ARTICOLO n. 81 / 2026
AMARE ANCORA LA MERCE
Il bar è ubicato in un viale nella zona sud della città. È un quartiere ancora popolare, sebbene le case costino tra i 4500 e i 5400 euro al metro quadrato.
Il locale è all’apparenza anonimo. C’è qualcosa di ascetico in un bar privo di un nome commerciale, quasi che le mura bastassero a creare un rifugio fuori dal tempo, una tana dal mondo, senza la necessità della parola orpello mercantile, della costruzione verbale che spinga in un altrove impossibile: Bar Eden o Caffè Paradiso, per esempio. Le insegne di questo locale ricordano i sussidiari delle scuole elementari. Caffetteria, a lato il disegno di una tazzina di caffè; Bar Paninoteca, a lato il disegno di un panino; Tavola Fredda BILIARDO, nessun disegno, ma quest’ultima parola in maiuscolo, forse per attirare l’attenzione, l’eccezionalità di un’offerta sempre più rara.
Due tavolini di plastica, alcune sedie bianche, di plastica, e sedie rosse, di plastica, sponsorizzate da una multinazionale dei gelati, occupano il marciapiede, a eccezione del periodo invernale. Due grossi vasi delimitano l’area di pertinenza del bar, che ha altre tre vetrine, prive di insegna, le quali affacciano su una via privata, a senso unico.
In un giorno di metà ottobre, alle cinque di mattina, due uomini – di trentasette e quarantotto anni – arrivano in scooter davanti al bar, che è ancora chiuso.
Non sappiamo se siano clienti abituali o saltuari, se siano passati per caso nei giorni precedenti, e mentre pagavano il caffè alla cassa abbiano pensato di agire, alcuni giorni dopo.
I due uomini scendono dallo scooter e tengono il motore acceso. La telecamera di sorveglianza del bar inquadra un pezzo di tenda del locale, che sembra incorniciare la scena per aumentare la sensazione – postuma – di realtà.
Gli uomini indossano giubbotti scuri e non si tolgono il casco. Lo scooter è ancora acceso. L’uomo di quarantotto anni si toglie lo zaino dalle spalle, estrae qualcosa e lo lascia accanto alla saracinesca abbassata. L’uomo di trentasette si avvicina allo scooter il cui faro gli illumina il petto; poi spegne il motore, si china verso la serranda e inizia ad armeggiare con alcuni attrezzi.
E tuttavia, prima di scassinare, guarda verso la telecamera, come a firmare la propria azione. Impiega diciotto secondi per forzare la serranda e sollevarla quanto basta per entrare strisciando. Prima, però, si toglie il casco.
L’uomo di quarantotto anni – a questo punto potremmo definirlo palo, ma preferiamo il meno gergale complice – lo guarda entrare, in particolare nell’instante in cui metà del corpo – il busto e le braccia – è dentro il bar, e metà del corpo – le gambe – è ancora all’esterno del locale.
Quando l’uomo di trentasette anni – a questo punto potremmo definirlo il ladro – è all’interno del locale, il complice raccoglie lo zaino e comincia a scrutare i paraggi del bar. È probabile che il ladro accenda la torcia del proprio smartphone per illuminare il buio. Come capita sempre quando una stanza è senza persone, e ancora di più quando è buia o illuminata a stento dalla luce di una piccola torcia, il bar sembra, se non l’angolo di un cimitero, il cantuccio di un possibile lutto: saranno i bicchieri, già pronti alle bocche del giorno imminente, o le bottiglie di liquori, immobili con le loro tristissime etichette, o le facce delle brochure commerciali, o i tagliandi colorati, eppure mortiferi, di Gratta e Vinci.
Proprio quest’ultimi tagliandi sono l’obiettivo del furto.
È passato meno di un minuto da quando i due uomini sono arrivati in scooter e adesso nell’inquadratura entra un terzo uomo. Stringe qualcosa nella mano sinistra che appare luminoso, forse è un coltello. Poi si scoprirà essere un paio di forbici.
