ARTICOLO n. 22 / 2026

L’IPEROGGETTO EPSTEIN

Parto dalla fine. Epstein era un uomo molto intelligente e molto malvagio, che per me è sinonimo di malato. La sua fortuna deriva da un uso molto scaltro dei rapporti sociali e dall’alleanza con persone dotate di grande potere che condividono la sua malattia. Le sue vicende private sono disgustose e nei file ci sono testimonianze da togliere il sonno; quelle politiche mirano a mantenere e aumentare il potere. Queste ultime, emotivamente meno impattanti, sono quelle che dovrebbero preoccuparci di più.

Una delle strategie di Epstein era accumulare contatti con accademici, scienziati e VIP di ogni genere per crearsi una buona reputazione, allontanare sospetti e intimidire le vittime. Molte di queste persone erano probabilmente in buona fede, ma la buona fede è una scala di grigi. Un esempio è Chomsky. La lettera di scuse della moglie è l’ennesima conferma di come la “cancel culture” sia stata un cavallo di troia della peggiore feccia fascista e oligarchica (e a questo punto anche pedofila); la maschera più efficace, coperta dei lacrimoni dei peggiori abusatori. Weinstein non appare nei file di Epstein se non come caso mediatico ben studiato: la temuta “cancel culture” è stato forse l’unico momento in cui questi individui hanno avuto paura.

La dichiarazione di Valéria Chomsky, scritta in vece di Chomsky che ha avuto un grave ictus nel 2023, è molto istruttiva. La donna insiste su alcuni punti: l’incontro con Epstein avviene nel 2015 in un contesto professionale; loro sostengono di non conoscere la portata della condanna del 2008 e dicono che la consapevolezza pubblica cambia con le inchieste del Miami Herald nel 2018; descrivono Epstein come qualcuno che si presentava da filantropo ed “esperto finanziario”, capace di costruire attorno a Chomsky una rete di inviti, doni e occasioni di conversazione, con l’effetto di sfruttarne il prestigio. Vengono citati pranzi e cene (ranch, townhouse a Manhattan, un appartamento a Parigi), e viene esclusa qualunque visita all’isola; dichiarano di non aver mai visto minori né comportamenti criminali durante quegli incontri. La parte più delicata riguarda i soldi e l’assistenza amministrativa: viene menzionato un assegno da 20.000 dollari per un “linguistic challenge/prize” richiesto da Epstein. La conclusione combina ammissione di negligenza (“grave errore” per non aver verificato meglio) e rammarico per la lettura iniziale del caso anche attraverso il filtro della “cancel culture”.

Una tempesta morale sull’anziano e malato accademico non centrerebbe il punto, che, come sempre, è strutturale. Laddove l’accademia per fare ricerca è legata al mecenatismo dei miliardari, non c’è da stupirsi se i professori frequentano la loro corte. Più grave, per un intellettuale della sua portata, è essere cascati alla fola della cancel culture, ma in tanti lo hanno fatto – e pochissimi ammettono di aver sbagliato, anche se hanno smesso di frignare sui giornali, ora che c’è il regno di Trump.

La rete di Epstein coinvolge alcune delle persone più potenti e pericolose del mondo occidentale (Trump viene citato come il peggiore, «I have met some very bad people, none as bad as Trump») e il senso ultimo di questi documenti è: il re è nudo.

I file, infatti, sarebbero quasi banali da riassumere. Potremmo ridurli come suggerisce Luca Pisapia a un dispositivo esemplare del potere del capitale che diventa violenza organizzata, protetta e impunita, che agisce lungo le riconoscibili coordinate di classe, di genere, etniche: ricchi, maschi, bianchi. Ovviamente razzisti e impregnati di quella allure di scientificità delle élite tecnocratiche più ignoranti. Ma per loro natura antiscientifici; intelligenti sì, persino curiosi, eppure profondamente ignoranti. I segreti dei documenti erano già pubblici, perché moltissime persone, intellettuali, attivisti e ricercatori lamentano da tempo la mefitica meccanica strutturale di questo dispositivo sociale – e guarda un po’, spesso queste voci appartenevano alle minoranze da cui questi potentissimi pedofili lamentavano la “cancellazione”.

