ARTICOLO n. 94 / 2025

IL MEDITERRANEO È MOLTO

Le parole del mare

«Quando non si ha niente, avere il mare – il Mediterraneo – è molto. Come un tozzo di pane per chi ha fame». La frase di Jean Claude Izzo potrebbe essere il prologo di ogni traversata: il mare come ultimo orizzonte di possibilità, un bene primordiale e irriducibile, senza proprietà in un mondo che sottrae tutto il resto. Ad Al-Houaria, estrema punta del Cap Bon, l’Africa guarda l’Europa da settantacinque chilometri di distanza, eppure quel mare è noto con la sua forma possessiva: nostrum. Le grotte d’ardesia osservano Pantelleria come una sorella separata da un istmo scomparso, eppure chi cammina per Tunisi riconosce lo stesso mondo della Sicilia, al punto che così si chiama un intero quartiere: “Petit Sicile”, dove si susseguono case bianche, bouganville, fichi d’India, dolci alle mandorle, stessi modi di dire. Una delle parole che si inseguono nel mediterraneo è proprio il nome dei fiori: zagara in italiano, زَهْر (zahr) o زَهْرَة (zahra) in arabo, Azahar in spagnolo.

È la continuità mediterranea negata dai confini, la familiarità geologica e sensoriale tagliata dalla violenza amministrativa. Il Controdizionario del Confine, edito da Tamu, scritto dal collettivo “Equipaggio della Tanimar” raccoglie le parole del Mediterraneo centrale, in particolare dei viaggi tra la Tunisia e l’Italia, ascoltate e trascritte da un gruppo di ricercatori sociali posizionati e partigiani, che facendo proprio il motto morettiano “le parole sono importanti” ha deciso di restituire le parole del racconto di chi il mare lo attraversa, di chi mette in discussione il possessivo che accompagna il Mediterraneo.

Sono i people on the move, corrono lungo una linea d’acqua che definisce insieme la speranza e la minaccia. Su questa linea invisibile, l’orizzonte di salvezza ha un nome preciso: eau-bleue, l’ingresso nelle acque internazionali, il punto in cui ci si sottrae alla giurisdizione tunisina e si entra nel territorio sospeso del non respingimento. Pochi metri d’acqua che decidono tra la vita e la morte. Quelli che Omero chiamava “i sentieri di mare” sono oggi traiettorie impervie. Un viaggio non semplice: c’è la skadra, i pattugliatori della Garde Nationale che, in outsourcing per Italia ed Europa, intercettano, fermano, riportano indietro: sono l’avambraccio operativo della Fortezza Europa, rafforzato dal Memorandum del 2023 sottoscritto dall’Unione Europea e dal presidente tunisino Kaïs Saïed, parte di una delega sistematica di controllo delle frontiere esterne della Tunisia, ossia del Canale di Sicilia. In altre parole l’accordo ha siglato un patto economico che vincola da un lato le risorse e gli scambi tra le due sponde, ma anche delega al governo tunisino il coordinamento nelle operazioni di ricerca e salvataggio e nel contrasto alle reti criminali.

Il presidente tunisino, in carica dal 2019, dal 2021 opera in un regime di “iper-presidenzialismo”, in cui l’opposizione politica è praticamente assente. Le politiche apertamente xenofobe verso i migranti sub-sahariani sono alla base della sua strategia di costruzione del consenso. Come ricordano molteplici fonti, tra cui i lavori del Global Detention Project, è stato documentato un incremento di violenza contro i migranti africani, tramite raid, arresti arbitrari e detenzioni, ma anche deportazioni di massa ai confini con Algeria e Libia. Le persone vengono spesso abbandonate nel deserto, esposte a violenze, estorsioni, sparizioni. Poiché la normativa tunisina non contempla il trattenimento per ragioni migratorie, non esistono tutele formali per persone considerate vulnerabili (è il caso dei minori, delle vittime di tratta, dei richiedenti asilo). Allo stesso tempo, però, la stessa legge non fornisce alcuna base giuridica per privare della libertà questi gruppi in relazione alla migrazione. Se fino al giugno 2024 era l’UNHCR a occuparsi della registrazione delle domande e della definizione dello status di rifugiato, la sospensione di quelle procedure ha lasciato centinaia di persone senza protezione. 