Il complice usa il casco del ladro per cercare di colpire l’uomo armato di forbici ma è titubante. Il ladro che è dentro il locale ascolta il rumore dello scontro, e dalla sua posizione, con la saracinesca quasi tutta abbassata, vede le caviglie del complice e quelle dell’altro uomo. Decide di uscire dal bar, ma deve strisciare, così l’uomo armato di forbici comincia a colpirlo mentre si trova sulla soglia del locale.
Il complice scaglia il casco contro l’uomo armato di forbici nell’istante in cui arriva un quarto uomo, che indossa un accappatoio aperto e calza ciabatte di spugna, simili a quelle che alcuni hotel forniscono ai propri clienti. Allora il complice fugge senza voltarsi, gira nella via laterale, a sinistra. Il ladro approfitta di quei pochi istanti per alzarsi, ma iniziare a correre dopo essersi sollevato da una posizione strisciante incide sulla velocità di fuga. A differenza del complice, scappa attraversando le strisce pedonali inseguito dai due uomini armati di forbici. É lento, forse è pure ferito dalle prime forbiciate subite sulla soglia del bar; è così lento che perfino l’uomo in accappatoio e ciabatte riesce a raggiungerlo lungo il viale.
A questo punto il ladro diventa vittima e gli uomini armati di forbici diventano assassini, che uccidono la vittima con quarantaquattro colpi, inferti quasi tutti sul marciapiede, mentre la vittima è a terra. La refurtiva – una serie di biglietti del Gratta e Vinci – cade sulle strisce pedonali e accanto al corpo.
Il bar senza nome, sulla cui soglia il ladro italiano incomincia a essere colpito, è di proprietà di una donna cinese. I due uomini che uccidono la vittima sono cinesi come la proprietaria: uno, di cinquantadue anni, è il marito della donna; l’altro è il nipote trentatreenne, arrivato da poco dalla Cina per lavorare. Dormivano in un appartamento nel palazzo sopra il locale e devono essersi svegliati a seguito del rumore causato dallo scasso della saracinesca. Il nipote è stato il più veloce a vestirsi; lo zio si è attardato di alcuni secondi per indossare la prima cosa che gli è capitata. Forse nessuno dei due è sceso in strada con l’intenzione di uccidere. È difficile immaginare che il marito della donna titolare del negozio abbia pensato: indosso l’accappatoio, aperto, calzo le ciabatte e scendo in strada, alle cinque di mattina, in ottobre, per assassinare qualcuno. Ma con un paio di forbici in mano, e in determinate circostanze, le cose possono precipitare. Il nipote non pensava di partire dalla Cina per diventare assassino e ritrovarsi in un carcere italiano.
E la vittima – con qualche precedente penale, una compagna e tre figli – non pensava di morire rubando i tagliandi di Gratta e Vinci. Ma il Gratta e Vinci attira non tanto per il valore del singolo tagliando – da 1 a 30 euro – quanto per la vincita possibile. Per esempio, a Venezia, in via Bussola 105, qualcuno ha vinto 500.000 euro; a Santa Marinella (Roma), in via Aurelia 463, qualcuno ha vinto 500.000 euro; a Bari, al chilometro 80,920 della Strada Statale 16 Adriatica, qualcuno ha vinto 500.000 euro; a Reggio Emilia, in viale Simonazzi 12/B, qualcuno ha vinto 500.000 euro; ad Avella (Avellino), in via Nazionale delle Puglie 25, qualcuno ha vinto 500.000 euro; a Manfredonia (Foggia), in via Gargano 67, qualcuno ha vinto 500.000 euro.
Forse la vittima pensava a tante vincite basse da incassare subito, prima che la proprietaria del bar agisse seguendo la burocrazia italiana: la donna, infatti, avrebbe dovuto andare in caserma o al commissariato per denunciare il furto, indicando i codici dei pacchi e la serie dei biglietti rubati; poi avrebbe dovuto contattare l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli per inviare la denuncia di furto; l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli avrebbe dovuto emettere un provvedimento al fine di annullare i biglietti; i codici dei tagliandi rubati sarebbero finiti nell’elenco ufficiale, atto necessario per bloccare il pagamento di premi eventuali; e infine la proprietaria avrebbe dovuto avvisare il concessionario di zona affinché sanasse la posizione contabile dei tagliandi rubati.
