ARTICOLO n. 102 / 2025
LA VERITÀ OLTRE LA VERGOGNA
la mia famiglia a taipei
In collaborazione con I Wonder Pictures pubblichiamo un pezzo su La mia famiglia a Taipei di Shih-Ching Tsou che arriverà nei cinema italiani dal 22 dicembre. Scopri le sale qui.
I-Ann, adolescente magra e arrabbiata, è una “betel nut beauty”, le ragazze che a Taiwan vendono sigarette e noci da masticare in baracchini su strada. La madre Shu-Fen ha una bancarella di noodle in un mercato notturno di Taipei, ambientazione incantevole del film di Shih-Ching Tsou, Left-Handed Girl (La mia famiglia a Taipei).
Alla bancarella di noodle serve ai tavoli anche la bimba più piccola, quando torna da scuola, I-Jing. È lei la Left-Handed Girl del titolo, che osserva le due grandi arrancare combattendo battaglie separate: madre e figlia hanno un rapporto fatto di aperta ostilità – le provocazioni, le liti sul piccolo balcone – si trovano d’accordo solo quando la piccola chiede spiegazioni: “non si interrompono gli adulti!”.
È la sorella grande ad andare a prendere I-Jing a scuola, in ritardo, lunghe corse in motorino che restituiscono la vivacità di Taipei; è sempre lei a spaventarla, ma anche a tenerla d’occhio quando la madre a un certo punto si allontana – mentalmente, a volte anche fisicamente – per assistere in ospedale l’uomo che l’ha abbandonata, il padre di I-Ann. Un uomo che I-Ann detesta e che significativamente ha perso la parola.
A pranzo dai nonni, I-Ann critica l’idea della madre della bancarella di noodle, e la madre – che sembrava una donna mansueta, giovane, bella ma dimessa, un po’ vittima – le fa un attacco inaspettato: «I-Ann pensa di sapere tutto e non ha neanche il diploma». È una considerazione più da amica cattiva che da madre, e in questo c’è il primo indizio che il conflitto fra le due non è riconducibile solo all’adolescenza e al comportamento oppositivo di I-Ann. La figlia – che è molto brava a veicolare con il suo volto tutto il furore dell’adolescenza, e anche qualcosa di nascosto – risponde infatti: «E di chi è la colpa?». Di chi è la colpa se questa famiglia sembra essersi dissolta in tre solitudini?
È tutto in questa scena il nucleo del film: apprendiamo che c’è qualcosa di nascosto, un passato che forse si svelerà. Che questa famiglia di tre donne non viene da un contesto povero, i nonni appartengono alla classe media, ma qualcosa è andato storto e adesso è tutto precario. E che loro tre sono pianeti lontani e solitari, ognuna con le sue battaglie. Left-Handed Girl si apre con un bellissimo viaggio in macchina, una scena ripresa nella foto che fa da locandina al film. Chiuse in quell’abitacolo, verso Taipei, le tre sono oppresse sia dall’ambiente esterno – la strada a scorrimento veloce prima e poi il traffico della città, che le riaccoglie in un appartamento soffocante – e oppresse anche le une dalle altre.
Ci sono conflitti e amori profondi, segreti e le speranze dei nuovi inizi. Stanno tornando a Taipei, non si sa dove siano state, e non importa saperlo. Basta sapere che il ritorno – la bancarella al mercato, il lavoro da ragazza dei tabacchi, che prevede di essere molto svestita per attirare clienti – è un riavvicinarsi a casa. Ma loro possono restare solo ai margini di questa “casa”, ai margini della rispettabilità, e anche ai limiti del sostentamento economico.