Per questo è importante innanzitutto trovare le parole per raccontare il viaggio, decostruire la logica del controllo e lo spettacolo del confine, ma soprattutto restituire la complessità e la fragilità del viaggio, oggi, quando il Mediterraneo è diventato, di fatto, un mare in salita. Tobà è allora la barca in lamiera, nasce dalla torsione ribelle del francese bateauZmigriya, fusione di les immigrés, racconta la genealogia delle migrazioni maghrebine degli anni Settanta, e la continuità storica degli attraversamenti. Aventurier designa chi si mette in marcia non come migrante passivo, ma come soggetto che investe sul movimento come unica strategia di vita possibile: la migrazione come pratica di libertà. Il viaggio è punteggiato da encantations, attimi favorevoli da cogliere: come finestre meteorologiche, politiche, umane. Sempre il poeta dell’Odissea parlava infatti della necessità della mētis, ossia dell’astuzia situazionale, necessaria per leggere le circostanze. Sul mare, i corpi assumono altri nomi: le persone imbarcate sui tobà diventano bouteilles, bottiglie che possono galleggiare, contenere un messaggio, lanciare un SOS, forse uno dei lemmi più poetici del dizionario. La riuscita si dice boza, grido di passaggio e di vita strappata. Intorno a queste parole si addensano anche le ombre della sopravvivenza: gli arnaqueurs, che truffano; i cokseurs, intermediari e facilitatori; il fakop, la multa solidale che regola i rapporti tra viaggiatori; la cachette, il nascondiglio di fortuna.

Accanto ai rischi, si formano comunità improvvisate. La comita è una cooperativa di viaggio che acquista una barca insieme, alternativa al facilitatore degli harraga, i “bruciatori” di frontiere che trasformano il divieto in necessità. Le relazioni emergono come legami di sangue temporanei: sono le alleanze che esistono tra i frères e soeurs de voyage. Le identità si ricodificano attraverso la solidarietà: nous les blacks è autoaffermazione di un gruppo in un contesto che produce gerarchie razziali, mentre or noir indica la vulnerabilità del corpo nero come risorsa – economica, sessuale e lavorativa – da sfruttare. Nel viaggio risuona la grammatica del dolore: hogra, umiliazione strutturale inflitta dallo Stato; ghorba, l’esilio che inizia prima della partenza e continua anche dopo l’arrivo; disparu e mafqud, gli scomparsi che il mare non restituisce, decine di migliaia di assenze. Ci sono figure leggendarie, come Maman Marino, che offre soccorso e le categorie statali e del controllo: CENTRO tunisini, gli hotspot europei, i CPR. La flouka, piccola barca di legno o vetroresina, è al tempo stesso mezzo, destino e classe sociale della mobilità, mentre il capitain cambia volto a seconda di chi guarda: guida per chi viaggia, responsabilità giuridica per chi soccorre, e al contempo minaccia per chi pattuglia, come ha raccontato recentemente la vicenda di Alaa Faraj, accusato di essere uno degli scafisti, “captain” della strage di Ferragosto. 

Questa costellazione lessicale, raccolta dal Controdizionario del confine, non è un semplice glossario, ma restituisce spessore, emozioni e complessità alla bidimensionalità del racconto migratorio compiuto dal paese di arrivo, ossia noi. Il Mediterraneo appare contemporaneamente spazio di continuità naturale e frattura politica, dove la mobilità emerge come risposta a un ordine che produce umiliazione e assenza di futuro. Le parole sono necessarie come strumenti di sopravvivenza, memoria e ribellione. È qui che la genealogia giuridica del confine ci racconta come la territorialità sia solo una costruzione normativa.  

Rinominare il viaggio significa riconoscere che la mobilità, e le parole che la descrivono, è già parte di un altro mondo possibile: nelle comita che si autorganizzano, nelle reti come Alarm Phone, nelle solidarietà improvvisate dei viaggiatori, nella potenza di boza, «un termine che punteggia in modo ricorrente le rotte e il linguaggio di chi è in viaggio. Proviene dall’area geografica delle ex colonie francesi dell’Africa Occidentale e porta dentro di sé diversi significati; nel quadro di una metafora bellica, l’espressione allude all’idea di vittoria/riuscita – il «bruciare/bucare», il vero obiettivo del viaggio e delle sue trasformazioni. 

La frontiera è un dispositivo che tenta di governare il movimento; le contronarrazioni sono ciò che lo mette a nudo, e che restituiscono anche quell’eredità estrattiva delle colonie. E la lingua degli aventuriers, con la sua densità poetica e politica, mostra che abolire il confine non è un’utopia astratta, ma un gesto di restituzione: cucire ciò che il potere ha separato, restituire alla mobilità la sua dignità, trasformare la crisi in possibilità.

ARTICOLO n. 93 / 2025