intrappolate dentro di noi, perché manca il nome che le renderebbe condivisibili e quindi politiche.
Ci servirebbe una parola precisa per nominare quella stanchezza particolare che non è fisica, che non sconfiggi dormendo otto ore o attraverso una beauty routine, ma è quella profonda, strutturale, che ti si ficca nelle ossa quando capisci, improvvisamente o gradualmente poco importa, che il sistema non è rotto per caso, non è un incidente o un malfunzionamento temporaneo, ma opera esattamente come è stato progettato per operare, che non ha a che fare con la tua inadeguatezza o incapacità di stare al passo: è il sistema stesso a essere impossibile, e questa impossibilità è calcolata in fase di progettazione, ossia voluta, necessaria, funzionale al suo perpetuarsi.
Ci servirebbe una parola per nominare l’esperienza di sapere che stai partecipando a qualcosa di insostenibile ma non avere alternative reali. Non puoi usare complicità, perché la complicità implica una scelta. Non puoi usare impotenza, perché l’impotenza cancella pure ogni speranza e noi questo, oggi e poi, non possiamo permettercelo. È quella zona d’ombra in cui sai che quello che fai contribuisce a un sistema che non condividi. È l’ambiguità strutturale della vita contemporanea, quella che ti rende simultaneamente vittima e carnefice. Il linguaggio morale tradizionale non riesce a contenere questa complessità. Ti dice: o sei colpevole o sei innocente. Ma la vita vera è fatta di questa complicazione irrisolvibile.
Ci servirebbe una parola per quel lavoro invisibile, quel tenere insieme relazioni, anticipare bisogni prima ancora che l’altro li esprima, gestire emozioni altrui mentre le tue restano accuratamente non dette, quel carico mentale che pesa come un macigno ma non si vede, non si misura: non abbiamo una parola davvero precisa per questo – “carico mentale” è un’approssimazione recente, ancora traballante, che non tutti riconoscono come termine legittimo e parla della mente, quando anche il corpo è stremato – quindi resta nel registro dell’ovvio, del naturale, e quello che è ovvio, per definizione, non si riconoscere come peso perché se è così per tutti allora evidentemente è normale e il problema sei tu che non riesci a gestirlo con leggerezza, a passo di danza, mentre saltelli tra altre due parole – conciliazione e work-life balance.
O ancora, e questo mi interessa particolarmente: ci servirebbe una parola per quel momento preciso, quasi fisico nella sua intensità, in cui qualcosa si spezza dentro di te e dici basta, non come rinuncia o resa ma come rivendicazione, quando smetti di adattarti in continuazione alle strutture esistenti e inizi invece a pretendere che siano le strutture ad adattarsi a te, a riconoscere la tua esistenza e i tuoi bisogni come legittimi e non come pretese eccessive. Questo momento succede – mi è successo, ci è successo – ma non avendo un nome preciso che lo identifichi rimane isolato, privato, percepito come un episodio personale di coraggio o instabilità emotiva a seconda di come va a finire, e non come il segnale che qualcosa di sistemico ti ha fratturato negli anni, sotto la superficie.
Il femminismo ha capito questo meccanismo da tempo e come spesso succede ha fatto un lavoro artigianale paziente di invenzione linguistica per nominare violenze che esistevano da sempre ma orfane di nome: molestia, stalking, mansplaining, gaslighting, cat-calling, stupro coniugale. Tutta una serie di termini che quando sono entrati nel vocabolario comune hanno prodotto ogni volta una piccola rivoluzione, perché improvvisamente milioni di donne hanno capito che quella crepa specifica che pensavano fosse solo loro – la loro eccessiva sensibilità, la loro paranoia, la loro incapacità di prendere le cose con leggerezza, il loro dolore – era in realtà condivisa, era strutturale, e quindi poteva essere condivisa, contestata, rifiutata. Combattuta. Suturata.
Quando la parola manca si apre la possibilità della solitudine: ognuno la vive per sé e in senso assoluto. L’unicità isolata dell’esperienza, del sentire quella vertigine.
Quando la parola manca, manca anche la voce, non dici, non puoi. Diventa sintomo personale invece che difetto collettivo e ti convinci che l’unica soluzione – giusta, razionale e sensata – sia quella di cambiare tu, di migliorare tu, di dormire meglio tu, di produrre di più, di diventare tu più resiliente (non ci mancavi, parola del 2020).
E se spostiamo lo sguardo dall’altro lato, le parole che abbiamo lasciato morire o che sono morte da sole, il quadro diventa ancora più rivelatore: sfruttamento, per esempio. Quando è stata l’ultima volta che l’abbiamo sentita in un contesto serio senza che suonasse vagamente ridicola, datata, ideologica? Adesso si dice flessibilità, si dice opportunità di crescita, si dice valorizzazione delle competenze, tutte formule che suonano moderne e positive, ma guardando concretamente i contratti a progetto, le partite IVA obbligate che fingono di essere libera professione quando sono dipendenza senza tutele, i working poor, gli stage infiniti, il lavoro spacciato per esperienza formativa, è difficile trovare un termine più preciso di sfruttamento per descrivere quello che sta succedendo, solo che usarlo ti fa sembrare cristallizzata in un passato remoto e quindi impari a non usarlo, a sostituirlo con termini più accettabili, e nel processo perdi la capacità di vedere la cosa per quello che è.
Abbiamo sostituito solidarietà con networking, fare sistema, creare sinergie, tutte espressioni che spostano ogni cosa sul piano della transazione, dello scambio tra pari che si aiutano perché conviene a entrambi, quando invece la solidarietà – quella vera, quella politica – non è uno scambio di favori calcolato, è stare dalla stessa parte anche quando non ti conviene, riconoscere che la tua libertà dipende dalla libertà dell’altro, e che i tuoi diritti sono sicuri solo se lo sono anche i suoi. L’abbiamo lasciata morire come fosse un sentimentalismo da bandiera rossa, un residuo ideologico da dimenticare in nome del realismo, e forse il problema è esattamente questo: abbiamo smesso di credere che certe cose fossero possibili – la solidarietà disinteressata, l’azione collettiva non mediata dal tornaconto personale – quindi abbiamo smesso di farne parola.
Ed è questo quello che succede quando smetti di nominare una possibilità: quella possibilità si ritira nell’impensabile, si fa inconcepibile, e poi alla fine sparisce davvero perché gli abbiamo sbattuto in faccia le porte dell’immaginazione.
Non ho una soluzione a tutto questo, lo dico chiaramente perché non mi piace fingere di avere risposte quando non le ho. So solo che continuerò a cercare le parole mancanti. A provarle sulla lingua anche quando suonano strane, premature. A rischiare il ridicolo ogni volta che provo a nominare qualcosa che non ha ancora un nome condiviso. Perché il silenzio mi pare sempre più pericoloso del ridicolo stesso.
Il mondo che possiamo costruire è esattamente grande quanto il vocabolario che riusciamo a inventare per descriverlo, e io voglio ancora credere che nominare le cose con precisione sia l’unico modo che abbiamo per ricordarci che potrebbero essere diverse da come sono. Teniamoci strette le parole che abbiamo avuto il coraggio di inventare quando non c’erano.
Click.