Per vincite di premi inferiori o uguali a 500 euro, il possessore del tagliando può riscuotere l’importo presso un qualsiasi punto vendita. L’intento dei due ladri era verificare subito la vincita dei molti tagliandi rubati e incassare, nella stessa mattina, in un altro punto vendita, le somme, prima che i gestori sporgessero denuncia e iniziassero la procedura di blocco dei biglietti rubati. O forse, dentro di loro, i due ladri vagheggiavano qualcosa di irrealizzabile.
Infatti, nel caso di vincite di fascia media, superiori a 500 euro e inferiori a 10.000 euro, la riscossione dell’importo può avvenire presso qualsiasi punto vendita ma tramite assegno circolare presso una specifica banca, tramite bonifico bancario o bonifico postale. Presentando un biglietto vincente, il punto vendita prescelto attiva una procedura di prenotazione del premio, e l’effettiva consegna del premio in denaro è possibile soltanto dopo la registrazione dei dati del vincitore.
Gli incassi superiori a 10.000 euro seguono una procedura ancora più cavillosa.
Ma allora, perché rubare una serie di Gratta e Vinci? Per il gusto di sedersi, su una panchina, dopo il furto, due ore prima dell’alba, a grattare sui tagliandi e scoprire di non aver vinto? Forse perché, rubando il Gratta e Vinci, non vincere non significa perdere, proprio grazie al furto?
Rubare al Gratta e Vinci, a prescindere dalla vincita eventuale, comporta la possibilità di vivere quella sospensione che ogni gioco offre. È un gioco ma siccome non è un gioco d’infanzia – e quindi, almeno in potenza, può essere produttivo – è regolato dallo Stato italiano. È un gioco d’azzardo, e come tale prevede il rammarico per la quasi vincita, il non vincere per poco: eppure quel poco, magari un solo numero, è, in realtà, tantissimo. All’imprevedibilità insita in ogni tipo di furto si aggiunge l’aleatorietà del gioco d’azzardo legato al furto di Gratta e Vinci. Rubare senza vincere nulla, a parte il valore modesto della merce sottratta, sulla cui vendita il rivenditore incassa l’8% del prezzo esposto.
Già, deve essere strano rubare Gratta e Vinci perché il valore di un tagliando può essere di 10 euro ma contenere una potenzialità elevatissima, un importo molto più alto, per esempio, di un furto in una gioielleria italiana di provincia.
Nell’ottobre dell’anno in cui il ladro è entrato strisciando nel bar prima di diventare vittima, qualcuno ha vinto 5.000.0000 di euro; in un’altra città, certo, ma nella stessa città del tentato furto di Gratta e Vinci qualcuno ha vinto 200.000 euro, con i quali, nel quartiere del bar in questione, pur essendo in una zona periferica, il ladro, se non fosse divenuto vittima, avrebbe potuto acquistare un monolocale di 40 metri quadrati, iva e spese di agenzia escluse.
Se il destino regola la vincita, il furto dei Gratta e Vinci non dovrebbe sottostare al caso o alla fortuna. Se la vittima avesse sollevato la saracinesca ad almeno un metro e mezzo di altezza, avrebbe evitato di strisciare per uscire, avrebbe potuto prendere la rincorsa e fuggire, magari ferito in modo superficiale da una forbiciata. E invece, strisciando, aveva subito i primi colpi sulla soglia del locale; così è stato raggiunto, colpito quarantaquattro volte e adagiato in una cassa da morto, il tatuaggio di una donna sulla parte destra del volto, la parola Odio tatuata sulla fronte, all’altezza del sopracciglio destro.
La procura ha accusato lo zio e il nipote di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà. La PM ha definito il nipote trentatreenne “un cane da guardia” poiché non aveva un “interesse diretto” nell’attività imprenditoriale dei parenti. Ci chiediamo se la definizione di “cane da guardia” non sia denigratoria anche nei confronti di un assassino qualora sia utilizzata da una donna di legge.