Il rilascio di questi file ha già avuto e continuerà ad avere un impatto; difficilmente però farà cadere abbastanza teste. Milioni di pagine sono un iperoggetto: troppo vasto per essere attraversato, troppo denso per non generare attriti interpretativi e abbastanza ambiguo da prestarsi a narrative concorrenti e mitologie di seconda mano. Senza contare che è stato rilasciato a pezzi, mal redatto, con probabili elisioni fondamentali. Quel materiale, invece di restare un caso che inchioda rapporti di forza concreti, diventa una tana del Bianconiglio in cui proliferano trame invisibili, leggende e regie internazionali. L’attenzione è per i dettagli ripugnanti e ornamentali, le parafilie e i cannibali. E una parte di tutto questo, probabilmente, ha anche un fondamento; il problema è che così si perde il punto, che è sempre lo stesso: il re è nudo e il re va deposto.

L’attuale struttura sociale è una macchina probabilistica per mostri; non perché ogni individuo potente sia tale, ma perché la combinazione di ricchezza, impunità, accesso e asimmetria crea l’ecosistema ideale per l’abuso. Puoi indignarti contro il singolo predatore; ma se non guardi alla macchina che lo rende possibile, ti condanni a inseguire una vespa alla volta, mentre la regina continua a generarne.

Qui il complottismo gioca una partita ambigua, perché gli Epstein files gli danno ragione e torto. Da un lato, sì: esisteva davvero un circuito di élite in cui politica, denaro, prestigio e ricatto si intrecciavano, e in cui la legge appariva permeabile, selettiva, talvolta assente. Ma per sapere che delle persone ricche si organizzino per difendere e accrescere il proprio potere e soddisfare i loro peggiori desideri servivano davvero delle “rivelazioni”?

In questa dinamica emerge il tema, banalissimo e decisivo, della statistica. Se alcune devianze come la pedofilia colpiscono una porzione del genere umano, colpiscono anche i miliardari; la differenza non è la presenza o assenza della malattia dunque, ma la capacità di soddisfarla e occultarla. Non serve nemmeno ipotizzare che tra i ricchi ci sia una maggiore propensione alla perversione generata dalla hybris; basta riconoscere che l’impunità moltiplica le occasioni e che il potere tende a cercare strumenti di controllo, incluso il ricatto. 

Se vi dico che oggi morirà qualcuno, affermo una banale verità. Se dico di sapere chi è, la questione diventa scivolosa. Il complottismo infatti fallisce quasi sempre sul terreno che più lo seduce, quello dei dettagli. Non si limita a dire che ci sono reti d’impunità; pretende di sapere chi, come, quando, con quali rituali, in quali sotterranei, con quali simboli. È un desiderio di completezza che scambia la propria fame di spiegazione per conoscenza; e infatti le liste di nomi e i bersagli “certi” di Pizzagate e QAnon erano in larga misura quelli sbagliati. L’intuizione generale può essere corretta, ma l’anatomia è una fantasia, spesso funzionale a interessi opposti a quelli dichiarati.

Come scrive Wu Ming 1 su Internazionale, «Ecco i nuclei di verità di QAnon: i membri della classe capitalistica stringono continuamente accordi segreti per mantenere la loro ricchezza, influenza e potere; lo fanno anche durante cene lussuose o feste, momenti in cui respirano insieme (co-spirano) la stessa aria di privilegio; alcuni di loro, pensandosi superiori al resto dell’umanità e sicuri di restare impuniti, si dedicano a pratiche abiette, che esasperano la già violenta realtà del dominio patriarcale e di genere». E vi ripeto, ancora una volta: era così difficile da immaginare?

La crisi epistemologica nasce dal pretendere di conoscere tutta la trama. Un materiale enorme, rilasciato a tranche, censurato, ritirato e ripubblicato, produce inevitabilmente un ambiente tossico per la conoscenza. In più, la circolazione frammentaria crea blocchi narrativi che funzionano come meme e si staccano dal contesto per aggregarsi in narrazioni semplificate.