I nonni, che vivono in un appartamento da classe medio-agiata, e le due sorelle di Shu-fen, le zie della bambina mancina, non le aiutano. Le zie sono vestite in modo curato, perfette esponenti della moderna classe media taiwanese. La nonna ha poi un losco-ma-piuttosto-comune traffico che la porta a viaggiare molto verso gli Stati Uniti e ricevere in cambio pacchi di soldi. Gli accordi pratici si svolgono in una balera di balli da sala semivuota, ma in cui c’è sempre almeno una persona che balla, anche da sola, con le braccia alzate a mimare una partner che non esiste. Un’atmosfera che ricorda quelle del regista finlandese Aki Kaurismäki, e che ricorre in altri dettagli del film: una certa ironia che lo attraversa anche nei momenti di disperazione – il suricato che cade dalla finestra, perché la bambina ha lanciato la pallina con la mano sinistra – e che si compie nel finale. È uno dei finali più belli dell’anno sia dal punto di vista di cinematografia sia da quello della narrazione: non sono molti i finali che davvero sorprendono, le svolte di trama che non vedi arrivare ma che allo stesso tempo sono organiche, non assurde.
Una figlia che si sposa non è più parte della famiglia: non lo è Shu-Fen, il cui matrimonio è evidentemente andato a finire male con un uomo che l’ha lasciata con i suoi debiti, ma non lo sono neanche le zie. Viene menzionato solo il figlio d’oro, a cui è invece garantito ogni aiuto e sostegno ma che non torna mai a trovare la famiglia.
La giovane I-Ann ha una relazione con il gestore del negozio di tabacchi e noci betel. Intanto, la piccola lasciata più o meno a se stessa si imbarca in un viaggio di auto-correzione, perché il nonno le ha detto che la mano sinistra è la mano del demonio, e non deve usarla. Evitare di usare la mano sinistra diventa la missione di I-Jing, ma anche il suo alibi per fare le cose “cattive” che forse una I-Jing ancora “tutta intera” non avrebbe fatto: rubare braccialetti di plastica e altri piccoli tesori nei negozi del mercato.
Inavvertitamente, pensando di rubare alla nonna, le evita l’arresto per i suoi traffici di passaporti, e diventa così la favorita. È I-Ann che si fa carico di insegnarle che la mano sinistra non ha rubato, è stata lei a rubare, e che quindi deve restituire e chiedere scusa, un negozio alla volta. La regista Shih-Ching Tsou insiste tematicamente sulle “vecchie credenze” e superstizioni – lei stessa è mancina ed è stata corretta durante l’infanzia.
Il vero tema del film è quanto sono le donne la vera “mano sinistra” della famiglia, quella che lavora ma può essere ostracizzata, incolpata e separata dal nucleo familiare. E quanto si possa far strada la stessa dissociazione all’interno di ciascuno dei personaggi. Quando I-Ann resta incinta del suo datore di lavoro, lui e la moglie si presentano alla festa di compleanno della nonna a reclamare il bambino. «Se è un maschio, lo voglio», dice la donna indicandole la pancia, con una bramosia disumana – e quel ristorante tipicamente cinese diventa un teatro greco, in cui le mani sono pronte a macchiarsi di delitti immondi – pur di avere l’erede maschio.
Il film è tutto girato con iPhone, un’abitudine consolidata della regista Shih-Ching Tsou. Le scene di Taipei – quelle del mercato, ma anche le corse in motorino e soprattutto la scena finale al ristorante, che fa i conti con le apparenze e la vergogna – hanno una vividezza quasi sensoriale.
Questo è il suo primo film da unica regista. Collabora da anni con Sean Baker (Anora, 2024), che qui ha co-firmato la sceneggiatura e montaggio. Il sodalizio è iniziato dall’università, la New School di New York in cui Shih-Ching Tsou, arrivata da Taiwan, ha fatto un Master in Media Studies. Insieme a Sean Baker ha diretto Take Out (2004) con un budget di 3.000$, e poi ha prodotto altri film di Baker, tra cui The Florida Project(2017) e Tangerine (2015).
Left-Handed Girl è un film delizioso su cosa vuol dire stare in una famiglia, e sulla solitudine che deriva dall’essere cittadini di seconda classe di una famiglia. Ma anche su come ci si può ri-unificare, fare pace, con se stessi e con gli altri, con il potere della verità, e il superamento della vergogna.