Quasi tutti amiamo i cani e conosciamo la loro fedeltà, espressione di affetto, amore. Definire “cane da guardia” un assassino lo paragona a un animale dal comportamento aggressivo, privo della necessaria autonomia. Definire “cane da guardia” una persona, benché questa persona sia un assassino, implica che la persona sia disposta ad aggredire ancora prima di ricevere un ordine, mossa dall’istinto unito all’obbedienza assoluta. Ma riducendolo a un animale, svalutandone la dignità e l’intelligenza – posto che un essere umano sia più intelligente di un cane – non dovrebbe allora deresponsabilizzare la condotta assassina? L’altro assassino, forse perché sceso in strada indossando un accappatoio aperto e calzando un paio di ciabatte, non è stato definito “cane da guardia” dalla PM, soprattutto perché è il marito della titolare del bar, e quindi, secondo il sentire comune, qui coincidente con quello della PM, più coinvolto nell’attività imprenditoriale dal legame familiare diretto. Insomma, se ne deduce che il marito di un’imprenditrice, e forse a maggior ragione un’imprenditrice, per il sentire comune qui coincidente con il ragionamento della PM, non possa essere il cane da guardia della propria merce.
Comunque, per entrambi gli assassini, la richiesta di condanna da parte dell’accusa è stata di quattordici anni di carcere. Ma il giorno del verdetto la Corte d’Assise condanna i due assassini a diciassette anni, sebbene sia stata tolta la crudeltà. La stessa giuria dispone il risarcimento di 200.000 euro per ogni figlio della vittima. In quel mese di ottobre, nella stessa città del furto e del conseguente omicidio, una persona ha vinto 200.000 euro con un Gratta e Vinci.
Alla fine dell’iter giudiziario, il tribunale dispone che i tagliandi del Gratta e Vinci siano restituiti alla persona derubata, e questo, al di là di tutto, è la vera forza del sistema: proseguire sempre, dopo qualsiasi fatto, perché così impone l’esistenza, ovvero, il denaro, quello reale e quello inesistente ma desiderato: il denaro che spingerà una persona a entrare speranzosa nel bar per acquistare un tagliando rubato dall’uomo assassinato.
2.
La gioielleria è ubicata al piano terra di una palazzina di due piani, nella via principale di un piccolo comune italiano. La via è intitolata al celebre patriota risorgimentale. Il piccolo comune è situato nella zona nord ovest d’Italia, a settantatré chilometri dal capoluogo di provincia. Il negozio ha questo aspetto dal 1990; un laboratorio è annesso al locale di esposizione e vendita. La famiglia, fin dai primi anni Ottanta, è tra i produttori più importanti della provincia di appartenenza; nel 1990 si trasferisce, appunto, nella nuova sede realizzata da un architetto. La facciata esterna, al piano terra della piccola palazzina, è rivestita da lastre di marmo a strisce orizzontali bianche e grigie. Cinque piccole vetrine quadrate, quasi nicchie incassate nel marmo, si affacciano sulla strada principale e mostrano i gioielli ai passanti, ai potenziali clienti.
Al di sopra delle piccole vetrine, il marmo bicolore – grigio e bianco – è disposto a ventaglio, per interrompere la monotonia dell’esposizione e creare una sensazione ariosa, grazie alla decorazione del disegno geometrico. Due tende avvolgibili, estive, a strisce beige e marrone chiaro, riportano le scritte GIOIELLERIA e il cognome del proprietario.
Sul lato sinistro dell’edificio, sopra la porta di ingresso, spicca il cognome della famiglia identificato con l’attività commerciale.
La scritta è in caratteri Art Deco Modernista. Le lettere, in rilievo e tridimensionali, sono slanciate e sottili, sembrano di un materiale prezioso. La porta d’ingresso è arretrata di un paio di metri rispetto al marciapiede, vi si giunge salendo tre gradini scuri. Ai lati, due minuscole finestrelle, simili a tabernacoli, espongono altri preziosi, forse quelli più costosi. Sul vetro della porta d’ingresso sono incisi nomi di storiche aziende produttrici di orologi.
A questo punto è arrivato il momento di suonare il campanello.
