ARTICOLO n. 104 / 2025
IN ATTESA DI UNA LINGUA PROPIZIA
Per parlarle imparai l’italiano. Ci si migliora sempre quando si vuol far colpo su una persona. Zia Ava non conosceva il martinese, la lingua naturale di famiglia.
Ava in realtà si chiamava Eva, ma un po’ una nota canzone popolare, un po’ la Gardner e un po’ la réclame di un detersivo mutarono quell’Eva in Ava come se l’uso del nuovo nome avesse mondato anche l’allusione biblica che sul nome Eva aleggiava in famiglia dall’alba dei tempi. I nomi si sa, nascono con certi intenti, anche casuali, son fluidi sismografi di personalità e casi del destino, compromessi familiari (nonni tradizionali o permalosi) o desideri proibiti (amori di gioventù di un genitore), poi si dimenticano davvero cosa sono stati e si sottovalutano i simboli a cui la vita ci fa poi somigliare.
Ava mi adottò prestissimo, mi chiamavo come il suo marito morto prematuramente e tra tutti i nipoti affidò a me il ruolo di prediletto. Compito o messinscena, mai chiarito, l’essenza del sentimento si percepiva. Dario e Ava Petrovici un eccellente binomio che conteneva nella sua composizione un possibile settenario da scandire in genetliaci e occasioni familiari. Ad Ava piaceva far gli scherzi, alcuni come si dice oggi quando si parla di cibo “della tradizione”: il biscotto magico, anzi il mustazzolo, quel pasticcino di mandorla anice vin cotto e cacao amaro. Darmene uno disegnato dopo avermene dato uno vero. Piccoli, innocui scherzi di una simpatica zia burlona che però con la crescita del nipote, stimava anche l’aumento della perfidia, vedasi gesti quali le pagelle fittizie architettate con funzionari scolastici compiacenti.
Zia Ava è nata oltre l’ultimo tratto della via Appia, il Salento. La Puglia fino a qualche decennio fa era denominata le Puglie perché caratterizzate dalle sue innumerevoli identità, anche linguistiche. Ancor meglio sarebbe dire – come l’antropologo ed etnomusicologo Alan Lomax[1] definendo i diversi luoghi, “patrie”. I dialetti sembrano cambiare non da paese a paese, ma da contrada a contrada, addirittura da famiglia a famiglia. Per comodità molti studiosi suddividono la regione dal punto di vista linguistico in dialetto pugliese e dialetto salentino. La linea viene collocata addirittura su un confine fisico, ossia l’Appia romana, la strada che nell’ultimo settore unisce le due grandi città portuali, Brindisi e Taranto, ma soprattutto i due mari, l’Adriatico e lo Jonio. Da un lato della strada c’è l’influsso longobardo sul latino e dall’altra parte prevale l’influsso greco-bizantino. Proprio nel Salento ancora oggi esiste un’isola linguistica ellenofona che include numerosi comuni dell’entroterra. Ava proviene da una zona non distante laddove primeggia la cancellazione delle vocali atone a inizio parola e le matafonie, ossia l’influenza delle vocali finali sul resto della parola. Era il dialetto salentino della zona di Taranto, dove agli influssi del greco c’erano addirittura quelli dell’arbereshe visto che da secoli una comunità albanese viveva nella zona di San Marzano di San Giuseppe, conosciuta anche come Shën Marcani.
Il parlare di Ava per me era incomprensibile e necessitavamo a quei tempi un terreno comune. Pur vivendo in mondi vicini le proveniva da dove la parola Padre non è più atténe, o tatà come nei dialetti del barese, ma sire.
L’effetto che fa attraversare le Puglia con i suoi dialetti è infatti quello di attraversare un paesaggio che cambia i colori, è come se nel lato appulo barese ci fosse una predominanza del bianco che poco alla volta inizia a cedere alla predominanza del giallo, in fondo come le pietre delle due civiltà la marna bianca da un lato e il carparo leccese dall’altro. Ava è carparo leccese, che nei giorni assolati d’inverno raggiunge il massimo splendore vista la posizione congeniale del sole rispetto alla superficie terrestre, un giallo che assume i caratteri del caramello più che lo smaccato riflesso dell’oro.
Ava diceva di venire da un paese dove i maschi sembrano molto più piccoli delle donne, scuri o rossi. Dalla sua aneddotica me li sono immaginati pascolanti come minuscole frattaglie nere che screziano le piazze. Forse fu uno di questi drappelli d’uomini a ispirare la più nota poesia della storia letteraria delle Puglie, ossia, quella di Bodini che inizia con tu non conosci il sud e dove gli uomini vengono descritti come dadi che rotolano. Un modo poetico per dire che la controra, il passeggio nel silenzio di un paese assolato delle Puglie è come un tiro di dadi, una attesa (vana?) di un evento che scompagini l’immobile controra.