Per analizzare un iperoggetto di tale complessità, non c’è strumento più utile delle intelligenze artificiali. Il giornalista Alberto Puliafito ha creato un pinpoint con tutti i documenti rilasciati, ben organizzati e interrogabili con Gemini. L’ho provato su una parte dei documenti, chiedendogli che psicologia emerge in Epstein. Tenete conto che l’AI non va su internet né si rifà a conoscenze pregresse, è un sistema RAG, ovvero una AI che lavora solo sui file assegnati, nulla di esterno. In breve, quel che capisce lo capisce solo dai testi. Parte della risposta di Gemini è stata: Epstein emerge come una figura psicologicamente complessa e profondamente disturbata, caratterizzata da manipolazione, narcisismo, devianza sessuale, un bisogno compulsivo di controllo e una totale mancanza di empatia, il tutto mascherato da un’immagine di potere e sofisticazione.

Voi direte, bella scoperta; e invece lo è, perché così come lo abbiamo capito noi dai dati, lo hanno capito anche le AI. Solo che loro i milioni di pagine li gestiscono con molta più facilità e precisione. Senza il filtro dell’antipatia e della simpatia.

Quel che, a ben vedere, risulta più informativo, non sono le trame criminali in senso stretto, né i personaggi apicali. Su questi ultimi è ragionevole sospettare un filtro; se davvero esiste materiale che scotta su figure di primissimo piano, non è detto che venga consegnato al mondo in forma integra e leggibile. I file diventano rivelatori nei comprimari e nella retorica, nel lessico quotidiano del potere; lì la censura è meno vigile, perché sembra contorno e invece è struttura.

Il linguaggio del potere spiega come si distribuiscono favori e protezioni, come si esercita l’intimidazione senza nominarla, come si costruisce una complicità fatta di ammiccamenti, battute, allusioni e omissioni condivise. Spiega soprattutto che la rete del privilegio è transnazionale e, come ha mostrato il femminismo intersezionale da Crenshaw in avanti, si muove lungo assi intrecciati di classe, genere, razzializzazione, cittadinanza. Non ha bisogno di una cabina di regia unica, le basta una compatibilità di interessi, un’etica implicita, una grammatica comune, il resto è statistica. Patricia Hill Collins ha descritto bene questa logica di matrici che si sostengono a vicenda, bell hooks ha insistito sul fatto che il dominio non vive soltanto nelle istituzioni ma anche nelle abitudini, nelle frasi fatte e nelle piccole violenze normalizzate. Insomma, sapevamo già tutto.

Per questo conviene guardare ai pesci piccoli. I mediatori, le procacciatrici, i consulenti, i galoppini, quelli che non fanno storia nei titoli dei giornali ma tengono in piedi la macchina; e poi ascoltare come parlano, quali categorie usano, quali gerarchie danno per scontate. È spesso più rivelatore il frammento in cui un’“amica” lusinga Epstein con un delirio etnico, misurando l’intelligenza sulla percentuale di ebraicità. O vedere Epstein controllare documenti di identità per assicurarsi che le vittime siano minorenni, le battute maschiliste scambiate come segni di appartenenza e riconoscimento, le teorie eugenetiche, la retorica sulla presunta stupidità dei neri, quella tecnofilia ridotta a mezzo per ottenere il potere individuale, la devozione servile dei lacchè che si scambiano bambine come fossero oggetti, le cure odontoiatriche usate come arma di ricatto.

Dentro queste frasi si rivela il contenuto politico della vicenda. Non solo chi ha fatto cosa, ma quale mondo lo rende possibile. E alla fine si torna al punto, che resta semplice anche quando il materiale è immenso: il re è nudo. Se lo fissi abbastanza a lungo, capisci che il problema è chi non lo vede come tale, perché indossa la maschera dell’ordine sociale, perché sa annidarsi nelle procedure, nei privilegi, nelle relazioni e nei bisogni. Deporre il re significa ridurre le condizioni che proteggono l’abuso. E dunque togliere impunità, opacità, rendite di prestigio. Il rilascio dei documenti in fondo è solo rumore, ma dal rumore possiamo riconoscere una volta per tutte l’esistenza della macchina che lo produce.

ARTICOLO n. 31 / 2026