La gioielleria è di proprietà di un italiano di sessantasette anni, coadiuvato dalla moglie e da due delle quattro figlie: la tipica attività imprenditoriale a conduzione famigliare. È il tardo pomeriggio di un giovedì nuvoloso, alla fine di aprile.
Tre rapinatori arrivano a bordo di una Ford Fiesta bianca. È la loro prima rapina. Uno dei tre attende alla guida dell’utilitaria parcheggiata nella rientranza della strada. La via principale del piccolo comune italiano, infatti, ha una rientranza, quasi una piazzetta, con alcuni posti auto. La porta di servizio della gioielleria affaccia su questo piccolo parcheggio.
Il primo rapinatore ha quarantaquattro anni. Suona, entra dalla porta principale, finge di essere un cliente, si rivolge alla figlia del gioielliere. Il secondo rapinatore ha cinquantotto anni. Entra nel negozio pochi secondi dopo il complice, senza perdere tempo estrae un coltello e minaccia la moglie del gioielliere. Il primo rapinatore estrae una pistola da softair, riproduzione di una Glock, e con l’arma giocattolo minaccia la figlia del gioielliere; poi la immobilizza con alcune fascette di plastica, legando i polsi dietro la schiena.
Il gioielliere sente la moglie urlare, esce dal laboratorio e subisce la minaccia dal primo rapinatore, che lo costringe ad aprire la cassaforte. Il terzo rapinatore ha trentaquattro anni, esce dall’auto, entra dalla porta di servizio con un borsone.
I rapinatori afferrano merce per un totale di 68.000 euro. Lasciano il coltello e la pistola giocattolo in gioielleria, escono dalla porta di servizio e corrono verso l’auto parcheggiata.
E qui nasce il primo problema dei rapinatori. Forse, se uno dei tre rapinatori avesse lavorato in un’azienda scrupolosa, burocratica, insomma, in una multinazionale, avrebbe saputo che l’auto va sempre parcheggiata in retromarcia, così da partire più in fretta nel caso di un’emergenza e di un’evacuazione. È un errore simile a quello del ladro di Gratta e Vinci che aveva deciso di entrare nel negozio sollevando soltanto una piccola parte della saracinesca, costringendosi, in caso di emergenza, a uscire dal bar strisciando, esposto alle prime forbiciate ricevute sulla soglia del locale.
Il rapinatore con il ruolo di autista risale in auto. E qui nasce il secondo problema. L’auto è una Ford Fiesta bianca, a tre porte. I due rapinatori-passeggeri sono lentissimi nella salita a bordo dell’auto, facilitando così l’azione del gioielliere. L’uomo, infatti, non appena i tre rapinatori escono dalla gioielleria, apre il cassetto accanto alla cassa e prende un revolver calibro 38, pistola detenuta nonostante il gioielliere non abbia il porto d’armi. La figlia lo guarda, ha ancora i polsi legati dietro la schiena, ma il padre non la libera, il padre è prima di tutto il gioielliere, o come scriveranno alcuni suoi sostenitori, il Gioielliere, che esce di corsa dalla porta di servizio, compie sette passi e raggiunge l’auto dei rapinatori.
Si avvicina al finestrino dell’autista e spara il primo colpo, a vuoto. Allora si sposta dal lato del passeggero, la portiera anteriore destra è aperta. Nessuno dei due rapinatori-passeggeri è ancora salito in auto. Il gioielliere spara altri quattro colpi. Il rapinatore, che era entrato con il coltello, cerca di scappare ma il gioiellerie gli spara alle spalle. Il rapinatore cade quasi dietro la Ford Fiesta: per la precisione, tra la Ford Fiesta e un’altra auto posteggiata di fianco. L’autista, mentre il gioielliere spara al rapinatore che aveva usato il coltello, inserisce la retromarcia: l’auto ha come un sussulto, simile a quello che un allievo di scuola guida causa durante i primi tentativi incerti di lezione. Forse l’autista, che non ha una buona visuale, teme di schiacciare il corpo del suo complice, di cui ignora le condizioni. Se avesse parcheggiato con il posteriore, avrebbe avuto una visuale ottimale e schivato il corpo del complice, già divenuto cadavere, e forse sarebbe scappato sgommando. L’altro complice, colui che aveva usato la pistola giocattolo, è ferito a un fianco. L’autista, forse colpito di striscio, approfitta di un attimo di distrazione del gioielliere, che guarda il corpo esanime dell’uomo a terra, l’uomo al quale ha sparato alla schiena, e questa esitazione serve all’autista per scappare a piedi, lungo la via principale, nella stessa direzione da cui i tre erano arrivati in auto.