Il martinese fu la mia lingua naturale, quella che dovetti superare per poter entrare nel mondo di zia Ava. Esso si presenta quasi come una lingua romanza a sé con il suo apparato sintattico e grammaticale, non un dialetto subordinato all’italiano quasi un modo diverso di respirare. Il martinese assomiglia a un paesaggio controverso di amarene e castagni, la mia contrada chiamata Gnignero, con quel groppo di uvaspina e corbezzolo, organismo vivente che odora di pane e pietra, sprizza veleno e scivola sulle chianche sottratte alla terra. La nostra Valle d’Itria è geograficamente l’ombelico delle Puglie, sta a questa terra come il terzo chakra, il punto da cui si sprigiona la forza interiore. Forse per questo che spesso tra i paesi della Valle d’Itria si stabiliscono artisti e persone speciali dalle grandi e nobili sensibilità spirituali come la poetessa Adriana Notte o la fotografa Lisetta Carmi, quest’ultima fondò un ashram tra i trulli del territorio di Cisternino. Ad Ava, ancora lei, devo uno dei momenti più suggestivi della mia ricerca spirituale, quando andavamo a sentire i rintocchi della tabla indiana e l’odore degli incensi delle funzioni sulle sponde dei ponti del sentiero di frascḭnǝ(la polvere ottenuta dalla frantumazione delle pietre) tra i ponti dell’acquedotto pugliese e gli uliveti tra Martina Franca e Cisternino. Ma tutto questo me lo sono conquistato imparando l’italiano. Non è stata una passeggiata.
Ancora oggi quando parlo in italiano inciampo, la lingua della nazione a cui eravamo annessi mi ha sempre scrutato con una dose di sospetto.
Scrisse il vate novecentesco Marino Moretti, “non so parlare il dialetto/ del mio paese, non so dir nulla a nessuno, e perciò/son cittadino sospetto. A me il sospetto l’ha sempre destato l’italiano. La lingua della seduzione, ma oggi, che sono un uomo di mezza età, anche della delusione visto che non l’ho mai padroneggiata come desideravo.
Il martinese indossa le vesti del francofono come un impostore elegante, ma in realtà reca, appuntate al petto come onorificenze, le reliquie avite del greco antico, dell’arabo, del germanico, del latino, e dell’yiddish visto la comunità che si stanziò a fine Ottocento. E proprio come dimostra quella parola enigmatica e giocosa che nella famiglia Petrovici designava la libertà del desiderio: u’ spilǝ.
Spilǝ è il desiderio e gioco insieme, libertà pronunciata con la leggerezza di chi non sa che sta nominando qualcosa di complesso. La liberà di un sogno. Mio nonno intonava spesso Spil Balalaika — e io, bambino, credevo fosse il nome di un viaggiatore russo. Solo molto più tardi avrei scoperto che era un frammento di yiddish, un invito a suonare, dunque a vivere.
Per intendere la fiducia di un desiderio in fase di realizzazione, una forma di attesa gioiosa si usa la parola Sfilǝ che perde la p a favore della f. È un lemma molto discusso. L’ipotesi della suggestione yiddish viene soppiantata da quella latina. La parola in realtà è presente con varianti in numerosi dialetti della penisola. Da spilo, a spillu a spinnu. E secondo gli studiosi più accorsati viene dalla parola macchia, Spinnu. Perché il desiderio è come una voglia, si affaccia in maniera piccola e informe, per poi procedere dal passaggio di una figura casuale, simile a una voglia, appunto, o a una macchia di Rorschach che man mano inizia a prendere le fattezze di una figura col suo ordine geometrico e numerico. Dunque un desiderio che si genera e qualifica nell’attesa.
Non è un dialetto generoso con le vocali, e alcune parole sono quasi impossibili da pronunciare, i medici forestieri che lavoravano in ospedale a Martina erano assistiti da un’infermiera che faceva da interprete. La parola gomito per esempio si di vûltǝ e molti lamentavano ai dottori che chiedevano che malattie avessero avuto rispondevano di un fantomatico chjǝrätǝchǝ, (con accenti e intonazioni diverse da contrada a contrada) che l’infermiera interprete traduceva: l’itterizia.
A proposito di medici. Negli ambulatori delle contrade una volta alla settimana si affacciava il medico di campagna, e chi ne aveva bisogno interrompeva qualunque cosa stava facendo. Quando le visite si prolungavano si diceva Allucǝscĕnnǝ, che tradotto alla lettera sarebbe il gerundio del verbo albeggiare, dunque albeggiando. Allucǝscĕnnǝ sta per qualcosa del tipo Aspetta e poi si pensa. Deriva dal proverbio, Allucǝscĕnnǝ, pruwǝrǝnnǝ, albeggiando provvedendo. Interrompere il lavoro la sera, attendere il mattino per finirlo con la mente più riposata.
Il dialetto cedette il posto anche in famiglia quando arrivarono i miei fratelli e i miei nipoti nati negli ottanta con l’ingresso della televisione a colori, ma soprattutto i cartoni pomeridiani. Fui l’ultimo di tutto il ceppo a imparare l’italiano come seconda lingua. Scrive Natalia Ginzbug che il lessico famigliare è fluido, espressioni, parole che si dicono tra le mura di casa creano comunque una memoria collettiva: anche quando i figli crescono, si sposano o si allontanano, quel linguaggio rimane un filo invisibile che li tiene legati. E sono così i dialetti, hanno qualcosa di inespugnabile perché rappresentano un legame col mito d’origine della famiglia e della terra.
Parlo qualche volta in pubblico e ancora adesso zia Ava mi fa notare i miei errori di sintassi, gli accenti sbagliati, le inflessioni che tradiscono la mia martinesità. Lei è rimasta l’unica persona che conosce quanto sia stato faticoso per me arrivare a questo. Io annuisco con la benevolenza di chi sa che la lingua è una bestia indocile, e che ogni tentativo di addomesticarla non conduce sempre a risoluzione, a volte addirittura ne accentua le lacune. Per questa ragione, attendere il momento propizio per far entrare una nuova lingua, ovviamente nelle migliori condizioni possibili: allucǝscĕnnǝ pruwǝrǝnnǝ.
[1] Alan Lomax un americano nella Valle dei Trulli, Giuseppe Morabito CGS 2025