ARTICOLO n. 21 / 2026
PASSEGGIANDO CON CARLO CECCHI
Non ho mai saputo che età avesse Carlo Cecchi. Pur conoscendolo da oltre trent’anni, solo adesso, adesso che non c’è più ho saputo quanti anni aveva. Forse perché l’ho sempre considerato un essere senza età, di quelli che attraversano il mondo in solitaria, non appartenendo a nessuna mondana categoria. Era un attore ma non lo era, un intellettuale senza esserlo, un uomo del Novecento, a sprazzi anche ottocentesco, con lampi di futuro.
C’è stato un periodo, un lungo periodo della mia vita, in cui ci siamo frequentati. L’avevo conosciuto durante le riprese di un film, La scorta, di Ricki Tognazzi. Arrivò sul set, in Sicilia, a lavorazione già inoltrata. Io interpretavo una poco credibile commissaria di polizia, lui era il magistrato a cui veniva assegnata una scorta di giovani agenti a protezione del suo lavoro. Ricordo perfettamente che appena lo vidi entrare nella hall dell’albergo in cui soggiornava la troupe, con il suo incedere lento, lo sguardo leggermente corrucciato, e una smorfia beffarda sulle labbra, capii subito che sarebbe stato la mia salvezza.
In quei giorni di lavorazione avevo avuto diversi problemi, diciamo così, di comunicazione. Non riuscivo a mettermi sulla stessa lunghezza d’onda degli altri, mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Ci siamo stretti la mano e già dalle prime battute, pronunciate con quell’accento napoletano che aveva prima adottato e poi introiettato facendo di quella lingua, la lingua del teatro, il marchio inscindibile della sua identità (operazione che ha in sé del genio, lasciatemelo dire, tantopiù se compiuta da un toscano), ecco, da quei primi momenti non ci siamo più lasciati, al punto che talvolta condividevamo lo stesso camerino (dove lui conservava delle provvidenziali fiaschette di whisky).
Carlo Cecchi era un conversatore impareggiabile, e per me, avida di conoscenza, ha rappresentato una fonte inesauribile di suggerimenti su testi che non conoscevo, autori che avrei letto, segreti di interpretazione. Non l’ho mai sentito dire cose inutili o banali, e mai con toni pedanti, avendo egli un dono rarissimo e prezioso: la simpatia. Era una delle persone più simpatiche che abbia mai conosciuto. Anche nei momenti ombrosi, cupi (sempre in agguato), c’era sempre in lui una scintilla di umorismo pronta a brillare. Avevamo adottato l’usanza di fare lunghe passeggiate durante le pause, lui parlava e io ascoltavo. E ridevo, naturalmente. Abitudine che avremmo conservato anche in seguito, una volta tornati dalla Sicilia. Ci si dava appuntamento in centro, a Roma. Camminavamo su e giù concludendo le nostre peregrinazioni con una sosta da Babington, una tappa che amava molto. E poi ancora a Istanbul, dove abbiamo girato il nostro secondo film insieme, Il bagno turco, opera prima di Ferzan Ozpetek. Anche lì, lunghe passeggiate fino al bazar (dove comprò una boccetta che prometteva prodigi straordinari, sulla cui etichetta c’era scritto “Sultan elisir”, se la scolò in un sol colpo).
Quando ci trovammo, seduti intorno a un tavolo della sala da tè del Pera Palas, il famoso vecchio albergo dalle stanze con i nomi illustri (lui stava in quella di Sarah Bernard e ne era molto lusingato), per leggere il copione insieme al regista prima di cominciare le riprese, mi diede un’ennesima lezione. Ciascuno con in mano la sceneggiatura, Alessandro Gassman, Carlo e io, leggevamo le nostre battute, e lui ogni tanto si fermava, prendeva la penna e tirava un rigo su buona parte delle sue, dicendo: “Queste sono inutili!”.
Ero abituata ad avere a che fare con attori che le battute, semmai, le aggiungevano, mentre lui vi rinunciava, riducendo la sua parte già di per sé limitata. Mi sembrò un gesto di grandezza. La fondamentale differenza fra qualità e quantità me l’ha insegnata Carlo Cecchi. Ci sarebbero tanti aneddoti da raccontare, ne scelgo un paio: in una scena che si svolgeva in un ristorante, lui a capotavola e io in quello opposto, il suo personaggio avrebbe dovuto pronunciare un discorso in turco (interpretava un italiano che viveva a Istanbul da diversi anni), e per ricordarsi le battute (è leggendaria la sua ritrosia nell’imparare a memoria i testi) e soprattutto la pronuncia, aveva distribuito dei fogli sulla tovaglia camuffandoli fra le vettovaglie, sui quali sbirciava con la coda dell’occhio, il che produceva delle pause che sembravano calcolate ma in realtà corrispondevano al tempo necessario a decifrarne il contenuto. Oppure quella volta sotto la torre di Galata, quando vedemmo un ragazzetto identico a Franz Kafka e lo seguimmo per un bel pezzo, convinti che fosse la sua reincarnazione… A volte andavamo a mangiare sul lago, a Trevignano, vicino al suo rifugio lontano da tutto. Ogni anno che passava regalava al suo volto una nuova dose di bellezza, il tempo di fronte a lui si era arreso.
Ho trovato molto triste che nessun telegiornale (nessuno!) abbia dato notizia della sua morte, ma poi mi è sembrato di sentire la sua voce: “Chi se ne importa!” avrebbe detto, accompagnando la frase con quella risata sincopata e contagiosa, e in fondo avrebbe avuto ragione. Non apparteneva al mondo di oggi, Carlo Cecchi. Il suo mondo, quello che lo avrebbe celebrato come meritava, se ne era andato molto prima di lui.