Anche il rapinatore che era entrato per primo, colui che aveva minacciato la figlia del gioielliere con la pistola giocattolo e minacciato il gioielliere con la stessa arma giocattolo, scappa nella medesima direzione dell’autista, ma con una frazione di secondo in ritardo; così il gioielliere, ridestatosi dall’istante di torpore dovuto alla contemplazione del primo cadavere, si accorge del fuggitivo, punta ancora l’arma verso di lui e il fuggitivo si accascia pochi metri dopo, sul marciapiede, davanti all’ingresso della biblioteca comunale.
La biblioteca del piccolo comune italiano è aperta soltanto tre giorni alla settimana: il lunedì, dalle 18.00 alle 19.30; il mercoledì, dalle 15 alle 18; il sabato, dalle 9.30 alle 12.00. Se i tre uomini avessero rapinato la gioielleria di lunedì e non di giovedì, la biblioteca sarebbe stata aperta. Se la biblioteca fosse stata aperta, magari il rapinatore ferito a un fianco si sarebbe rifugiato là dentro e sarebbe stramazzato ai piedi degli scaffali. Di sicuro, il gioielliere è uscito dal negozio e ha sparato i colpi di pistola mentre alcune auto transitavano lungo la via principale. Inoltre, prima che il gioielliere iniziasse a sparare, due persone sono passate a un paio di metri dalla Ford Fiesta mentre i rapinatori si avvicinavano all’auto per salire a bordo e scappare. Le due persone sono state fortunate e forse lo ignorano. Se le due persone fossero passate di lì tre secondi dopo, mentre il gioielliere sparava, ecco che il primo colpo di pistola, andato a vuoto, avrebbe potuto raggiungere uno dei due passanti. E allora ammettiamo che almeno uno dei due passanti fosse stato, non diciamo ferito, ma anche soltanto sfiorato dal primo proiettile sparato dal gioielliere; in questo caso, se uno dei due passanti avesse avuto una pistola in tasca, pur senza regolare porto d’armi, proprio come il gioielliere, avrebbe avuto ragione nel sentirsi in grave pericolo di vita, allo stesso modo del gioielliere durante le fasi della rapina, fasi che, secondo la legislazione italiana – e non solo italiana – dovevano limitarsi all’assalto all’interno del negozio; ma se applichiamo la mentalità che si è ormai diffusa tra alcune fasce della popolazione italiana, i due passanti, in chiaro pericolo di vita, se armati, cosa avrebbero potuto fare? Il pericolo sarebbe stato reale e attuale? Sì. La difesa sarebbe stata proporzionata tra l’offesa e la reazione? Sì. E allora, i due passanti avrebbero avuto tutto il diritto di sparare a chi aveva attentato alla loro vita, pur senza volerlo, in quanto accecato dalla propria ira, a seguito della rapina subita all’interno del negozio.
L’autista è ormai fuggito nonostante una leggera ferita alla gamba. Il gioielliere si accanisce sul corpo del rapinatore che aveva impugnato l’arma giocattolo, gli tira tre calci sul volto. Dopo il terzo calcio, il gioielliere, che tenta di sparare ancora, capisce di non avere più colpi in canna. Il rapinatore ha un sussulto, si rialza, si spintona con il gioielliere, i due tornano indietro di qualche metro, e infine il rapinatore crolla e muore in mezzo alla strada.
Il gioielliere ritorna verso il negozio, passa davanti al cadavere del rapinatore ucciso per primo. La figlia lo attende sulla soglia del negozio.
A proposito di soglia. Abbiamo visto che, nel caso del furto di Gratta e Vinci, il nipote della titolare del negozio ha inferto le prime forbiciate al ladro sulla soglia del locale, mentre quest’ultimo strisciava per fuggire. Poi il nipote e il marito della titolare del bar hanno continuato a colpire il fuggitivo all’esterno. Sono stati condannati, in primo grado, a diciassette anni di carcere. Il gioielliere non ha sparato alcun colpo di pistola all’interno del proprio negozio durante la rapina e nemmeno sulla soglia, ma nel parcheggio, in direzione della strada principale del piccolo comune italiano; il gioielliere è stato condannato, in via definitiva, a quattordici anni e dieci mesi.
Ora qui non si vuole ragionare in termini giuridici e tantomeno di propaganda politica. In fondo, tutto quanto scritto finora segue la volontà di interrogarsi.
Cosa spinge una persona a rischiare la vita per la merce? Cosa spinge una persona a uccidere pur di non perdere quella stessa merce?
Il ladro dei Gratta e Vinci ha rubato un importo molto modesto, ma con una vincita potenziale importante, ammesso che fosse possibile riscuotere il denaro.
Invece, nel secondo caso, il bottino era di 68.000 euro, da dividere in tre: 22.666 euro a testa, anche se i ricettatori avrebbero giocato al ribasso, e forse i tre rapinatori avrebbero guadagnato meno dal loro assalto.
I famigliari dei rapinatori uccisi e del rapinatore ferito, riceveranno in totale 780.000 euro dal gioielliere, e quindi meno di quanto riceveranno i figli del ladro ucciso per aver rubato i Gratta e Vinci.
“Basta grattare il quadrifoglio e scoprire i simboli della fortuna, se vengono trovati due simboli uguali, è possibile vincere premi fino a €1000”.
“Basta grattare le racchette e trovare due simboli uguali per vincere il PREMIO”.
“Basta grattare la moneta e trovare due simboli uguali per vincere il Premio”.
“Gratta e Vinci Milioni di Diamanti”.
I gestori cinesi, così come nessun altro gestore, non avevano nemmeno la necessità di rendere più accattivante la merce in vendita.
Invece, chissà quando i tre rapinatori della gioielleria avevano progettato la loro prima rapina. Forse a casa di uno di loro, guardando il campionario che la gioielleria esponeva nel suo sito internet.
Anelli, orecchini, bracciali, collane, perle.
Gli orecchini, per esempio. Nelle schede pubblicitarie della gioielleria, “gli orecchini, sin dall’antichità venivano indossati come simbolo di ricchezza, ma si diffusero anche tra le tribù di moltissime civiltà. In passato venivano considerati talismani propiziatori, oppure simboli ornamentali. Oggi realizziamo orecchini semplicemente per esaltare la bellezza unica del tuo viso”.
Ecco una tipica scheda commerciale che unisce la preziosità dell’orecchino in generale – tanto più prezioso perché è portatore di una storia millenaria – ma che da simbolo di benessere diviene anche simbolo di bellezza.
Gli orecchini della gioielleria fondono bellezza e, se non ricchezza, capacità di spesa. E sono ideati e realizzati proprio per “la bellezza unica del tuo viso”.
Il viso della potenziale cliente, alla quale si dà del tu.
Prendiamo un ultimo esempio, a caso.
“Anello a fascia con diamanti. Anello in oro bianco a fascia, caratterizzato dalle curve sinuose e dalla struttura importante (…) Sicuramente un gioiello che si sente protagonista!” In queste poche frasi c’è dentro tutto ciò che la merce rappresenta per la famiglia e quindi per il titolare. Non è nemmeno chi spende e porta l’anello al dito a diventare protagonista: il gioiello si sente protagonista, con tanto di entusiastico punto esclamativo. Il gioiello assume un carattere umano.
“Utilizziamo solo “diamanti etici”, la cui estrazione avviene in paesi controllati e non coinvolti in eventi bellici e che rispettano “Best Diamond Trade Practice” contro lo sfruttamento del lavoro minorile”.
È confortante pensare che nessun minore abbia lavorato all’estrazione dei diamanti e che, forse, nessun minatore abbia subito perquisizioni corporali invasive, alla fine dei turni di lavoro, come si usava in un’epoca che oggi appare remota, tanto quanto quella in cui, dopo una rapina, ci si affidava alla legge.